Berlino, agosto 1961: quando attraversare un confine poteva costare la vita. Un ricordo che interroga i figli di Schengen, per cui viaggiare senza frontiere è la cosa più naturale del mondo

Un muro, per sua natura, ha due lati. Questo valeva anche per il Muro di Berlino. Per via delle abitudini mentali maturate nella Germania di Adenauer, allora non avevamo il minimo dubbio di trovarci, noi dell’Ovest, dalla parte buona del muro; dall’altra, quella cattiva, sembrava invece regnare una condizione infernale, o comunque ben poco cristiana. Dalla Repubblica Democratica Tedesca, però, arrivava tutt’altra musica: solo al riparo del vallo di protezione anti-imperialista i cittadini avrebbero potuto far trionfare pacificamente il loro socialismo. Vista così, il Muro, caso unico, avrebbe avuto due lati buoni. Dipendeva soltanto dalla parte da cui lo si guardava.

Ma nel 1961 non tutti i cittadini della Ddr sembravano convinti di vivere dalla parte giusta, e molti tentarono la fortuna nel presunto Occidente dorato. La costruzione del Muro bloccò quasi del tutto, per i ventotto anni successivi, la cosiddetta “fuga dalla Repubblica”. All’epoca studiavo alla Freie Universität di Berlino Ovest. Domenica 13 agosto 1961, il confine che attraversava Berlino cominciò a trasformarsi in un muro. Fu uno dei pochissimi miracoli compiuti dal presidente del Consiglio di Stato della Ddr, Walter Ulbricht. In un primo momento l’intera città rimase come paralizzata; dovemmo stropicciarci gli occhi per renderci conto di che cosa fosse accaduto. Il lunedì ci incontrammo all’università, altrimenti deserta per le vacanze, per discutere degli eventi e scambiarci notizie. La città brulicava di voci: carri armati, guerra mondiale, colpo di Stato e carestia venivano annunciati e subito dopo smentiti. Cominciò a diffondersi un senso di impotenza.

Dal nostro punto di vista, nei giorni successivi, la conseguenza più concreta della costruzione del Muro fu che numerosi compagni di università provenienti dall’Est non potevano più venire a studiare alla Freie Universität, nell’Ovest. La cosa colpiva in modo particolarmente duro gli studenti degli ultimi semestri e i dottorandi. Dopo lunghe discussioni arrivammo alla conclusione che toccasse a noi fare qualcosa: gli studenti di una Libera Università dovevano aiutare i colleghi “al di là” a passare di qua, verso la libertà. Lo pensavamo davvero: era un dovere morale. C’erano però alcuni problemi pratici da risolvere. Per noi studenti provenienti dal territorio della Germania Ovest era relativamente semplice entrare nel settore orientale con una carta d’identità occidentale; mentre con un documento da residente a Berlino Ovest, invece, ciò non era più possibile.

Eravamo pochi, noi studenti della Germania Ovest rimasti a Berlino nel pieno delle vacanze estive, e solo noi potevamo provare a contattare, a Berlino Est, i compagni di studio che conoscevamo. Nelle nuove circostanze, dall’altra parte sembrava essersi imposta una sola parola d’ordine: via di qui, e in fretta. Ma dall’oggi al domani quel proposito era diventato quasi impossibile. Restavano, tuttavia, piccole falle nel sistema, di cui si parlava soltanto sottovoce. Nessuno sapeva per quanto tempo sarebbero rimaste inosservate. Si poteva, ad esempio, andare a Berlino Est la mattina. Al posto di frontiera, di solito alla Stazione di Friedrichstrasse, si riceveva un lasciapassare per visitare la capitale della Repubblica Democratica Tedesca. Poi si comprava un biglietto per il teatro, per la sera, ma già a mezzogiorno si rientrava nell’Ovest. Mostrando il biglietto del teatro, si poteva conservare il lasciapassare per la visita serale. La sera poi, al passaggio di frontiera, ci si faceva rilasciare un nuovo lasciapassare, e così ci si ritrovava con due esemplari validi.

Durante una visita comune a teatro, uno dei due lasciapassare poteva essere consegnato a un compagno o a una compagna di università. Ma non bastava: con un documento della Ddr ormai, non si poteva più attraversare il passaggio di Friedrichstrasse per entrare a Berlino Ovest. Serviva anche una carta d’identità della Germania federale. Non ricordo più quanti studenti della FU provenienti dalla Germania Ovest riuscimmo a contattare in quei giorni, chiedendo loro se fossero disposti a sacrificare la propria carta d’identità. In fondo, si poteva continuare a vivere anche solo con il passaporto. Ma non era il genere di argomento di cui si potesse parlare con chiunque. Alla fine, comunque, riuscimmo a mettere insieme una dozzina di quei documenti grigi e flosci.

In un ufficio dell’istituto di Germanistica eravamo riuniti in pochi, non più di una manciata di studenti, e non stavamo affatto lavorando alla traduzione del Kudrunlied dal tedesco primordiale, bensì a un uso – diciamo così – alternativo delle carte d’identità. Poiché nessuno ce lo impediva, potevamo ricavare dai fascicoli d’immatricolazione le fototessere dei compagni che ci avevano chiesto aiuto. Nessuno di noi sapeva falsificare documenti con perizia e all’epoca non si poteva ancora consultare rapidamente Internet. Per fortuna, le carte d’identità occidentali erano fatte di un materiale su cui si poteva cancellare, con cautela, e le fotografie non erano timbrate. A guardarle con attenzione, le nostre contraffazioni sarebbero state facili da riconoscere. Ricordo un ostinato puntino sulla i, che non si adattava al nuovo nome che volevamo inserire nella carta d’identità. Alla fine avevamo cancellato e ricancellato così a lungo che, al posto del puntino, si era formato un buco. Per chiuderlo, tagliai un piccolo angolo dalla mia vecchia patente, fatta dello stesso materiale floscio, lo inumidii e lo applicai sotto il foro come meglio potei. L’angolo mancante della mia patente mi ricorda ancora oggi quell’azione. Ripensandoci, è davvero un miracolo che i nostri tentativi dilettanteschi di aiutare alcuni compagni di università a lasciare illegalmente la RDT abbiano funzionato, almeno per un certo periodo.

Quella serata all’Opera Unter den Linden non la dimenticherò mai. La bionda germanista Uschi mi aspettava già davanti all’ingresso. Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare quale opera effettivamente vedemmo. Più tardi mi è piaciuto raccontare che si trattasse de Il ratto dal serraglio, di Mozart, ma non potrei giurarlo. L’aria “…e stringere le gole…” sarebbe stata in ogni caso perfetta: ci avrebbe preparati, se non altro nello spirito, all’imminente passaggio di frontiera.

Oggi il Tränenpalast, il “Palazzo delle Lacrime” alla Friedrichstrasse, appare alto e spazioso. Io, invece, ricordo soltanto baracche di legno basse e buie, illuminate da lampadine nude: lì bisognava sottoporsi al rituale piuttosto opprimente dei controlli della polizia di frontiera della RDT. Per prima cosa si doveva dimostrare la propria identità a uno sportello e presentare un lasciapassare valido. Fin lì, per me, non c’erano problemi. Dopo l’esame scrupoloso del funzionario di frontiera arrivava il momento in cui bisognava consegnare il documento. Spariva su un nastro trasportatore e usciva dal nostro campo visivo. L’attesa che seguiva, di durata impossibile da prevedere, rimane uno dei ricordi più impegnativi delle mie visite nella Ddr. In quella stanza si era in trappola. Senza documento non si poteva né andare avanti né tornare indietro. La sala d’attesa era perciò una specie di purgatorio. Di solito si stava in piedi; nessuno tra i presenti osava scherzare e tantomeno lamentarsi per la durata dell’attesa, perché ci si sentiva osservati in continuazione.

La fantasia faceva capriole, immaginando che cosa, a torto o a ragione, avrebbe potuto esserci imputato in quella situazione. Così, sudando, ci si preparava mentalmente a possibili risposte per eventuali domande delle guardie di frontiera. Inoltre, nelle sale d’attesa anguste faceva quasi sempre troppo caldo. Quando poi veniva chiamato il proprio nome, non bisognava assolutamente mostrare gioia, sollievo o qualsiasi altro moto dell’animo che potesse destare sospetti. “Impassibili”, si ritirava il documento e si superava l’ultima barriera.

Sul binario della stazione di Friedrichstrasse aspettavo che anche la bionda germanista riemergesse da quell’anticamera dell’inferno. Non ricordo minuti più lenti di quelli, finché non la vidi salire verso il binario con passo un po’ incerto. Osò appena accennare un sorriso. Aspettavamo la S-Bahn per l’Ovest, e di nuovo ogni minuto si allungava all’infinito. Nel frattempo, infatti, pattuglie doppie di Volkspolizisten, con i loro cani, passavano e ripassavano lungo il binario osservando con attenzione i viaggiatori diretti a Ovest. Qualcuno aveva avuto dei sospetti? Io sapevo quanto sarebbe stato facile scoprire le nostre falsificazioni. Allegri occidentali, reduci da una serata piacevole ed economica a Est, salivano sulla S-Bahn semivuota per tornare a Ovest. Noi, però, non avevamo ancora alcuna voglia di festeggiare. All’inizio il treno avanzava molto lentamente attraverso il territorio della Rdt, lungo la Sprea, mentre fuori continuavano a pattugliare le guardie di frontiera con i cani. Se qualcuno avesse dato l’allarme, il treno avrebbe potuto ancora essere fermato.

Si poteva tirare un sospiro di sollievo solo all’ingresso della stazione S-Bahn di Bellevue, ormai nell’Ovest. Ogni volta che ora percorro quel tratto ripenso al batticuore del 1961. La falla dei doppi lasciapassare fu presto scoperta e chiusa; il Muro rimase sigillato per i ventotto anni successivi. Molti tentativi avventurosi di superarlo finirono tragicamente. Oggi tutto questo suona come una fiaba nera per i giovani cittadini di Schengen, che senza controlli di frontiera possono viaggiare in lungo e in largo attraverso un’Europa aperta e libera, da Amsterdam ad Atene e da Lisbona a Riga, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Poco più di 65 anni fa non era possibile. Forse è proprio per questo che è importante raccontarle, ai giovani, queste vecchie storie.

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