Per capire perché questa premessa pesi così tanto bisogna tornare a una stazione di servizio sulla statale 106, in provincia di Cosenza, la mattina dell’1 giugno. Lì Waseem Khan, pakistano, e gli afghani Amin Fazal Khogjani, Safi Iayjad e Ullah Ismat Qiemi – il più giovane di tutti – sono stati chiusi in un minivan, cosparsi di benzina e bruciati vivi. Mohammad Taj Alamyar è sopravvissuto rompendo un finestrino. Raccoglievano fragole tra la Calabria e la Basilicata. Secondo le indagini, la loro colpa era stata chiedere di essere messi in regola e pagati per il lavoro fatto.
È difficile, oggi, raccontare una storia come questa senza farla scivolare nel registro dell’eccezione: il mostro, il caso limite, l’orrore che irrompe e poi si richiude. Ed è precisamente contro questo riflesso che si muove il discorso della Flai, che il 9 giugno ha riunito a Roma, a Spin Time Labs – un palazzo occupato e trasformato in laboratorio sociale – le voci del suo sindacato di strada.
Tina Balì, segretaria nazionale, parte dalla piazza di Amendolara del 6 giugno – lavoratori, associazioni, studenti, e per una volta anche la politica – e rifiuta la consolazione della fatalità. «Quelle morti non sono un incidente, non sono una fatalità: sono il prodotto di un sistema fondato su sfruttamento e invisibilità.» La parola che usa per legare Amendolara alle guerre del mondo e alle disuguaglianze globali è “matrice”: «La matrice è la stessa, un modello economico e sociale che considera alcune vite sacrificabili. Corpi da usare nel lavoro, nei confini e nei conflitti.»
Da qui nasce l’idea che dà il nome alla pratica: il sindacato di strada, le Brigate del lavoro della Flai. Il principio è quasi banale nella sua inversione. Invece di aspettare che il lavoratore vari la soglia di una sede sindacale – soglia che il bracciante non varcherà mai, perché non sa che esista, perché lavora dodici ore, perché ha paura – è il sindacato ad andare nei ghetti, nelle campagne, sulle rotonde dove si contratta la manodopera all’alba. Balì rovescia anche il vocabolario con cui di solito si parla di queste persone: «I lavoratori nei campi non sono invisibili, sono visibilissimi. Gli invisibili sono i padroni», quelli di cui non si fa il nome. «Bisogna rendere visibili i mandanti di questa strage continua.» I numeri esistono, e raccontano una cosa che cresce. Nel 2025 le Brigate sono state in sette regioni, tre più dell’anno prima, in otto settimane distribuite tra luglio e gennaio, con oltre centoquaranta partecipanti in diciannove uscite e più di quattromilasettecento lavoratrici e lavoratori raggiunti, da L’Aquila a Lecce, da Latina a Gioia Tauro, fino a territori insospettabili come Grosseto, Siena, Pordenone. Ma il dato più rivelatore non è una cifra: è una pratica. Le Brigate lavorano anche le domande di disoccupazione agricola che sanno già non liquidabili, perché in quel modo l’Inps assegna un codice, e quel codice è la prima volta in cui «la persona diventa visibile alla società». È la burocrazia usata al contrario: non per escludere, ma per far esistere.
Matteo Bellegoni, che alla Flai si occupa di politiche migratorie e legalità, traduce tutto questo in termini politici, e insiste su un punto che è anche un avvertimento ai benintenzionati. Non bisogna, dice, «ghettizzare il tema dentro la questione migratoria. I lavoratori sono lavoratori, punto». E soprattutto non bisogna «valutare il caporalato solo da un punto di vista criminale e non da un punto di vista capitalistico. Il rischio è prendersela col caporale per non prendersela col sistema».
E allora si torna alla frase dell’inizio di Mininni. Il caporale resiste perché serve, e serve perché qualcuno si è ritirato. Le politiche liberiste, ricorda il segretario, avevano promesso che liberando le imprese dai «lacci e lacciuoli» sarebbero arrivati lavoro e ricchezza per tutti. È arrivato il contrario: un mercato del lavoro agricolo lasciato senza regole pubbliche, in cui il caporale è diventato l’unico intermediario disponibile. Dentro questo meccanismo, osserva sempre Mininni, c’è perfino una gerarchia, «una vera e propria gerarchia salariale» che si modula sulla nazionalità e sul grado di ricattabilità di ciascuno. E c’è un movimento perpetuo di rimpiazzo: «Quando una manodopera comincia a organizzarsi, viene rimpiazzata da un’altra più fragile e più ricattabile». È l’esercito industriale di riserva trapiantato nelle campagne – gli afghani e i pakistani che oggi prendono il posto degli africani e degli indiani, arrivati prima e perciò già appena un po’ più consapevoli, già appena più capaci di chiedere. «E, contrariamente a quanto dice il ministro Lollobrigida, quella sì che è una sostituzione etnica», chiosa il segretario della Flai.
Il cerchio si chiude proprio sui ragazzi di Amendolara. Erano fuggiti dai loro paesi, con un permesso di soggiorno temporaneo agganciato a una domanda d’asilo di rifugiati perché volevano costruire una vita migliore. È il filo che Mininni tira fino in fondo: «L’economia della guerra produce anche l’economia dei profughi. Il sistema geopolitico produce guerre; le guerre producono profughi; i profughi arrivano nei Paesi più ricchi; e qui, troppo spesso, trovano una vita ridotta in schiavitù.» La fragola che finisce sul banco del supermercato, vista da questa angolatura, è l’ultimo anello di una catena che comincia con un bombardamento a settemila chilometri di distanza.
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