In pochi giorni in tre diverse località – da sud a nord – il caporalato è tornato a mostrare il suo vero volto violentissimo e criminale. Quattro braccianti bengalesi sono stati aggrediti a bastonate da sconosciuti durante una vera e propria caccia allo straniero a Marsala. Ad Amendolara, nel cosentino, l’omicidio feroce di quattro giovani lavoratori – Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano – cosparsi di benzina e bruciati vivi da due “caporali” pakistani, perché si ribellavano ai soprusi, come i loro colleghi marsalesi, e volevano essere pagati. Notizie gravissime, che rappresentano la punta dell’iceberg di pratiche di sfruttamento selvaggio, assoggettamento, intimidazione, sempre più ricorrenti del mondo del lavoro. E che fanno pensare a quanto è accaduto a Milano, dove, secondo la procura che sta indagando, dei lavoratori indiani sarebbero stati tenuti in condizioni di semi-schiavitù per la realizzazione del nuovo edificio destinato ad ospitare la nuova sede del consolato statunitense nel capoluogo lombardo.
La nota della Flai-Cgil – che il 6 giugno ad Amendolara ha indetto una manifestazione nazionale per i 4 lavoratori uccici – a commento degli episodi citati, suscita amarezza e preoccupazione. Nella misura in cui mette in relazione le aggressioni con il tentativo di soffocare la presa di coscienza e ribellione degli sfruttati. Nell’Italia del 2026, potenza economica in declino, la legge della flessibilità si traduce nell’espunzione del conflitto sociale dalle relazioni di lavoro e dalla società, malgrado il diritto di riunione, di associazione, di rivendicazione da parte dei lavoratori, siano delle prerogative garantite costituzionalmente. Soprattutto se le sollevazioni riguardano salari, tempi di lavoro, condizioni di vita estremamente disumane. Aggravate dal fatto che riguardano persone invisibili, ovvero privi di diritti perché, una legislazione migratoria assurdamente restrittiva, li sospinge nei meandri della clandestinità.
Il problema (o meglio, i problemi) connessi al caporalato rischiano però di rimanere intatti, di riprodursi nel tempo, finché saranno rappresentati non come una prassi disumana, capisaldi non secondari dell’attuale organizzazione del lavoro. Bensì come eventi eccezionali, da dipingere a tinte sensazionaliste, rappresentati come la conseguenza dell’arretratezza di certe aree del Paese o della cultura della manodopera che lo subisce. Su questi aspetti è necessario un lavoro di riflessione critica accurato, per favorire una presa di coscienza diffusa e fare uscire i lavoratori dall’isolamento.
L’apparato mediatico ha immediatamente sottolineato, in particolare nel caso di Amendolara, il fatto che gli autori dell’eccidio siano della stessa nazionalità delle vittime. Quasi a volere confinare l’evento, come si è fatto all’inizio, alla conseguenza di un regolamento di conti all’interno dello stesso gruppo etnico. E a volere assolvere il contesto italiano da ogni responsabilità. Bisogna invece sottolineare che a trarre giovamento dal fenomeno del caporalato, per quanto tra le sue pieghe siano attivi altri migranti che sfruttano i loro connazionali, è l’economia italiana stessa. Non si tratta, d’altra parte, di un fenomeno nuovo. Più di un secolo fa, negli Usa, vigeva il padrone system. Caporali siciliani, collegati a Cosa nostra, regolamentavano l’afflusso di manodopera, spesso clandestina, nell’allora terra delle opportunità. I migranti lavoravano per salari da fame, in condizioni disumane, allo scopo di rimborsare i loro connazionali che avevano pagato loro il viaggio, nonché svolto intermediazione per trovargli lavoro e alloggio. Ai datori di lavoro statunitensi conveniva disporre di manodopera abbondante, sotto costo, ricattabile, controllata a mezzo di intimidazione. Quanto il controllo endogeno saltava e i lavoratori si organizzavano, si faceva presto ad allestire casi come quello di Sacco e Vanzetti.
Se, da un lato, il ruolo della criminalità organizzata all’interno del caporalato rappresenta un elemento strutturale, da tenere in considerazione, dall’altro lato, ridurre tutto a Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, o limitare il fenomeno al contesto meridionale, costituisce un atteggiamento riduttivo, talvolta in malafede. Da anni, osservatori, attivisti, studiosi, raccontano di piazze di Milano dove, all’alba, i furgoni guidati dai piccoli imprenditori lombardi, si recano per selezionare la manodopera migrante avvalendosi dell’intermediazione dei caporali. Un fenomeno segnalato da più parti, in atto da anni, sul quale, i riflettori mediatici, non si sono mai accesi. Viene da chiedersi il perché. La spiegazione più immediata è quella relativa alla necessità di non sabotare il cosiddetto cuore produttivo del Paese. Sulla pelle dei diritti e delle vite di milioni di persone.
In secondo luogo, come notava Vincenzo Ruggiero, le economie cosiddette sporche e quelle “pulite” sono complementari l’una all’altra. Dallo stoccaggio dei rifiuti tossici al controllo del mercato del lavoro, passando per il riciclaggio, la prostituzione, gli appalti e il gioco d’azzardo, il meccanismo domanda-offerta costituisce un circuito unico, con le due polarità sempre intrecciate tra loro. Il caporalato rientra all’interno di questo ciclo economico ibrido, ancorché torbido, e orientato verso l’obliterazione dei diritti.
L’osmosi tra economia lecita e illecita, va seguita con attenzione anche con lo scopo di monitorare e portare alla luce contesti anche più sofisticati di caporalato. Da anni, il mondo della logistica, contempla la presenza di società fittizie, con sede nei Paesi Bassi, gestite da italiani del Sud, che subappaltano lavori a piccole ditte gestite da italiani del nord. E che, di fronte a manifestazioni di soggettività da parte dei lavoratori, per esempio per riconoscere contratti e orari di lavoro adeguati, fanno presto a chiudere e a spostarsi altrove, oppure a ricomparire dietro una nuova facciata. Pronte ad assumere chi, grazie all’intermediazione di persone affidabili, viene giudicato o giudicata a basso livello di conflittualità. Sarebbe ora di fare luce su queste forme di sfruttamento. E di affermare l’importanza dei diritti del lavoro, sul lavoro. Ma per farlo, bisogna riammettere il conflitto sociale all’interno della gamma delle possibilità, riconoscerne le potenzialità positive per la crescita di una società. Chi è disposto a farsene carico?
Foto di Ricardo IV Tamayo su Unsplash




