Viaggio nell’opera della fumettista iraniana che ha saputo raccontare la repressione, la guerra, l’esilio senza piegarsi alle false alternative tra integralismo degli ayatollah e interventi militari occidentali
Proprio nelle settimane di bombe sull’Iran e tregue a singhiozzo, è venuta a mancare inaspettatamente, a 56 anni, una delle voci iraniane più note al mondo: la fumettista Marjane Satrapi. Ma perché la sua opera continua a parlarci, soprattutto oggi? A darle la celebrità è stato il graphic novel autobiografico Persepolis, uscito nei primi anni 2000 in Francia e tradotto in più di venti lingue (in Italia è edito da Rizzoli Lizard, trad. G. Gasparini, A. Nobecourt e C. Sparagana). Spesso ricordato come il racconto di un’infanzia in Iran al tempo della Rivoluzione islamica, il libro, diviso in quattro parti, è in realtà molto più complesso . Nella prima c’è l’infanzia di Marjane, che cresce in una famiglia di origini aristocratiche, colta e comunista. Legge adattamenti illustrati di Marx e di notte dialoga con un Dio barbuto, che a Marx somiglia molto («Forse Marx era un po’ più riccio»). Da grande vuole fare la profeta, per eliminare le ingiustizie di classe e il dolore alle ginocchia di sua nonna. Viene catapultata nella Storia quando nel 1978 inizia la rivoluzione contro la monarchia dello Scià, sostenuto dalle potenze europee e dagli Usa. Parenti e amici scendono in piazza. All’euforia per la fuga del monarca e per la vittoria della rivoluzione, segue la delusione quando viene instaurata la Repubblica islamica. Alcune persone vicine a Marjane, come lo zio Anush, già perseguitate dallo Scià, trovano la morte sotto il nuovo regime. E Marjane caccia via Dio dalla sua vita. La seconda parte di Persepolis è incentrata sulla guerra, che scoppia tra Iran e Iraq subito dopo la Rivoluzione, e che durerà 8 anni. Le vignette di Marjane ci mostrano com’è vivere sotto le bombe: il terrore, ma anche una vitalità esasperata fatta di feste clandestine, e le giornate di una dodicenne che rischia l’arresto comprando al mercato nero le cassette di Kim Wilde e degli Iron Maiden, simboli di decadenza occidentale. Perché intanto il regime, in nome del nemico esterno, si rafforza. Un milione di giovani viene mandato al martirio con la promessa del paradiso, e la repressione del dissenso interno diventa più crudele che mai. Per proteggere la figlia quattordicenne (che si fa espellere da tutte le scuole che frequenta, perché contraddice le narrazioni di propaganda delle insegnanti: la rivoluzione è stata una palestra di ribellione!), i genitori di Marjane, con la morte nel cuore, la spediscono in Austria. Così la terza parte racconta l’adolescenza di Marjane nella diaspora, con la famiglia in un Paese lontano in piena guerra. Lo spaesamento, l’isolamento, lo sguardo razzista altrui, il confronto con coetanee molto più disinibite figlie di una rivoluzione sessuale, Simone de Beauvoir, l’abuso di cannabis, il tentativo di fuggire dal proprio passato. Infine, una delusione amorosa che la fa piombare in una profonda depressione e la porta a vivere per strada. Nella quarta parte, Marjane torna in Iran. La guerra è finita, ma deve fare i conti con la repressione della Repubblica islamica e con la sua salute mentale. Le sua sfera personale, dalla facoltà d’arte alla sua relazione amorosa, sarà oggetto di pesanti pressioni da parte di una società sempre più

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