Cosa significa oggi la parola “ebreo”? Nel discorso pubblico, troppo. Su di essa si accumulano immagini, paure e accuse che vanno oltre le persone concrete, le storie diasporiche, le tradizioni religiose e culturali, fino a confonderla con Israele, Gaza, l’esercito, l’occupazione. La parola non distingue più. Comprime.
Questa fusione non è prodotta solo dall’antisemitismo di chi guarda, ma anche dalla forma politica assunta dallo Stato israeliano. Quando uno Stato si appropria del nome di un popolo globale, sposta il significato pubblico dell’ebreo dalla religione alla geopolitica, dalla diaspora alla forza militare. Occorre partire da qui. Non per accettarlo, ma per comprendere come Israele abbia reso possibile quella sovrapposizione.
Questo è solo uno dei fattori in gioco. L’antisemitismo ha molte matrici: complottismo, crisi identitarie, radicalizzazioni religiose, algoritmi dei social media, eredità storiche. Non si riduce a un effetto della politica israeliana. Eppure, una configurazione specifica, quella che colpisce gli ebrei come surrogati di uno Stato lontano, merita un’analisi autonoma, perché nel dibattito italiano resta invisibile, soffocata dall’ossessione per la distinzione tra antisemitismo e antisionismo.
Il problema non è solo che alcuni confondono gli ebrei con chi governa Israele. È che questa confusione è stata, in parte, politicamente prodotta. Specialmente sotto i governi ultranazionalisti recenti, ma dentro una logica più antica dello Stato israeliano. Omer Bartov, storico israeliano cresciuto in un kibbutz ed ex soldato dell’IDF, ha ricostruito nel suo ultimo libro come il sionismo si sia trasformato da promessa di emancipazione ebraica in ideologia statale di esclusione etnica. È dentro questa trasformazione che Israele non si presenta soltanto come uno Stato democratico abitato da ebrei, musulmani, cristiani e drusi, ma come il rappresentante del popolo ebraico in quanto tale. Questa pretesa ha compresso la diaspora dentro la forma-Stato trasformando l’ebraicità in un principio di legittimazione.
Per decenni questa identificazione ha funzionato come corazza morale: criticare Israele equivaleva ad attaccare gli ebrei, mettere in discussione il sionismo negava la sicurezza ebraica, denunciare la violenza dello Stato riattivava l’antisemitismo europeo. La memoria della persecuzione è stata incorporata nella grammatica della sovranità israeliana.
Ma ogni corazza espone. Se Israele parla in nome degli ebrei, se gli alleati occidentali ripetono che la sicurezza di Israele è la sicurezza ebraica, se ogni critica allo Stato viene ricondotta all’odio antiebraico, allora lo Stato trascina gli ebrei nel campo percettivo delle proprie azioni. Non perché siano responsabili. Ma perché Israele ha lavorato per rendere quella distinzione meno visibile.
Israele ha così esposto gli ebrei del mondo al contraccolpo simbolico delle proprie politiche. Anna Foa, in Il suicidio di Israele, mostra come la costruzione dell’identità israeliana abbia inciso anche sulla diaspora. Nella percezione esterna, ebrei e israeliani sono diventati sempre più indistinguibili. Che viva a Brooklyn, Buenos Aires, Roma o Madrid, l’ebreo diventa Israele nello sguardo di chi non vede. È qui che il problema diventa politico: l’ebreo diasporico, spesso estraneo a Israele e talvolta critico verso di esso, rischia di diventare il bersaglio accessibile di uno Stato percepito come lontano, armato, intoccabile.
Dire “non bisogna essere antisemiti” è giusto, ma incompleto. Serve interrogare la macchina storica e politica che ha reso lo slittamento possibile. Se l’ebreo viene percepito come Israele, non basta correggere il linguaggio di chi sbaglia; occorre smontare le strutture che hanno reso quello sbaglio socialmente disponibile.
Questa non è una giustificazione. È una spiegazione, seppur parziale, di una configurazione specifica. Non si vuole assolvere l’antisemitismo mostrando che Israele contribuisce alla sua riattivazione. Il punto è, piuttosto, che Israele ha legato il proprio destino politico al nome degli ebrei, e oggi gli ebrei ne pagano ingiustamente il prezzo simbolico.
Judith Butler ha insistito sulla necessità di separare ebraicità, sionismo e Stato. Non è un esercizio astratto; è una necessità politica. Significa riconoscere tradizioni ebraiche diasporiche, antisioniste, post-sioniste, socialiste, laiche, universaliste, critiche verso il nazionalismo israeliano. Significa impedire che uno Stato sequestri un’appartenenza e la trasformi in principio di sovranità.
La critica a Israele deve colpire anche questo: non solo l’occupazione, la guerra, l’apartheid, ma la cattura politica dell’ebraicità. Finché Israele si presenterà come il corpo politico degli ebrei, gli ebrei saranno trascinati nel campo delle sue azioni. E finché i suoi difensori identificheranno ogni critica allo Stato con l’odio antiebraico, alimenteranno paradossalmente l’equivalenza che dicono di voler combattere.
Finché Israele si presenterà come il corpo politico degli ebrei, gli ebrei saranno trascinati nel campo delle sue azioni




