Martedì 23 giugno cinque uomini del regime talebano sono stati ricevuti a Bruxelles, lontano dalle sedi della Commissione europea, da funzionari di 15 Stati membri. Riunione “a livello tecnico”, senza politici, presieduta dalla Commissione e dalla Svezia, col Belgio a firmare i visti. Sul tavolo una cosa sola: come deportare in Afghanistan gli afghani che gli Stati considerano scomodi.
Sono gli stessi talebani che l’Europa esibisce come il volto del male ogni volta che serve a spaventare l’elettorato. Gli stessi che a luglio 2025 la Corte penale internazionale ha incriminato per persecuzione di genere, coi mandati contro la guida suprema Haibatullah Akhundzada e il capo della Corte suprema Abdul Hakim Haqqani (nella foto WP). Quelli di un Paese dove alle donne è tolta la scuola, il lavoro, il parco, la voce, e che l’Onu chiama apartheid di genere. Stesso regime, due usi opposti. Il cattivo da sventolare in campagna elettorale e il partner con cui chiudere l’accordo a porte chiuse.
Il commissario Magnus Brunner difende: parlarci è una necessità, non un’opzione. La Fidh chiedeva di arrestarli, quei delegati, appena scesi dall’aereo. Intanto il Patto asilo e migrazione è in vigore dal 12 giugno, e dei 14.270 afghani con ordine di rimpatrio nei primi nove mesi del 2025 ne sono tornati 340, il 2 per cento (Eurostat). Il resto è la fila da svuotare.
Tutto questo mentre in Parlamento ci si accapiglia sui nomi nei citofoni delle case popolari, e qualcuno scopre indignato il razzismo dei seguaci di Vannacci. Il razzismo che fa rumore sta in Aula. Il volto del male va benissimo per i comizi. Per gli affari, ci si siede allo stesso tavolo. Auguri all’Europa dei valori.
Buon mercoledì.




