Chiedere a quali condizioni si lavora è un diritto da esercitare, altro che pretesa da viziati

Scorrono da giorni sui gruppi TikTok e nelle storie di Instagram: screenshot di offerte che un tempo si accettavano in silenzio. 800 euro al mese per sette ore al giorno, sabato compreso. Turni che finiscono alle due di notte senza un euro di maggiorazione. Stavolta la risposta è un secco no, fotografato e messo in rete. Lo racconta oggi La Stampa, che ci legge un manifesto della Generazione Z contro il lavoro malpagato e senza contratto.

Liquidarli come la solita gioventù indolente, cresciuta col telefono in mano, è comodo. Solo che i numeri raccontano altro. Secondo l’ultimo rapporto AlmaLaurea, fra i laureati che a un anno dal titolo cercano ancora un impiego, la quota disposta ad accettare meno di 1.250 euro netti è scesa al 33% e al 26%. A Milano, dove l’affitto si mangia quasi tutto, quella cifra è la soglia della sopravvivenza.

La sociologa Chiara Saraceno, sulle stesse pagine, lo scrive senza troppi giri di parole: chiedere a quali condizioni si lavora è un diritto da esercitare, altro che pretesa da viziati. E quegli screenshot condivisi sono già una bacheca sindacale per una generazione che un sindacato quasi non ce l’ha più. Cambiano gli strumenti, non la sostanza: è organizzazione del disagio, con i mezzi di oggi.

Quelle richieste, del resto, sono politiche. Parlano di salari, di contratti, di welfare, di una pensione che a questi ragazzi nessuno osa più promettere, di affitti che si mangiano lo stipendio. La domanda, a questo punto, è se la politica saprà ascoltarle, o se preferirà raccontarsi ancora la favola dei nativi digitali sdraiati sul divano. Aspettiamo.

Buon mercoledì.

Immagine realizzata con IA