Calano i reati, si riempiono le carceri. Nel primo semestre del 2025 le denunce sono scese del 4,8%, eppure al 31 dicembre dietro le sbarre c’erano 63.499 persone, quasi duemila più dell’anno prima, su 46.124 posti reali. A crescere, evidentemente, è la voglia di punire.
Punrie chi? Il XVII Libro Bianco sulle droghe, curato da Forum Droghe, Antigone e Cgil, lo certifica: oltre un terzo dei detenuti, il 33,9%, è dentro per la legge sugli stupefacenti. La media europea è del 18%, quella mondiale del 22%. Più di un ingresso su quattro passa dall’articolo 73, che colpisce il piccolo spaccio e il consumo, non i narcotrafficanti. Quelli, del resto, continuano a lucrare indisturbati. E un detenuto su tre, il 32,7%, è una persona tossicodipendente: un malato che mettiamo in cella invece che in cura.
Il governo Meloni ha pestato sull’acceleratore. Il decreto Caivano, nato contro il disagio minorile, ha alzato da 4 a 5 anni la pena massima per i fatti di lieve entità: così è tornata possibile la galera prima del processo per chi ne restava fuori, tanto che la Corte costituzionale ha dovuto rimettere una pezza. E Alfredo Mantovano propone comunità chiuse, carceri private travestite da cura.
Funziona, questa guerra alla droga? Il Portogallo, che dal 2001 ha tolto il consumo dal codice penale, ha visto i detenuti per droga crollare sotto la media europea e le morti per overdose tra le più basse del continente. Lì la polizia dà la caccia ai trafficanti, non ai ragazzi con una canna.
Qui invece si riempiono le celle di chi avrebbe bisogno di un medico. E la chiamiamo sicurezza.
Buon martedì.




