Per battere Meloni non basta opporsi. Bisogna costruire un campo proprio, con proposte e identità

A Venezia ha vinto Simone Venturini al primo turno, oltre il 50%, undici anni dopo l’arrivo di Brugnaro a Ca’ Farsetti. Andrea Martella si è fermato sotto il 40%, quando Bidimedia e Tecnè lo davano avanti di sei punti. Tredici punti di scarto contro un vantaggio atteso: la fotografia di un’illusione costata cara.

Due mesi fa, il 23 marzo, era stata Elly Schlein a dichiarare dal Nazareno che «c’è già una maggioranza alternativa al governo». Il No alla riforma Nordio aveva incassato il 53,7% con un’affluenza del 58,9%, quindici milioni di voti contro la separazione delle carriere. Conte aveva rilanciato le primarie del campo largo. Sembrava un trionfo capace di riempire da solo i mesi successivi.

Solo che quei quindici milioni non erano un elettorato. Erano una somma: magistrati e accademici, ex astenuti rientrati, giovani in cabina per la prima volta. Una mobilitazione di merito su un contenuto costituzionale, dove il 31% del No invocava il contrasto a Meloni e il 39% parlava di sorteggio del CSM. Trasformarla in capitale di coalizione era operazione contabile, mai politica.

L’affluenza di ieri lo ha detto meglio di ogni commento: 60,06% complessivo, cinque punti in meno della tornata precedente. A Venezia 55,87%, sei punti sotto il 2020. L’onda referendaria non si è trasferita: ieri si è dispersa un bel po’.

Per battere Meloni non basta opporsi. Bisogna costruire un campo proprio, con proposte e identità. Altro che facce da primarie. Il centrosinistra ha incassato troppo presto un voto prestato, non regalato. Resta da capire se saprà restituirlo in proposta o se vorrà rivendicarlo ancora. Di tempo ce n’è, ora bisogna scoprire se c’è anche la voglia e le capacità.

Buon martedì.

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