Dopo la strage di Amendolara, la Flai Cgil porta a Roma il bilancio del sindacato di strada. Giovanni Mininni, Tina Balì e gli altri raccontano perché il caporalato non è un'anomalia criminale ma una funzione del sistema
«È difficile smantellare il caporalato perché il caporale serve.» Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil, la pronuncia senza enfasi, come si dice una cosa ovvia che nessuno vuole ammettere. Serve alle imprese, che attraverso di lui trovano in fretta braccia disposte a tutto. Serve perché lo Stato si è ritirato – smantellato il collocamento pubblico, le liste agricole, il trasporto nei campi – e dove arretra l’autorità pubblica avanza qualcun altro. È esattamente lì, in quel vuoto, che il sindacato ha deciso di tornare a combattere: non più dietro una scrivania, ma nei campi, nei ghetti, sulle rotonde dove all’alba si contratta la manodopera. Perché c’è un livello del problema, quello che Mininni chiama «l’aspetto culturale», che nessuna legge raggiunge, almeno nel breve periodo. Il caporale non vive solo nei furgoni che caricano braccia a cinque euro l’ora: vive anche in una certa mentalità. In quelle di una parte degli italiani, abituati a pensare che certi lavori spettino a certe persone. Ma anche «nella testa dei lavoratori stessi». Una persona che arriva da un Paese dove il sindacato è un organo di regime, o non esiste affatto, sbarca in Italia senza una parola di lingua e con l’idea che chi gli procura una giornata di lavoro – fosse pure il caporale – gli stia facendo un favore. «Per molti lavoratori il sindacato è quasi un oggetto sconosciuto.» Prima del salario, prima del contratto, c’è questo: la fatica di farsi riconoscere da chi è stato educato a non fidarsi di nessuno.

Per capire perché questa premessa pesi così tanto bisogna tornare a una stazione di servizio sulla statale 106, in provincia di Cosenza, la mattina dell’1 giugno. Lì Waseem Khan, pakistano, e gli afghani Amin Fazal Khogjani, Safi Iayjad e Ullah Ismat Qiemi – il più giovane di tutti – sono stati chiusi in un minivan, cosparsi di benzina e bruciati vivi. Mohammad Taj Alamyar è sopravvissuto rompendo un finestrino. Raccoglievano fragole tra la Calabria e la Basilicata. Secondo le indagini, la loro colpa era stata chiedere di essere messi in regola e pagati per il lavoro fatto.

È difficile, oggi, raccontare una storia come questa senza farla scivolare nel registro dell’eccezione: il mostro, il caso limite, l’orrore che irrompe e poi si richiude. Ed è precisamente contro questo riflesso che si muove il discorso della Flai, che il 9 giugno ha riunito a Roma, a Spin Time Labs – un palazzo occupato e trasformato in laboratorio sociale – le voci del suo sindacato di strada.

Tina Balì, segretaria nazionale, parte dalla piazza di Amendolara del 6 giugno – lavoratori, associazioni, studenti, e per una volta anche la politica – e rifiuta la consolazione della fatalità. «Quelle morti non sono un incidente, non sono una fatalità: sono il prodotto di un sistema fondato su sfruttamento e invisibilità.» La parola che usa per legare Amendolara alle guerre del mondo e alle disuguaglianze globali è “matrice”: «La matrice è la stessa, un modello economico e sociale che considera alcune vite sacrificabili. Corpi da usare nel lavoro, nei confini e nei conflitti.»

Da qui nasce l’idea che dà il nome alla pratica: il sindacato di strada, le Brigate del lavoro della Flai. Il principio è quasi banale nella sua inversione. Invece di aspettare che il lavoratore vari la soglia di una sede sindacale – soglia che il bracciante non varcherà mai, perché non sa che esista, perché lavora dodici ore, perché ha paura – è il sindacato ad andare nei ghetti, nelle campagne, sulle rotonde dove si contratta la manodopera all’alba. Balì rovescia anche il vocabolario con cui di solito si parla di queste persone: «I lavoratori nei campi non sono invisibili, sono visibilissimi. Gli invisibili sono i padroni», quelli di cui non si fa il nome. «Bisogna rendere visibili i mandanti di questa strage continua.» I numeri esistono, e raccontano una cosa che cresce. Nel 2025 le Brigate sono state in sette regioni, tre più dell’anno prima, in otto settimane distribuite tra luglio e gennaio, con oltre centoquaranta partecipanti in diciannove uscite e più di quattromilasettecento lavoratrici e lavoratori raggiunti, da L’Aquila a Lecce, da Latina a Gioia Tauro, fino a territori insospettabili come Grosseto, Siena, Pordenone. Ma il dato più rivelatore non è una cifra: è una pratica. Le Brigate lavorano anche le domande di disoccupazione agricola che sanno già non liquidabili, perché in quel modo l’Inps assegna un codice, e quel codice è la prima volta in cui «la persona diventa visibile alla società». È la burocrazia usata al contrario: non per escludere, ma per far esistere.

Matteo Bellegoni, che alla Flai si occupa di politiche migratorie e legalità, traduce tutto questo in termini politici, e insiste su un punto che è anche un avvertimento ai benintenzionati. Non bisogna, dice, «ghettizzare il tema dentro la questione migratoria. I lavoratori sono lavoratori, punto». E soprattutto non bisogna «valutare il caporalato solo da un punto di vista criminale e non da un punto di vista capitalistico. Il rischio è prendersela col caporale per non prendersela col sistema».

E allora si torna alla frase dell’inizio di Mininni. Il caporale resiste perché serve, e serve perché qualcuno si è ritirato. Le politiche liberiste, ricorda il segretario, avevano promesso che liberando le imprese dai «lacci e lacciuoli» sarebbero arrivati lavoro e ricchezza per tutti. È arrivato il contrario: un mercato del lavoro agricolo lasciato senza regole pubbliche, in cui il caporale è diventato l’unico intermediario disponibile. Dentro questo meccanismo, osserva sempre Mininni, c’è perfino una gerarchia, «una vera e propria gerarchia salariale» che si modula sulla nazionalità e sul grado di ricattabilità di ciascuno. E c’è un movimento perpetuo di rimpiazzo: «Quando una manodopera comincia a organizzarsi, viene rimpiazzata da un’altra più fragile e più ricattabile». È l’esercito industriale di riserva trapiantato nelle campagne – gli afghani e i pakistani che oggi prendono il posto degli africani e degli indiani, arrivati prima e perciò già appena un po’ più consapevoli, già appena più capaci di chiedere. «E, contrariamente a quanto dice il ministro Lollobrigida, quella sì che è una sostituzione etnica», chiosa il segretario della Flai.

Il cerchio si chiude proprio sui ragazzi di Amendolara. Erano fuggiti dai loro paesi, con un permesso di soggiorno temporaneo agganciato a una domanda d’asilo di rifugiati  perché volevano costruire una vita migliore.  È il filo che Mininni tira fino in fondo: «L’economia della guerra produce anche l’economia dei profughi. Il sistema geopolitico produce guerre; le guerre producono profughi; i profughi arrivano nei Paesi più ricchi; e qui, troppo spesso, trovano una vita ridotta in schiavitù.» La fragola che finisce sul banco del supermercato, vista da questa angolatura, è l’ultimo anello di una catena che comincia con un bombardamento a settemila chilometri di distanza.

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