Sarah Davachi, compositrice canadese nata nel 1987, rappresenta oggi uno dei punti di riferimento della sperimentazione applicata alla musica. Organista, polistrumentista, Davachi arriva a Venezia conquistando il Leone D’argento per la Biennale Musica (la cerimonia si terrà lunedì 12 ottobre alle 12, a Ca’ Giustinian, Venezia). Questo è un riconoscimento importante che arriva dopo una serie di lavori dal vivo e su disco. Infatti, è questa sua esperienza performativa che la rende una comunicatrice indispensabile. In questa intervista la Davachi affronta una serie di tematiche che girano attorno alle sue innumerevoli esperienze.
Come si è avvicinata all’organo e quando ha iniziato a studiarlo a livello professionale?
Ho studiato pianoforte classico per tutta la giovinezza e, verso la fine dell’adolescenza – proprio quando ho smesso di prendere lezioni formali –, ho iniziato a sviluppare un interesse istintivo per la composizione e il suono. Desideravo creare un tipo di sonorità particolare; all’epoca non sapevo esattamente quale fosse, ma capivo che il pianoforte non era lo strumento adatto a me. Quasi per caso, proprio in quel periodo, ottenni un lavoro presso un museo di strumenti musicali nella mia città natale, Calgary, in Canada. Lì scoprii l’organo e mi resi conto che, grazie alla sua capacità di sostenere il suono, potevo realizzare una sonorità armonica ricca di armonici ed effetti psicoacustici fondamentali per la mia musica. Era il 2007; il primo brano che ho composto formalmente per organo risale invece al 2011, nell’ambito della tesi di master che stavo svolgendo al Mills College.
Come concilia i fenomeni psicoacustici con la sua attività di compositrice ed esecutrice?
Credo che la mia musica presenti due aspetti: le note sulla partitura, per così dire, e il suono complessivo. Quest’ultimo include un elemento che scaturisce naturalmente dalle caratteristiche acustiche e timbriche del suono stesso nel momento in cui interagisce con lo spazio fisico. È qui che entrano in gioco gli effetti psicoacustici, che si manifestano sotto forma di armonici calcolati intenzionalmente, toni di combinazione casuali o fenomeni come i battimenti. Gestisco questi elementi sia in fase di composizione, integrandoli come materiale musicale, sia in tempo reale durante l’esecuzione, spesso in funzione delle caratteristiche acustiche dello spazio in cui si tiene il concerto. Anche l’accordatura riveste un ruolo centrale nella mia pratica, incidendo in modo significativo sulla stratificazione degli armonici che emergono al di sopra della musica scritta.
Qual è la sua opinione sul minimalismo?
Mi considero una compositrice minimalista, partecipe di una ricca tradizione compositiva che occupa un posto di rilievo nella storia della musica sperimentale negli Stati Uniti, e in particolare in California. Non amo la maggior parte delle etichette attribuite alla mia musica (come “ambient”, per esempio), ma “minimalismo” è un termine che condivido appieno. Credo che colga molti degli aspetti concettuali, strutturali ed estetici della mia musica, e mi sento perfettamente a mio agio a inquadrarla nel contesto del minimalismo.
Cosa pensa di John Cage invece?
Non amo tutta la musica di John Cage, ma ritengo che, sul piano concettuale, egli abbia esercitato una delle influenze più significative sul mio stile compositivo. Gran parte della musica da camera che scrivo incorpora elementi aleatori che consentono agli esecutori di prendere piccole decisioni sul momento: ad esempio, la possibilità di scegliere tra due altezze in un dato istante o di disporre di un intervallo di circa 30 secondi per passare da una nota all’altra; il risultato è che, a ogni esecuzione, la musica risulta leggermente diversa. Scrivere in questo modo coinvolge gli esecutori anche come ascoltatori attivi, un altro aspetto della composizione che Cage ha contribuito in modo determinante a definire. Dunque, sì: credo che Cage abbia avuto un’influenza concettuale fondamentale sul modo in cui concepisco l’uso del caso nella mia musica.
Qual è la storia dietro il suo album d’esordio, Barons Court ?
Barons Court è il mio primo album nel senso che è stata la prima volta in cui ho concepito un disco in modo deliberato e intenzionale, anziché limitandomi a raccogliere brani composti nello stesso periodo, come era accaduto per i vari EP e le cassette pubblicati in precedenza. Il brano di apertura è stato l’ultimo che ho composto durante gli studi al Mills College; gli altri sono nati per lo più l’anno successivo, mentre vivevo a Vancouver, utilizzando anche materiale sonoro derivante da alcune residenze artistiche svolte in Europa nel 2013.
Credo che Long Gradus sia una delle sue opere più complesse e ambiziose; potrebbe parlarmene?
Sì, Long Gradus è stato composto nell’ambito di una residenza artistica con il Quatuor Bozzini, un eccezionale quartetto d’archi con sede a Montréal, in Canada. Il processo di scrittura è stato unico sotto diversi aspetti. Innanzitutto, ho potuto lavorare al brano insieme all’ensemble fin dalla fase degli abbozzi, ascoltando la resa acustica della composizione mentre prendeva forma e reagendo di conseguenza. È una situazione sempre più rara, specialmente quando si collabora con ensemble di grande prestigio: poter ascoltare come suonano i propri schizzi e modellare il brano di conseguenza. Facevo parte della coorte del 2020, quindi la nostra residenza è stata inevitabilmente posticipata al 2021 a causa della pandemia. Questo, in sostanza, mi ha concesso un anno in più per lavorare al brano, oltre a uno spazio mentale che ha favorito un ritmo più lento. Credo che fosse un’opera che desideravo scrivere da tempo, ma per la quale non avevo mai avuto realmente l’opportunità, né il tempo e lo spazio necessari. Ha rappresentato il punto di partenza concettuale per praticamente tutta la musica da camera che ho composto in seguito. Come ho già accennato, il brano è concepito in modo da lasciare agli esecutori un certo margine di discrezionalità: possono scegliere tra le due o tre altezze che propongo e godono di una certa flessibilità anche per quanto riguarda le tempistiche. Ciò nonostante, l’opera mantiene una solida integrità strutturale;
In “Antiphonals2” esplora sonorità contemporanee combinandole con la logica improvvisativa del passato; l’intero album spazia tra strumenti a tastiera che vanno dal pianoforte al Mellotron. Può spiegare perché ha scelto di utilizzare tutti questi strumenti?
Come ho già detto, sono cresciuta suonando il pianoforte e ho lavorato per circa un decennio presso un museo di strumenti musicali che, all’epoca, era dedicato principalmente agli strumenti a tastiera. Per me la tastiera non è uno strumento in sé, quanto piuttosto un’interfaccia, un modo per selezionare altezze sonore che possono poi essere assegnate a tipologie di strumenti molto diverse tra loro. Ad esempio, il pianoforte e il clavicembalo sono entrambi strumenti “a tastiera”, ma producono il suono e si articolano in modi profondamente differenti. Di conseguenza, come musicista mi considero una tastierista in senso lato: qualcuno che utilizza la tastiera come punto di accesso, ma che è altrettanto affascinato dalle differenze tra i vari strumenti. La maggior parte dei miei album sono progetti di più ampio respiro, che coinvolgono diverse categorie di strumenti e numerosi musicisti; tuttavia, di tanto in tanto realizzo dischi interamente eseguiti da me e, in quei casi, la strumentazione è composta quasi esclusivamente da tastiere. Quell’album include pianoforte, organo, sintetizzatore, clavicembalo, organo elettrico (Hammond) e Mellotron; l’organo Hammond e il Mellotron sono, al momento, i miei due strumenti elettronici preferiti.
Cosa ha provato quando ha saputo di aver ricevuto il Leone di Venezia?
È stato un vero shock, perché non avrei mai immaginato che potesse accadere a me; sono passate solo poche settimane tra la notizia che ero tra i candidati e quella dell’assegnazione del premio. I riconoscimenti non sono molto comuni nel mondo della musica sperimentale e, quando vengono conferiti, di solito sono legati a un album specifico. Ricevere il Leone d’Argento è per me qualcosa di incredibilmente significativo, soprattutto perché rappresenta un riconoscimento dell’intero mio percorso artistico: da dove sono partita fino al punto in cui mi trovo oggi. Ricevere questo premio mi ha dato una splendida conferma, sia come compositore che come interprete, del fatto che il mio lavoro arriva alle persone e ha un valore; è un aspetto che a volte si tende a dimenticare quando si è isolati nell’ambiente dello studio. È stato inoltre una grande gioia ricevere la notizia del riconoscimento con così tanto anticipo rispetto alla cerimonia vera e propria: ho avuto quasi un anno intero per godermi questa esperienza!
Cosa farà dopo Venezia?
Dopo Venezia, continuerò a portare in tournée il mio nuovo album ancora per un po’. Prima della fine dell’anno, porterò a termine diversi progetti a casa, tra cui un nuovo album, i preparativi per quello successivo e alcune commissioni per ensemble. Amo il lavoro che svolgo e voglio semplicemente continuare a farlo e a svilupparlo ulteriormente. La Biennale Musica di quest’anno è diretta come quella precedente, da Caterina Barbieri. In questa edizione, la Barbieri sorprende per il suo entusiasmo verso l’estremo contemporaneo e per una visione assolutamente funzionale di ciò che è certa musica di ricerca. Già l’idea di assegnare il Leone d’oro a Keiji Haino e quello d’argento a Sarah Davachi delineano proprio questi aspetti di commistioni di linguaggi e di sintesi sonore. Diversi gli appuntamenti live. A parte le installazioni come Heaven is Ours / O Céu é Nosso o come quella di Wyldie Bracewell, Two things in the world seem to be only once, sorprendono il dj set di Livwutang o quelli di Polygonia e di Dj Nobu. Fra i concerti segnaliamo quello della Pmpce Parco della musica contemporanea ensamble diretto da Tonino Battista, quello di The Tallis Scholars o come quello di apertura: Kara-Lis Coverdale – “Changes in Air” / Keiji Haino – “It has become something like this”, che vede la presenza anche di Sarah Davachi all’organo. Insomma, Caterina Barbieri segna nettamente il suo secondo anno a Venezia, passaggio importante




