Il cuore del disegno di legge di riforma elettorale presentato dal partito della Meloni è quello di un impianto proporzionale con un forte premio di maggioranza fissato in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Il premio parte da una soglia minima del 40% e non può superare la soglia massima di 230 seggi (alla Camera) e di 114 al Senato; 230 seggi comportano una maggioranza del 57,5%, destinata a salire per l’apporto dei seggi che provengono dalla circoscrizione estero e dalla Regione Trentino Alto Adige. Con questo sistema una minoranza politica che raccolga il 40% dei voti popolari, viene trasformata artificialmente in una maggioranza che sfiora il 60% dei seggi. La legge 31 marzo 1953 n. 148 garantiva una maggioranza del 65% dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza effettiva dei voti. Quella legge all’epoca fu fortemente contestata, tanto che passò alla storia con lo stigma di legge truffa. Il meccanismo introdotto con la proposta di legge Bignami si avvicina molto a quello della c.d. legge truffa, perché manipola fortemente la volontà espressa dagli elettori, incidendo negativamente sia sulla rappresentatività, sia sull’eguaglianza del voto e quindi, in definitiva, sul principio supremo della sovranità popolare. In sostanza
, questo meccanismo assegna al voto del 60% degli elettori meno fortunati il 40% dei seggi e al voto del 40% degli elettori più fortunati il 60% dei seggi.Si verifica pertanto quella forte disproporzione fra i voti espressi e i seggi assegnati che la Corte costituzionale ha già bocciato con la sentenza n. 1/2014.
Ma la pecca ancora più grave consiste nel fatto che questa riforma ribadisce e consolida il sistema osceno delle liste bloccate, sebbene la Consulta lo abbia censurato con la medesima sentenza. Infatti la Corte, con la sentenza n.1/14, ha ritenuto non compatibile con la Costituzione un sistema in cui la scelta dei rappresentanti è rimessa esclusivamente nelle mani dei partiti, osservando
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