Donald Trump ha attaccato l’Iran il 28 febbraio per far cadere il regime e smantellare il nucleare. Quasi quattro mesi dopo il regime è in piedi, l’uranio arricchito è dov’era, e il quello festeggia. La guida suprema Ali Khamenei è morta sotto le bombe, certo: solo che al suo posto siede il figlio Mojtaba, eletto dall’Assemblea degli esperti l’8 marzo, una dinastia al posto della dinastia. Cambio di regime da manuale, lo chiamava Trump. Auguri.
Ma attenzione, quello che si firma venerdì 19 giugno a Ginevra è un memorandum d’intesa, la pace è un’altra cosa: una tregua di 60 giorni che riapre lo Stretto di Hormuz e libera 25 miliardi di dollari di asset iraniani congelati. Teheran incassa ossigeno e tiene la sua postura. Washington rinvia il nucleare e porta a casa una foto. Due fasi di guerra, militare e blocco navale, costate decine di miliardi, e nessuna vera concessione strappata al tavolo.
E Israele? Benjamin Netanyahu non ha firmato niente, anzi continua a bombardare Beirut e si tiene le zone cuscinetto in Libano, Gaza e Siria. «Lo scontro non è ancora finito», dice, «non solo contro l’Iran ma anche contro i suoi proxy». Tradotto: la guerra resta aperta perché aperta conviene.
Intanto il 14 giugno, per i suoi ottant’anni, Trump si è regalato un torneo di arti marziali alla Casa Bianca, 60 milioni di dollari, gabbia ottagonale sul prato sud e un bombardiere a illuminare il cielo. Il 37% di gradimento e i gladiatori in giardino. La pace come spettacolo e la guerra come fondale: del resto chi guadagna dal conflitto permanente non ha motivo di chiuderlo. La prossima la stanno già preparando.
Buon martedì.




