Israele collaborare non vuole: la rogatoria è ferma da settimane al ministero della Giustizia

Ignazio La Russa (FdI), il 4 maggio, sulla Global Sumud Flotilla aveva la battuta: farsi fermare in mare e poter «gridare che sei stato torturato è il massimo a cui aspirare», «a scarso rischio e a molto ritorno mediatico». Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi rincarava, aiuti «irrisori». E Israele, il 3 maggio, certificava che nessuno era «mai stato torturato».

Tre settimane dopo la Procura di Roma ha messo agli atti un’altra versione. I fascicoli del procuratore Francesco Lo Voi, dell’aggiunta Lucia Lotti e del sostituto Stefano Opilio portano, tra le ipotesi di reato, la parola che a palazzo faceva sorridere: tortura. Con sequestro di persona, rapina e danneggiamento, a carico di ignoti, dopo gli abbordaggi del 29-30 aprile al largo di Creta e del 18-19 maggio a sud di Cipro.

I referti, intanto, dicono altro: l’ong Adalah ha messo agli atti decine di fratture alle costole, taser, proiettili di gomma, molestie sessuali. Il video delle umiliazioni l’ha pubblicato il ministro israeliano Itamar Ben Gvir in persona, fiero, e persino Antonio Tajani ha parlato di «atteggiamento da regime dittatoriale».

E adesso? Adesso i pm hanno una lista di nove nomi tra militari e politici, e una strada già battuta: la sentenza 192/2023della Corte costituzionale, quella del caso Giulio Regeni, permette di procedere senza gli imputati quando si indaga per tortura e lo Stato d’origine non collabora. Israele, infatti, collaborare non vuole: la rogatoria è ferma da settimane al ministero della Giustizia.

Restano quelli della crociera. Andrebbero riletti ora che la tortura ha un numero di fascicolo. Ma quelli non sanno leggere, ordinano solo cosa scrivere

Buon lunedì.

Foto WMC