«Certo che è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale.» Guido Crosetto, Camera, 5 marzo, sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. Da lì il governo si è battuto su un fronte solo: dimostrare che dalle basi americane partivano soltanto voli tecnici. Quando a giugno il segretario della Nato Mark Rutte ha detto che cinquecento aerei erano decollati da qui, la Difesa ha replicato in giornata che era «un messaggio totalmente fallace», e lui si è offerto di elencarli in aula uno per uno. Il 25 giugno li aveva già contati, dal 28 febbraio al 23 giugno.
Contare gli aerei degli altri gli riesce benissimo. A contare i nostri soldati ha dovuto pensarci un giornale. Dalla seconda metà di marzo l’Italia tiene in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein la Task Force Air-Arabia: quattrocento militari dell’Aeronautica per il sito della Difesa, almeno settecento per Repubblica, con Eurofighter, radar volanti e batterie Samp-T in un paese sotto i missili. La scheda 4 della delibera missioni 2026 autorizza Emirati, Kuwait, Bahrein e Qatar. L’Arabia Saudita non c’è, e non c’era neanche a maggio, alla consegna della delibera.
E il 13 marzo, al Quirinale, il Consiglio supremo di difesa metteva a verbale che il sostegno ai paesi del Golfo avveniva «in base a missioni in atto e già autorizzate dal Parlamento». Pochi giorni dopo partivano i trasferimenti.
Sarebbe bastato che Crosetto e Antonio Tajani tornassero in aula come a marzo. Mezza giornata per smentire Rutte l’hanno trovata subito. Per i loro quattrocento dell’Aeronautica c’è voluto un giornale.
Buon venerdì.




