Keir Starmer lascia Downing Street dopo nemmeno due anni, convinto di aver ereditato «un partito politicamente, finanziariamente e moralmente fallito». Quel partito l’aveva vinto lui, nel 2024, con la maggioranza più larga di una generazione. Si dimette il 22 giugno e si stupisce.
Si stupisce che imitare la destra da sinistra sia una pratica perdente. Aveva sistemato la bandiera, la sicurezza, i confini, e si vantava di stare «con orgoglio accanto alla nostra bandiera nazionale, non contro di essa». Solo che i conti li ha fatti YouGov: dopo le amministrative di maggio, dei suoi elettori del 2024 è rimasto fedele il 46%, il 22% è passato ai Verdi, il 16% ai Liberaldemocratici, appena il 6% a Reform UK. Ha perso a sinistra, non a destra. Rincorrere Nigel Farage, dicono gli stessi Verdi, è stato un fallimento spettacolare.
Si stupisce pure che insozzarsi di complicità lasci gli elettori di ghiaccio. Da capo dell’opposizione, nell’ottobre 2023, ripeteva che Israele «aveva quel diritto», compreso quello di tagliare acqua ed elettricità a Gaza. Poi le licenze d’armi sospese a metà, i pezzi britannici dentro gli F-35, il genocidio negato in tribunale. Il suo predecessore Jeremy Corbyn, che da quel partito è stato espulso, lo saluta con due parole: «complicità nel genocidio».
E chi piange, qui da noi? Ursula von der Leyen lo ringrazia come “uno statista in due anni”. Del resto le lacrime più amare le versano proprio quelli che da sinistra sognano di fare la destra, e che il modello Starmer volevano importarlo. L’hanno visto cadere prima ancora di copiarlo.
Buon martedì.
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