Da otto anni ogni giovedì a Roma, i volontari di Mani rosse antirazziste sfidano l'indifferenza del Viminale con un presidio silenzioso

Da oltre otto anni ogni giovedì, alle 18,30 puntuali, a Roma, in ogni stagione e con ogni condizione meteo, una fila di persone con la faccia rivolta al Viminale e le mani alzate con i palmi colorati di rosso vivo se ne stanno in piedi, in silenzio per lunghi minuti. Guardano il palazzo del ministero dell’Interno, indifferente. A un certo punto si muovono, sostano un po’ a prendere ossigeno in fondo alla strada, poi tornano di nuovo e guardano di nuovo per lunghi minuti quel palazzo indifferente, come le cose lo sono. I passanti, molti turisti, guardano incuriositi; i conducenti di taxi ed auto blu e camioncini leggono al volo quello che è scritto sui cartelli appesi al collo di quelle persone: numeri di una triste contabilità; alcuni domandano e qualcuno risponde. Anche i giovani poliziotti guardano, tranquilli, qualcuno più serio degli altri.

Chi sono questi signori, queste donne, ragazze, ragazzi, gente di ogni età e nazionalità e perché il loro “rito” collettivo? Sono le donne e gli uomini di Mani rosse antirazziste, fanno questo per non (far) dimenticare, la tragedia continua delle morti in mare e nel deserto di chi cerca una strada per vivere e si trova respinto, ignorato, considerato «carico residuo» (ci ricordiamo di quello che disse un ministro della nostra Repubblica?), merce di scambio in vergognosi accordi. Sono lì per testimoniare la propria presenza di fronte all’assenza delle istituzioni, della gran parte dell’informazione, e di molti politici. Tra loro c’è Enrico Calamai, che era console italiano in Argentina ai tempi della dittatura civico-militare.

È noto che con i soli strumenti dell’umanità

, qualche appiglio burocratico e molto coraggio, insieme al sindacalista Filippo De Benedetto e con l’aiuto del giornalista Gian Giacomo Foà e di qualcun altro riuscì a far uscire dal Paese, salvando loro la vita, centinaia di persone. In precedenza nei primi tempi del golpe in Cile come funzionario aveva aiutato, finché fu possibile, molte persone rifugiate nell’ambasciata italiana a fuggire, e non su indicazione del governo di Roma. Da anni i nuovi desaparecidos sono i migranti: la desaparicion è una sottile arma che cancella le persone, i loro nomi, la loro storia, che non ti fa sapere se uno è vivo o morto: è sparito...

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