Ervan Dragoti è un giardiniere albanese diplomatosi in Albania e poi emigrato in Italia quattro anni fa per trovare lavoro e che, come tanti albanesi, ha un nonno, Ymer Dragoti, che è stato privato delle sue terre durante il regime comunista e che negli anni ’90, una volta sciolte le vecchie cooperative e le fattorie statali, non ha mai visto la restituzione di quelle terre. Spesso, infatti, attraverso la Legge numero 7501 del 1991 le terre espropriate durante il regime comunista non sono tornate ai vecchi proprietari, ma sono andate gratuitamente ad altri contadini privati locali. La terra fertile è stata spezzettata, frammentata in parti uguali e consegnata proporzionalmente al numero di componenti della famiglia in una quota che, a seconda della regione e della densità della popolazione del villaggio, variava da 1000 a 4000 metri quadrati per persona: una cifra irrisoria per chi prima del regime possedeva più di 50 ettari di terra, come il nonno di Ervan. Si è di conseguenza creata una grande confusione normativa, oltre a rallentare lo sviluppo di un’agricoltura moderna e industriale.
Di Ervan, che sostiene di possedere tutti i documenti che provano l’ingiustizia subita, percepisco il dolore per la perdita della terra dalle sue parole, dall’insistenza con cui mi esprime questo concetto. La sua è una ferita aperta, che accomuna molti albanesi, e che si somma alla sofferenza per aver dovuto lasciare la terra d’origine, quell’Albania dove invia le rimesse per permettere ai genitori di pagare le tasse. Se non cambia sistema, mi dice, alla fine sarò costretto a portare anche i miei genitori qui in Italia. Nel suo paese, Dragoti, delle 100 persone che vi risiedevano 95 se ne sono andate. «La terra è nostra, non degli americani e del governo albanese», mi dice in merito alle proteste in piazza di oggi per le strade albanesi.
La storia di Ervan non è un caso privato. La terra che suo nonno non ha mai riavuto e la terra che oggi il governo concede ai Kushner sono, per molti albanesi, la stessa terra: un bene sottratto due volte, prima dal regime comunista e poi da una democrazia incompiuta che non ha saputo restituirlo. Lo Stato che per trent’anni non è riuscito a ridare un campo a chi ne era stato espropriato si muove con rapidità quando quello stesso suolo va concesso a un resort di lusso. È in questo scarto — lentezza verso i propri cittadini, prontezza verso gli investitori stranieri — che il dolore privato di Ervan diventa collera collettiva, e che una protesta ambientale si trasforma in un moto contro tutta la classe politica albanese.
Per capire come questo nodo irrisolto della terra affondi nella storia albanese e pesi così tanto nell’odierna Rivoluzione dei fenicotteri, mi faccio aiutare da una mia collega, Daniela Skenday, dell’Istituto di Studi per l’Economia applicata (Isea), con cui collaboro da diversi anni. Proviene da Tirana ma abita a Roma da tanti anni.
Quali nuove dinamiche stanno emergendo?
La mobilitazione è nata come una protesta contro il progetto del governo albanese di concedere l’isola di Sazan, per decenni area militare interdetta al pubblico, e la costa di Zvernec, situata vicino a Valona, per la realizzazione di un resort di lusso destinato a un investimento della famiglia Kushner, imparentata con il presidente degli Usa Trump. Al centro delle contestazioni vi è soprattutto la modifica della normativa ambientale approvata nel 2024, ritenuta dai manifestanti funzionale a facilitare l’autorizzazione del progetto.
La Rivoluzione è partita dai social, come le primavere arabe, e ha coinvolto molti albanesi della diaspora, in tutto il mondo: a New York, Parigi, Londra e Bruxelles. Ma le proteste in Albania hanno dei precedenti storici recenti?
In Albania non c’è mai stata una guerra civile per religione o per altro. Solo insurrezioni del popolo contro il regime nel ’90-’91, nel periodo di transizione dal comunismo al capitalismo, dal monopartitismo al multipartitismo. E nel ’97-’98 ingenti proteste a causa di una crisi finanziaria. Ma da quel biennio in Albania non ci sono più state manifestazioni in piazza. Io vengo in Italia proprio in seguito all’esplosione inflazionistica di quegli anni, all’interno di quell’ondata migratoria che ha coinvolto tanto l’Italia. Anche se sono arrivata in modo regolare, con un visto per studio.
E oggi che cosa è cambiato rispetto a quelle mobilitazioni?
La durata di quelle manifestazioni era limitata nel tempo. Oggi la rivolta dei fenicotteri si è trasformata in qualcosa di più. Non è più la Rivoluzione dei fenicotteri, ma è diventata il motivo per esprimere un malessere o meglio una sofferenza più generalizzata verso il governo albanese, verso il suo stile di governance, e ha più cause: non riguarda più la concessione data dal premier Rama alla famiglia Kushner. Più che la sostanza delle decisioni economiche si attacca lo stile autoritario di Rama, il modo poco rispettoso che ha nei confronti delle norme, non solo di quelle ambientali. Per gli albanesi è finita l’era in cui si prendevano decisioni a nome di tutti ma a vantaggio solo di una piccola élite, ed è necessario rendere chiari e trasparenti alcuni passaggi nella concessione delle autorizzazioni, nel conferire lo status di privilegiati ad alcuni investitori rispetto ad altri, perché non si può trattare la popolazione e il territorio come se fossero cosa propria. Il vaso di Pandora si è aperto.
La questione del resort di lusso di Kushner si inserisce nel modello oligarchico clientelare delle nuove destre? Che tipo di socialismo è quello di Rama?
Rama è una figura carismatica, che ha aumentato il prestigio internazionale del Paese, ma ha assunto un carattere autoritario in politica interna. I manifestanti sostengono oggi che bisogna trovare un equilibrio differente e che non si può trattare il Paese in modo autoreferenziale. Il governo si difende dicendo che la natura non verrà contaminata, che i resort sono di lusso e buoni, e che la Spak – la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata – ha agito oltre le righe, senza prove. Quello di Rama è un governo al quarto mandato, obnubilato dal potere, che assiste in maniera asettica a questi mesi: non si dimette per delle persone che stanno in piazza, ma non fa nemmeno autocritica. Il passaggio dall’avere un buon vicinato e Paesi amici al favorire concessioni e facilitazioni è molto stretto, è vero. Ma l’equilibrio sta in mezzo. E Rama non lo ha mantenuto, ha spostato troppo l’asticella.
L’identità albanese ha un eroe nazionale indiscusso: Giorgio Castriota Scanderbeg. Nel XV secolo riuscì a riunire i clan albanesi per venticinque anni contro l’Impero Ottomano. La sua figura non è solo un ricordo storico, ma il simbolo vivente del riscatto nazionale: dimostrò agli albanesi che, pur essendo un piccolo popolo, uniti potevano resistere ai più grandi imperi del mondo. La bandiera odierna, l’aquila bicipite nera su sfondo rosso, è l’antico stemma della sua famiglia. È lì che risiede l’orgoglio albanese secondo te?
Giorgio Castriota è una figura indiscussa sia a destra che a sinistra. Non esiste albanese — né del suo tempo, né arbëresh (la storica minoranza etno-linguistica albanese stanziata, in seguito alla sua morte, nell’Italia meridionale, soprattutto in Calabria, Sicilia e Basilicata, a partire dal XV secolo), né dei giorni nostri — che non lo conosca. Il suo è uno stile di leadership che ha mostrato agli albanesi che solo uniti si vince. Tornato in Albania dopo aver lasciato l’esercito ottomano, riuscì con un pugno di uomini a opporsi ai turchi: il suo insegnamento fu che si può vincere un esercito così forte, resistendo per ben 25 anni. Purtroppo oggi non abbiamo un Giorgio Castriota, io non lo vedo.
Durante la Rinascita Nazionale nell’Ottocento, i patrioti albanesi capirono che la religione li avrebbe divisi. Il poeta Pashko Vasa (Vaso Pasha) coniò un motto celeberrimo: «La fede dell’albanese è l’albanesità». A me ricorda il motto delle manifestazioni di oggi, «L’Albania agli albanesi»: è così?
Sì. L’Albania è un Paese che rispetta molto le religioni e che dà spazio a tutte le religioni. Se dobbiamo sottolineare un lato positivo del Paese è proprio questo. Non c’è il pericolo del ritorno del comunismo, ormai sepolto, né di lotte fratricide tra le varie etnie religiose. Questa tolleranza è espressione di quell’ospitalità, la cosiddetta besa, che fa parte dei valori del popolo albanese. Non si tratta però soltanto dell’eredità del kanun, il codice consuetudinario albanese diffuso tra le montagne durante la dominazione ottomana, ma ormai è qualcosa che è insito nel Dna di noi albanesi. Questa estrema tolleranza tra le religioni sussiste proprio perché prima di ogni altra cosa viene l’albanesità.
L’identità si fonda anche sulla lingua albanese, un idioma indoeuropeo unico e isolato, senza legami con le lingue slave o greche circostanti. Il sentirsi sempre dominati da imperi e potenze straniere, sin dai tempi dei romani e dei bizantini, ha per paradosso rafforzato l’identità nazionale albanese. Il trauma del 1912, con le grandi potenze che all’esito della prima guerra balcanica lasciarono metà della popolazione fuori dai confini, rafforza questo nazionalismo culturale difensivo. È il non voler rivivere quei traumi che spiega la grande mobilitazione di oggi?
Nel 1912, mentre si delimitava la creazione dello Stato albanese nella Conferenza degli ambasciatori a Londra, l’ex primo ministro serbo Vladan Đorđević definì l’Albania un’espressione geografica e, come tale, meritevole di essere spezzata per fornire il pasto alle varie alleanze e soddisfare le due grandi fazioni che si stavano formando prima della prima guerra mondiale. Era una fase in cui l’Impero Ottomano stava dando gli ultimi sospiri. Il popolo albanese ha resistito strenuamente, senza nessun appoggio internazionale, per evitare che l’Albania fosse divisa ulteriormente e cancellata. In questo ci ha aiutato solo l’ex Impero austro-ungarico. Ma alla fine la Macedonia Meridionale e la Ciamuria sono andate alla Grecia. Il Kosovo e la Macedonia occidentale al Regno di Serbia. Il Kosovo occidentale al Montenegro. Questi traumi rivivono oggi con l’imperialismo trumpiano e le sue aspirazioni sull’Albania.
Dunque la Rivoluzione affonda nella storia albanese. Il nodo della terra espropriata — già durante la dominazione ottomana e durante il regime comunista, e poi mai veramente ridata per le pratiche corruttive dei governi degli anni Novanta e seguenti — è una ferita ancora aperta, oggi scoppiata. Il senso della terra, del resto, non è un semplice concetto geografico o economico: è un legame ancestrale, che si esprime attraverso la parola Atdhe (Patria), che letteralmente significa la terra del padre. Da dove nasce questa scissione tra l’uomo e la terra?
Più di una volta nel corso della storia c’è stata questa dolorosa scissione tra l’uomo e la terra. Durante il periodo ottomano e quello comunista, durato quasi 50 anni, la proprietà privata era vietata con legge. Ciò ha portato molti danni non solo dal punto di vista economico ma proprio di disamoramento nei confronti della cosa pubblica: nei primi anni ’90 la prima reazione degli albanesi fu di distruggere tutto quello che era pubblico, perché tutto quello che era pubblico era cattivo, era sinonimo di qualcosa di male. La ferita era fresca e non era ancora guarita. Subito dopo il crollo del regime la proprietà privata è stata ripristinata, ma ancora oggi ci sono molti problemi perché si sono persi tanti documenti del catasto. Dal punto di vista legale e della certezza del diritto è davvero un caos. Gli investitori che si affacciano su un territorio così affascinante, con il mare più bello del mondo, non sanno come investire per questa confusione di ordine normativo. Ci sono cause che durano da tanti anni. Il governo avrà pensato che, avendo difficoltà a ripristinare dall’oggi al domani un ordine, si potesse muovere con delle concessioni cambiando la legge sulle aree protette. Si sbagliava, e ha fatto un passo falso.
Quanto pesa nella memoria collettiva il ricordo degli anni 1990-91 e la crisi inflazionistica del ’97, e quella transizione mai compiuta veramente verso un sistema democratico?
Nei primi anni Novanta ci sono state scosse di assestamento. È arrivato il Partito democratico, la destra, che però non era una vera destra. Perché noi non avevamo mai avuto un regime capitalistico. Siamo passati dal feudalesimo al socialismo, quindi chi era questa destra? Rappresentava gli interessi della destra? La governance di questi partiti, di destra ma anche di quelli di sinistra, non aveva criteri. Anche oggi, con il leader dell’opposizione del Partito democratico Berisha, è così. Io non vedo una voce di destra che parli con la voce della destra. Così abbiamo una sinistra che non è tanto sinistra. E una destra che non è tanto destra. La verità è che dal punto di vista delle istituzioni lo Stato albanese è molto giovane. Stiamo ancora nel processo di costruzione dello Stato, non è mai finita questa fase. L’Albania non è mai stata una democrazia compiuta, la transizione non è mai finita. Basta vedere la legge degli anni ’90 che non è stata interpretata correttamente: sono stati dati terreni a chi non ne aveva diritto.
La terra è sacra perché contiene le ossa degli antenati: il sangue dei padri ha bagnato e difeso quel suolo, e quel suolo deve nutrire il figlio. È anche questo il motivo per cui l’esilio ieri, e l’emigrazione forzata e la diaspora oggi, sono vissuti così male, in un Paese dove la besa e l’ospitalità sono fondamentali?
Io, come tanti albanesi, vivo in un limbo: ogni volta che torno in Albania sono vista come quella che è andata fuori, quando sto in Italia mi vedono come la ragazza albanese, nonostante abbia ottenuto la cittadinanza italiana. Dopo gli anni Novanta gli albanesi sono andati in tutta Europa. Ma tutti, gli albanesi in patria e gli albanesi della diaspora, si riconoscono negli stessi valori: pochi, ma forti e molto identificativi, come l’integrità, che io so riconoscere nei miei connazionali anche in Italia. La besa è la parola data. Ma qual è l’applicazione pratica oggi? La parola data è anche quella dello Stato, che non ha mantenuto la promessa di ridare veramente le terre. Alla base di queste manifestazioni odierne c’è il risentimento, il sentirsi esclusi per quelle decisioni prese sempre dalla politica. Così si sono toccati i valori del Dna albanese e sono emersi sentimenti covati, ma che in realtà ci sono sempre stati. Rama arriva al potere in un momento in cui l’Albania era povera in tutti i sensi. Ha ridato prestigio internazionale all’Albania, ma proprio a causa del fascino del potere esercitato in tutti questi anni si è allontanato dall’albanesità. I problemi, grandi, ci sono anche ora. I miei genitori sono in Italia con me perché non mi fido del sistema sanitario albanese. Li ho portati 15 anni fa, anche perché le pensioni lì sono troppo basse.
Il rebus giuridico-istituzionale sollevato dal tema del resort di lusso sta compromettendo l’entrata dell’Albania nell’UE. Quali dinamiche e conseguenze geopolitiche ci saranno realmente per l’Albania?
Non penso che l’Albania uscirà dall’Unione Europea. L’Albania andrà avanti con fermezza perché per storia, cultura, vicinanza valoriale appartiene alla famiglia europea. Anche se il premier Rama, nonostante cercasse una compliance con l’UE, ha in realtà generato un effetto contrario.
Un aspetto della problematica è di natura ambientale. La riserva naturale della laguna di Vjosa-Narta, celebre habitat di migrazione dei fenicotteri rosa, e un intero ecosistema rischiano di essere fortemente danneggiati già da ora a causa di queste politiche del governo albanese. Anche questo tocca la sensibilità dei giovani albanesi?
Tocca maggiormente il tema della terra. Ma in Albania è crescente anche la sensibilità ambientale, anche grazie all’influenza esercitata sui connazionali dagli albanesi della diaspora.
Dunque, questa non deve essere un’occasione persa per l’Albania di cambiare sistema politico-istituzionale, pratiche democratiche, standard ambientali e stato di diritto. In fondo, proprio quando qualcosa sembra allontanarsi è il momento di prenderlo e fare uno slancio in avanti: lei è speranzosa sulle sorti del suo Paese?
Sì, sono speranzosa. Confido molto nel carattere dell’Albania, nei suoi valori che, nonostante il tempo e la massiccia emigrazione, ha mantenuto vivi. Sono meno speranzosa per le prospettive demografiche dell’Albania. Tanti giovani, quando sto in Albania, mi dicono che vogliono andare all’estero. È l’unico dato che mi preoccupa. Insieme alla poca propensione a fare figli. Comunque, queste manifestazioni dimostrano che non è morto il senso civico. E questo mi rincuora.
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Dalle parole di Daniela capiamo bene come la Rivoluzione dei fenicotteri affondi le sue radici nella profondità della storia albanese. Una storia fatta di dominazioni, imperi stranieri e spartizioni da parte di potenze straniere, che non hanno però impedito all’Albania di preservare un suo carattere identitario molto forte e legato a un nucleo valoriale che ruota intorno alla terra. È l’unità, la solidarietà e la fratellanza di tutto il popolo albanese intorno alla terra — alla terra dei padri che hanno combattuto nel corso dei secoli per l’indipendenza dell’Albania — che ha permesso a questo Paese di resistere di fronte alle continue sfide della storia.
La rivolta ambientale è così diventata qualcosa di più grande: una protesta generalizzata contro tutta la classe politica, che chiede riforme ad ampio spettro delle istituzioni, dello stato di diritto, della democrazia e degli standard ambientali. Ma sotto le rivendicazioni più recenti resta quella ferita antica, la stessa che porta in piazza anche chi, come il nonno di Ervan, la sua terra non l’ha mai riavuta. È per questo che, dall’Albania alle piazze della diaspora, oggi i manifestanti gridano una cosa sola: «È l’Unione Europea la nostra casa».




