L’ultimo decreto del governo ha portato un miliardo alle imprese e niente a chi produce ricchezza. Istituzionalizzando l’esclusionedel sindacato, l’indebolimento dei diritti e la precarietà. In risposta la Cgil presenta due proposte di legge popolare

Per la quarta volta il governo è intervenuto con un decreto varato in occasione del Primo Maggio, senza alcun confronto con le parti sociali. Una scelta che, in questo caso, è in contrasto con le indicazioni della Commissione europea, le quali prevedono l’obbligo di consultazione delle parti sociali nel processo di recepimento delle direttive. Si conferma così una precisa volontà politica che attraversa l’intera azione del governo: escludere e non riconoscere al sindacato confederale italiano il ruolo, le prerogative e le competenze proprie di un soggetto contrattuale e politico, così come delineato dalla Costituzione. Un ruolo fondato sulla rappresentanza del mondo del lavoro e sulla tutela delle condizioni lavorative, retributive e di vita di tutte le persone che lavorano, o che hanno lavorato per tutta la vita fino al pensionamento.

È poi paradossale che il governo, cercando di utilizzare mediaticamente la festa internazionale dei lavoratori, con questo ennesimo decreto che si compone di ben 5 capitoli e 19 articoli, destini alle imprese sotto forma di incentivi quasi un miliardo di euro. Non un euro arriva nelle tasche delle lavoratrici e dei lavoratori del

nostro Paese che, insieme alle pensionate e ai pensionati, hanno subìto in questi anni un aumento del carico fiscale ed una pesante riduzione del loro potere d’acquisto.

Per tutelare realmente il potere d’acquisto di salari e pensioni, rivendichiamo da tempo l’introduzione di un meccanismo automatico di rivalutazione delle detrazioni e del sistema Irpef simile a quanto già esiste in molti paesi compresi gli Stati Uniti. È bene ricordare che, in assenza di tale meccanismo, nel periodo 2022-24, i redditi da lavoro dipendente e da pensioni hanno versato allo Stato ben 24 miliardi di euro di tasse non dovute (fiscal drag). E che nel 2026 con l’aumento dell’inflazione già previsto dallo stesso governo, un reddito di 30.000 euro lordi annui pagherà quasi 1.000 euro di drenaggio fiscale. La propaganda di questo decreto è già nel titolo: “Salario giusto”. Si pretende di aver dato attuazione all’articolo 36 della Costituzione; non è così. Non a caso l’articolo viene riportato solo parzialmente «…il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro», e viene omessa «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Il salario costituzionale, infatti, deve rispondere a quei principi, al di là delle dinamiche negoziali che possono risentire di tanti fattori esterni alla sufficienza. Questa affermazione, oltre ad essere di dubbia costituzionalità, serve a cancellare l’ipotesi di un minimo salariale orario sotto il quale la retribuzione non può scendere anche come sostegno alla contrattazione collettiva.

Il decreto affida ai contratti nazionali firmati dai sindacati e dalle associazioni datoriali più rappresentativi il compito di stabilire quanto devono essere pagati i lavoratori ignorando il tema della misurazione della rappresentanza e affermando così che basta rispettare il trattamento economico complesso (Tec) per essere equiparati ai comparativamente più rappresentativi. Infatti, è sufficiente questo per avere accesso ai benefici economici previsti dal decreto. Inoltre, il Tec è valutato nel suo insieme mettendo sullo stesso piano minimi tabellari, cioè quanto va concretamente in busta paga, con welfare, bonus, e altre eventuali voci, alterando molto il valore del salario. Totalmente assente ogni riferimento alla parte normativa del contratto che ne costituisce insieme al salario la qualità. Al contrario della propaganda è una via libera ai contratti pirata.

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