In Italia, come in tanti altri Paesi occidentali, stiamo vivendo una transizione demografica che è avanzata lentamente ma che sta progressivamente modificando il nostro tessuto sociale. Forse ce ne siamo accorti tardi, ma il rischio è che questo cambiamento ci colga impreparati. Perché ciò non accada dovremmo affrontare la longevità, che da noi si accompagna al calo della fertilità e all’aumento dell’età media della popolazione, a partire da una nuova concezione di anzianità, sempre meno limitata all’età anagrafica e sempre più legata alla durata e alla qualità dell’aspettativa di vita.
Dobbiamo anche considerare che, nel frattempo, stanno cambiando le strutture sociali fondamentali: aumenta il numero delle famiglie, soprattutto di quelle composte da un’unica persona; diminuiscono le coppie con figli e si riduce la dimensione media familiare. Le reti parentali e amicali sono molto più strette e più lunghe tanto che per descriverle viene utilizzata la metafora del fagiolo: l’asse verticale si allunga in virtù dell’aumento della speranza di vita, quello orizzontale si restringe a causa del calo della natalità.
A tutto ciò si aggiunge un’ulteriore considerazione. Vivere più a lungo non sempre significa vivere bene più a lungo. È vero
che per molti anni, e molto più che in passato, possiamo farlo in buona salute ma ancora il genere, l’istruzione, il reddito, il luogo in cui viviamo fanno la differenza e la dimensione della solitudine assume un profilo politico, non solo sociale.Gli anziani sono una formidabile risorsa per il benessere e la crescita delle nostre comunità, per l’economia che alimentano, il welfare che sostengono, la coesione sociale che promuovono, la memoria e la cultura che trasferiscono, ma cosa succede quando le loro condizioni di salute peggiorano?
In Italia gli over 65 che soffrono di limitazioni, gravi e non, nella loro vita quotidiana a causa di problemi di salute sono più di 7 milioni (Ocse). Per moltissimi di loro le limitazioni sono gravi vale a dire che da soli non riescono a mangiare, vestirsi, lavarsi, spostarsi, usare i servizi e hanno bisogno di assistenza, sia essa domiciliare o in residenzialità. A questo punto la domanda è inevitabile: la non autosufficienza è un fatto privato o è un tema pubblico?
Noi non abbiamo dubbi su quale sia la risposta, perciò rivendichiamo la necessità di nuovi modelli di cura, di servizi territoriali più forti, di un sostegno reale a persone e famiglie che, in numero crescente, rischiano di rimanere escluse.
Al momento, esiste un’unica misura statale (l’indennità di accompagnamento legata alla certificazione di invalidità) che, però, non prevede alcuna presa in carico obbligatoria. Prevalgono i trattamenti monetari, con scarsissimo sviluppo dei servizi. Inoltre, si è diffuso negli anni un “mercato della cura” in parte sommerso o irregolare, mentre la maggioranza delle ipotesi e dei tentativi di riforma per innovare e integrare i sistemi sanitari e socio-sanitari con l’obiettivo di sostenere le persone anziane e non autosufficienti è stata figlia del cosiddetto riformismo dal basso, attribuibile alla volontà di Comuni, Regioni e società civile. Le esperienze che ne sono conseguite sono significative e importanti ma evidenziano grandissime differenze territoriali.
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