L’insegnante e attivista rom racconta il genocidio “dimenticato”, denunciando l’antiziganismo e il razzismo istituzionale dei “campi”. «È la scuola il luogo in cui disinnescare stereotipi e deumanizzazione, restituendo a ogni persona storia, voce e dignità»

In Europa, il Samudaripen (lo Sterminio dei Rom – termine usato qui come “termine ombrello” per indicare anche i Sinti e tutti gli altri gruppi e sottogruppi appartenenti alla popolazione romanì) viene commemorato ogni 2 agosto. La data non è stata scelta a caso: il 2 agosto 1944 furono uccisi, in un’unica notte, i 3000 internati del “Reparto zingari” nel campo di annientamento di Auschwitz Birkenau. Prima erano stati sottoposti ad atroci sperimentazioni mediche. Si calcola che complessivamente furono sterminate almeno 500.000 persone Rom, provenienti dalla stessa Germania e dai Paesi con essa alleati oppure da essa occupati. La cifra, in assenza di censimenti, non può che essere approssimativa.

Le persecuzioni e i genocidi del nazismo, come il Samudaripen, non derivano da scelte ad hoc. Seguono, invece, una logica malata eppure stringente. Nella dialettica che in giurisprudenza vede contrapposti i diritti dell’individuo a quelli della società nel suo insieme, il nazionalsocialismo considerava solo quest’ultima – sostituendo però il concetto di collettività con un’entità del tutto fantasticata: il popolo germanico quale punto d’arrivo della razza ariana. Le infami leggi e le persecuzioni miravano perciò a proteggere o curare un ipotetico Volkskörper (Corpo del popolo); si potrebbe dire che gli ideologi e i carnefici nazisti si concepivano perversamente come “medici” votati all’igiene razziale.                     

Dal punto di vista psichiatrico non è privo di interesse osservare come questo fittizio organismo germanico venisse creduto, ossessivamente, a permanente rischio di infezione e disfacimento. Per motivi sia esterni che interni. In primis, certo, vi era la perfida e mortale intenzione della razza ebraica di soggiogare quella ariana. Ma incombeva anche il pericolo di contaminazione con razze “inferiori”, come quelle slave e africane, oppure con razze “pure ma snaturate” affette dal “germe del nomadismo” come i Rom. All’interno dello stesso Volkskörper, poi, andava combattuta la dissoluzione propagata dai senzatetto e dagli omosessuali. E bisognava impedire l’espansione di un deterioramento genetico di cui i malati psichici e i disabili tedeschi erano portatori – perciò ne furono sterilizzati 400.000, uccisi più di 70.000.

Chi scrive, per tanto tempo sapeva davvero poco dei Rom, condividendo con altri un senso di estraneità e sottile disagio. Si notava però che politicamente parlando, esistevano delle equazioni automatiche: la destra voleva cacciare i Rom, chi era di sinistra li difendeva a spada tratta. Tuttavia, le equazioni aprioristiche non aprono mai alla conoscenza. Neppure quando sono apparentemente amichevoli. Come Netforpp Europa, abbiamo poi avuto la fortuna di incontrare studiose competenti e un musicista prodigioso, Albert Florian Mihai, che alla Bicocca di Milano ci regalò una versione romanì, strabiliante, dell’Inno europeo. E ora, in occasione di un nostro progetto contro le discriminazioni finanziato da Roma Capitale, abbiamo ascoltato la giovane insegnante e attivista rom Valentina Sejdic. Per la sua storia personale Sejdic è una pendolare tra due mondi, una profonda conoscitrice sia della cultura romanì che di quella dei gagé (i non rom). È cresciuta infatti con due famiglie che non si sono mai contrapposte: una fuori dal “campo nomadi” e l’altra al suo interno. Ora lavora con passione come insegnante nelle scuole elementari e, come attivista, si è spesa in una serie di battaglie, per lo più nelle periferie romane.

Dottoressa Sejdic, perché il genocidio dei Rom durante il nazionalsocialismo è una pagina della storia rimasta a lungo ai margini della conoscenza?

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, le comunità Rom non sono state riconosciute come parte della storia europea. Il Samudaripen è stato spesso ignorato, nonostante molti rom abbiano partecipato alla Resistenza. Hanno continuato a trattarci come un “problema” da controllare, non come vittime dello sterminio. Gli stereotipi sui “rom nomadi”, sui “rom ladri” o sulle donne rom che rapirebbero bambini hanno alimentato un’immagine disumanizzante, rendendo più facile cancellare ciò che è accaduto durante il nazifascismo. Lo stereotipo del nomadismo ha anche giustificato, in Italia, il sistema dei “campi”, baraccopoli abitate soprattutto da rom che in verità sono tutt’altro che nomadi. Inoltre, l’assenza di una religione comune a tutte le comunità rom ha reso più difficile organizzarsi collettivamente e rivendicare il riconoscimento delle persecuzioni subite.

Quanto pesa, oggi, la conoscenza ancora limitata del Samudaripen nel modo in cui la società guarda alle persone rom?

Pesa. Il nostro dolore è rimasto troppo a lungo privo di un riconoscimento collettivo. Ma se una comunità non viene riconosciuta come bersaglio di una persecuzione, diventa più difficile riconoscere le discriminazioni che continua a subire. E noi abbiamo continuato a subire un razzismo istituzionale fortissimo. I “campi rom” in Italia sono stati sanciti da leggi regionali, allestiti e finanziati proprio dalle istituzioni che, mentre creavano queste baraccopoli, elaboravano per noi anche progetti di “integrazione”. Una cosa paradossale: i Rom avrebbero dovuto integrarsi a partire dalla loro stessa esclusione. Conoscere il Samudaripen significa restituire ai Rom la dignità di persone che hanno diritto non solo a una memoria pienamente condivisa, ma anche a un presente in cui il ponte tra l’antiziganismo di ieri e di oggi venga realmente superato.

Ci sono legami tra le politiche naziste di deumanizzazione delle minoranze e gli stereotipi che ancora oggi le colpiscono?

Il legame è forte. Prima ancora della violenza fisica c’è sempre una violenza che vive nella testa e nel linguaggio: classificare, schedare, definire qualcuno sulla base di una presunta anomalia. Tanti gruppi sono stati colpiti da questa logica e questo è il punto più inquietante: quando si smette di vedere nel nostro interlocutore una persona, diventa più facile accettare che diventi bersaglio di violenza. E quando sono le istituzioni stesse ad accettare, alimentare o rendere normale un sistema discriminatorio, allora la domanda diventa inevitabile: cosa possiamo davvero insegnare alle nuove generazioni? La scuola dovrebbe avere proprio questo compito: contribuire a incentivare il riconoscimento dell’umanità dell’altro prima che venga trasformato in una categoria.

Quali forme di antiziganismo incontra più frequentemente?

L’antiziganismo può essere esplicito, fatto di insulti e discorsi d’odio, ma anche più sottile: è lo stupore davanti a una persona rom che studia, lavora, insegna o prende parola pubblicamente, come se si palesasse un’eccezione. La maggior parte dei rom non vive nei cosiddetti “campi”: sono cittadini italiani, spesso da generazioni, che studiano e lavorano. Eppure, nell’immaginario collettivo, la parola “rom” continua a essere associata quasi esclusivamente alla marginalità o alla devianza. Nei media questo emerge quando l’origine etnica viene sottolineata nel caso di un reato, ma ignorata o trattata con sorpresa quando una persona rom è uno studente universitario, un lavoratore o un professionista. Anche nelle istituzioni restano molte difficoltà. A Roma, però, l’amministrazione Gualtieri sta cercando realmente di superare il sistema dei “campi”.

Ha accennato ad alcuni degli stereotipi dei gagé verso i rom: il nomadismo, il rom sempre ladro… Esistono anche stereotipi che i rom hanno verso i non rom?

Nessuno è immune dagli stereotipi; per questo l’incontro e la conoscenza reciproca sono fondamentali per riconoscerli e superarli. Tra i principali stereotipi relativi ai gagé, abbiamo l’idea che non comprendano fino in fondo il valore dei legami familiari, soprattutto rispetto ai bambini e agli anziani, perché mandano i figli al nido, scelgono di avere un solo figlio o affidano i genitori anziani alle cure di terze persone (Rsa, case di riposo, badanti). Ma il punto è sempre lo stesso: quando riduciamo una persona a una categoria, smettiamo di vedere la sua storia, le sue ragioni e la sua umanità.

Spesso si parla delle persone rom senza ascoltarle direttamente. Che cosa cambia quando sono i rom a raccontare i propri vissuti?

Questo punto tocca profondamente il senso del mio lavoro sia come insegnante sia come attivista. Per me la sfida è proprio questa: aiutare le persone a passare dalle immagini semplificate all’incontro concreto. Quando si conosce davvero una persona, diventa più difficile continuare a ragionare per etichette, perché è proprio nel rapporto diretto che emerge con maggiore chiarezza la nostra uguaglianza. Incontrando l’altro e condividendone anche solo per un momento le emozioni, ci si accorge che, pur avendo origini, esperienze e culture diverse, tutti conosciamo quelle emozioni. L’altro smette così di essere una categoria astratta e diventa una persona nella quale possiamo riconoscere qualcosa di noi stessi.

C’è un episodio suo personale che considera significativo per comprendere cosa significhi subire il pregiudizio?

Da adolescente ho vissuto un episodio che mi ha fatto capire in modo molto concreto cosa significhi subire un pregiudizio. C’era un ragazzo che mi piaceva e pensavo che il sentimento fosse ricambiato. Quando gli raccontai delle mie origini rom, il suo atteggiamento cambiò improvvisamente: non volle più sapere nulla di me. Non ci fu una discussione né il tentativo di conoscermi davvero. Bastò una parola, “rom”, perché ciò che sembrava apprezzare di me venisse cancellato dal pregiudizio. Fu doloroso, perché non mi sentii rifiutata per qualcosa che avevo fatto, ma per una parte della mia identità. Con il tempo, quella ferita è diventata una spinta nel mio percorso di insegnante e attivista. Mi ha insegnato che il razzismo non si manifesta solo con insulti o violenza: a volte è uno sguardo che cambia, una relazione che si interrompe, una porta che si chiude. Per questo credo sia fondamentale creare spazi in cui ragazze e ragazzi possano conoscersi davvero, raccontare le proprie origini e capire che nessuna identità dovrebbe mai diventare un motivo di esclusione.

Quale ruolo può avere la scuola nel contrastare l’antiziganismo?

In Italia, dal 1965 al 1982 sono esistite “classi speciali” riservate ai bambini rom, fondate sull’idea che avessero un’intelligenza diversa: più intuitiva e istintiva, meno adatta al pensiero astratto e quindi destinata a percorsi separati. È una pagina dolorosa, perché dimostra come anche la scuola, che dovrebbe garantire uguaglianza e opportunità, possa trasformarsi in uno spazio di esclusione. Oggi non basta affrontare questi temi in occasione del 2 agosto: occorre costruire ogni giorno un ambiente in cui nessun bambino o bambina si senta giudicato per le proprie origini, la propria condizione sociale o qualsiasi altra differenza. Il mio lavoro è aiutare gli alunni a scoprire ciò che li accomuna e, allo stesso tempo, a riconoscere il valore delle differenze. La scuola dovrebbe essere il primo luogo in cui ogni bambino possa sentirsi libero di esprimere la propria identità.

Nei programmi scolastici, la storia del Samudaripen trova ancora poco spazio. Da dove bisognerebbe cominciare per colmare questa lacuna?

Il Samudaripen deve essere riconosciuto come parte della storia europea e della costruzione dei diritti di cui oggi beneficiamo. Finché resterà relegato a una ricorrenza o a poche righe nei manuali, sembrerà una vicenda che riguarda soltanto i Rom. Per questo la scuola dovrebbe affrontarlo in modo stabile nei percorsi didattici, aiutando bambini e ragazzi a comprendere che lo sterminio non nasce improvvisamente. È fondamentale imparare a riconoscere i meccanismi della deumanizzazione e della discriminazione. Servono materiali accessibili, formazione per gli insegnanti e occasioni di incontro. Con i bambini si può iniziare presto, attraverso racconti, immagini, biografie e laboratori sulle emozioni, aiutandoli a riflettere su cosa prova chi viene escluso per ciò che è. Solo così la memoria può non essere una nozione e diventare piuttosto un’esperienza educativa viva.

Come si può parlare di identità rom a scuola evitando sia una rappresentazione romantica che criminalizzante?

Credo che a scuola si debba partire da una cosa molto semplice: l’identità rom, così come l’identità di qualsiasi minoranza, non è un blocco unico. Noi rom abbiamo storie diverse, percorsi diversi, condizioni economiche diverse, modi diversi di vivere le tradizioni. Eppure, troppo spesso, quando si parla di noi, sembra che esista o il “rom pittoresco”, fuori dal tempo, oppure il “rom marginale” da controllare, assistere o temere. C’è poi un’altra rappresentazione che può sembrare più benevola, ma che considero comunque pericolosa: quella dei rom come vittime permanenti, come gli “ultimi” da compatire e salvare. Anche così si rischia di toglierci ancora una volta voce, competenze, responsabilità e ambizioni. Vorrei che sia data la possibilità a chi non ci conosce di incontrare storie vere: persone rom che studiano, lavorano, fanno arte, crescono figli, affrontano problemi, sbagliano, riescono. Come chiunque altro.

Quale messaggio vorrebbe lasciare a chi legge Left?

Vorrei chiedere di considerare ogni anno e il 2 agosto come una ricorrenza che riguarda tutti, perché racconta cosa può accadere quando le persone vengono ridotte a un’etichetta e quando la differenza viene trasformata in una colpa. Ricordare non significa soltanto rendere omaggio alle vittime. Significa scegliere, ogni giorno, da che parte stare: dalla parte di chi si informa invece di ripetere stereotipi, di chi riconosce nell’altro non una categoria ma una persona. Vorrei che fosse anche un invito a guardarci con più attenzione. I Rom non chiedono di essere idealizzati né compatiti: chiedono di essere riconosciuti nella loro storia, nella loro pluralità e nella loro piena dignità. Perché la memoria ha senso soltanto se riesce a cambiare il presente.

 

L’autrice: Annelore Homberg, psichiatra e psicoterapeuta, è fondatrice di Netforpp Europa Ets di cui è stata presidente