«Quando vedi un neonato lottare per respirare» capisci che restare composti può diventare una forma di complicità». Nel suo primo libro, Loris De Filippi testimonia la sua esperienza a Gaza sotto le bombe israeliane. Raccontare lo sterminio è un dovere morale, dice l’operatore umanitario di Msf e Unicef. «Significa restituire nomi, volti, storie»

E ancora chiediamo perdono. Una testimonianza da Gaza edito da Mondadori è un volume denso, forte, inarrestabile. È stato realizzato da una persona profondamente laica come Loris De Filippi, operatore umanitario, in cui parole come “perdono” assumono un senso concreto. Diventa difficile, per chi scrive, restare imparziali leggendolo, perché di Gaza si deve continuare a parlare e perché, avendo condiviso con l’autore percorsi di lotta, è inevitabile un forte pregiudizio positivo. De Filippi, con Medici senza frontiere in cui ha ricoperto ruoli anche apicali, ha raccontato gli inferni provocati dai conflitti o dalle devastazioni naturali in ogni angolo del pianeta ma, tante volte, anche quelle che si compivano sotto i nostri occhi, nei centri di detenzione per migranti o nei campi in cui il tempo era ed è scandito dalla schiavitù e dallo sfruttamento. Finora non aveva mai voluto, in interviste, conferenze stampa, momenti pubblici, raccontare del proprio ruolo. Attraverso i suoi racconti le guerre, le emergenze umanitarie, erano i soli temi di cui si dovevano informare le persone. Uscito pochi mesi fa, è il suo primo libro: «Non me la sono mai sentita di scriverne uno ma ne ho avvertito l’urgenza, forse anche per ragioni terapeutiche», si schernisce parlandone.

E infatti si resta sorpresi da un processo, per certi

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