Una sentenza non restituisce un figlio, è solo un alito dentro il dolore, eppure ieri sera a Roma ha rimesso in piedi la verità giudiziaria. La Corte d’Assise ha condannato a 10 anni tre ufficiali della National Security egiziana per il sequestro di Giulio Regeni, 3.890 giorni dopo il ritrovamento del suo corpo torturato. L’omicidio è caduto, il sequestro resta e porta la divisa di un altro Stato.
Però il passato resta, conviene tenerlo sempre in tasca, con la mandria di chi su Giulio ha pasteggiato: Maurizio Gasparri (Forza Italia) che nel 2021 prestava la faccia a un documentario egiziano che dipingeva Regeni come pedina dei Fratelli musulmani, per insinuare su Cambridge e sulla Procura di Roma; il Giornale che nel 2017 annunciava “un’altra verità”, quella di un ricercatore che sarebbe stato usato dagli 007 britannici. E c’è chi ad al-Sisi ha retto il vassoio: Antonio Tajani che nel 2023 tornava dal Cairo garantendo «nessuna reticenza da parte egiziana», mentre l’Egitto negava perfino gli indirizzi degli imputati, tanto che per processarli è servita la Consulta.
E poi c’è il futuro, che da ieri è un obbligo: Palazzo Chigi, costituendosi parte civile, scrisse che quel crimine aveva colpito “la comunità nazionale”, e adesso tocca al governo pretendere dal Cairo tre funzionari condannati per aver sequestrato un cittadino italiano. Cosa c’è di più sovranista? Lo sanno bene loro, che di nazione campano. A inizio settembre Tajani era da al-Sisi e l’invito per Giorgia Meloni per un altro amichevole incontro è già partito: una sentenza ci sta comoda in valigia, basta volerla portare.
Buon martedì.




