La vita degli immigrati in Italia è sempre più costellata di voragini che li stringono all’interno di un sistema alienante, costringendoli a rimanere in sospeso, privandoli di ambienti dignitosi, progetti e percorsi positivi. È quanto emerge dalla ricerca condotta da Maurizio Alfano, scrittore e attivista di campagne per la difesa dei diritti dei migranti, dal titolo Migranti e repressione. Il sistema delle colonie indirette, di prossima pubblicazione per la casa editrice Sensibili alle foglie. Eccone qualche anticipazione.
Ne parliamo con l’autore.
Le politiche sui migranti del governo Meloni, da una parte, limitano le richieste di cittadinanza, dall’altra portano all’internamento soprattutto di cittadini stranieri, anche nelle colonie penali ancora presenti in Italia. Queste misure colpiscono in particolare i migranti considerati “in esubero” o non conformi alle norme sui permessi di soggiorno, per i quali si stanno sviluppando nuove forme di strutture detentive assimilabili a colonie penali. Dove sono attualmente collocate in Italia le colonie penali e in che modo vengono legittimate dall’Istituzione italiana?
Intanto cosa sono. Le colonie penali sono luoghi lontani da tutto. Uno spazio profondamente contraddittorio del sistema penitenziario italiano, che a volte serve a collocare ciò che non si sa dove mettere. Queste alcune delle conclusioni alle quali giunge il gruppo di lavoro che ha realizzato il docufilm Nella colonia penale, prodotto dalla casa di produzione cagliaritana Mommotty, con il sostegno del ministero Cultura, della Regione autonoma della Sardegna e della Sardegna film commission. Luoghi questi, dove sulla base di un residuo arcaico del sistema penitenziale italiano, si opera l’odierna sperimentazione della pluricarcerazione che si articola attraverso le carceri, i Cpr e le quattro colonie penali ancora operanti in Italia, di cui tre in Sardegna e una sull’isola di Gorgona, in Toscana. Il sistema di internamento dei migranti avviene attraverso il cosiddetto Codice Rocco, quale misura di sicurezza detentiva volta a gestire soggetti considerati socialmente pericolosi o delinquenti abituali. Fattispecie normativa sovrapponibile al pregiudizio in danno dei migranti che vivono nei campi ridefiniti come colonie penali, dove confinare chi, in assenza di reati, per le Prefetture locali, diventa motivo di turbativa dell’ordine e della sicurezza pubblica e causa di particolare degrado caratterizzata dalla massiva concentrazione di cittadini stranieri. Luoghi dunque, sui quali agire repressione e controllo.
Cosa si intende per “colonie indirette” e chi sono i destinatari?
Il sistema delle colonie penali indirette prende forma attraverso la pratica della rifunzionalizzazione dei campi formali e informali che da anni ha cristallizzato le condizioni di degrado di questi luoghi, sperimentandovi anche il dispositivo del confinamento. I destinatari di questa misura di sicurezza secondaria, così possiamo definirla, sono lavoratori stranieri delle cui condizioni di degrado il relatore speciale Onu sulle forme di schiavitù contemporanea, già nel rapporto sulla sua visita in Italia nel 2019, evidenziava che parte di questi viva in insediamenti informali, raccomandando all’Italia di eliminare la marginalizzazione fisica e sociale in loro danno. In questa direzione, anche il Piano triennale di contrasto al caporalato 2020-2022, nella parte in cui individua, per i lavoratori migranti, l’uso del patrimonio pubblico, confiscato alle mafie, o la riqualificazione dei borghi rurali. E invece, in contrasto con le conclusioni Onu e del Piano triennale, si opera ancora, dopo 8 anni e 200 milioni di euro spesi, attraverso la rifunzionalizzazione e costruzione di ulteriori campi di segregazione nelle Regioni del Sud, utilizzando risorse che nel loro intento ne dichiarano il superamento. Si vuole così superare la precarietà dei campi attraverso soluzioni temporanee. Ma c’è una contraddizione in termini: da una parte vengono create norme più dure e repressive, dall’altra queste norme hanno bisogno di spazi “neutri” dove essere applicate, cioè luoghi che non sembrino direttamente controllati dallo Stato o dall’esercito. Per questo vengono usati i campi per lavoratori stranieri, che però finiscono per funzionare come colonie penali nascoste, cioè luoghi di controllo e isolamento simili a carceri, anche se non dichiarate ufficialmente tali.
Possiamo parlare di una similitudine dei campi destinati all’accoglienza dei lavoratori stranieri con il sistema delle colonie penali di concezione ottocentesca operanti in Europa?
Sì. È un nuovo strumento di controllo e confinamento che segrega di fatto oltre 10mila persone, così come emerge dalla prima indagine nazionale sulle condizioni abitative dei migranti impiegati in agricoltura, realizzata dal ministero Lavoro e delle Politiche sociali. Sono luoghi di privazione di diritti e dignità destinati, nella maggior parte dei casi, a lavoratori migranti, prime vittime di questa infamia nazionale.
Se si sommano i migranti rinchiusi nei Cpr, quelli presenti nelle colonie penali e gli stranieri detenuti nelle carceri italiane, esclusi i cittadini dell’Ue, emerge che il sistema dei campi arriva a segregare quasi tante persone quanto l’intero sistema carcerario destinato ai migranti. La mia ipotesi è che le istituzioni e il sistema economico abbiano interesse a mantenere questi luoghi che non servono solo come soluzioni temporanee ma diventano strumenti di confinamento, esclusione dai diritti e controllo della manodopera agricola, in modo simile alle colonie penali. In questo modo i migranti subiscono segregazione e sfruttamento, quale forma di detenzione aggiuntiva.
In che modo i censimenti e la gestione dei campi diventano strumenti di controllo e sorveglianza?
Una funzione di controllo e sorveglianza dunque, esplicitata attraverso la trasformazione dei campi. I dati raccolti con i censimenti possono infatti essere usati per identificare, registrare e monitorare le persone. L’obiettivo è sia quello di conoscere quanti migranti vivono in questi luoghi, sia controllarne gli spostamenti e delimitarne gli spazi di vita. Questi luoghi servono inoltre a confinarli in condizioni di esclusione sociale, in spazi sorvegliati e separati dai centri urbani, dove vengono concentrati soprattutto coloro che non rientrano pienamente nelle regole imposte dallo Stato per restare sul territorio.
Si tratta di luoghi in cui degrado e disumanizzazione vengono amministrati e gestiti, spesso attraverso organizzazioni del Terzo settore. In questi spazi si contiene il disagio abitativo e psicologico, ma allo stesso tempo vengono limitati o addirittura negati diritti e accesso ai servizi fondamentali.
Una modalità apparentemente temporanea di reclusione che cela però l’attivazione di sistemi di controllo e repressione permanenti, proprio come nelle colonie penali.




