L’attenzione giornalistica dedicata allo scisma dei lefebvriani è durata più di quanto meritasse, dal momento che ha narrato soltanto l’aspetto religioso senza cogliere, per lo più, la cifra della sua pericolosità sociale e politica.
In un mondo di predazione devastante, di guerre insensate, di genocidi, di sofferenze dissennate, di prospettive climatiche catastrofiche e irreversibili, assistiamo allibiti alla sceneggiata di un gruppo di maschi in camicia nera lunga che organizzano uno show in contrasto con le regole dell’organizzazione di cui fanno parte, la Chiesa cattolica, perché vogliono recitare la messa in latino e perché vogliono che la modernità e il progresso siano seppelliti sotto una coltre di imbecillità rituali ripescate dalle psicopatologie del medioevo.
Davanti a questa farsa – per ‘vedere’ dove si annida il pericolo – è necessario ripercorrere, almeno per sommi capi, la storia che l’ha preceduta. Marcel Lefebvre iniziò la sua carriera in Africa come missionario, e sappiamo come i missionari abbiano fatto da apripista al colonialismo occidentale. Addestravano le popolazioni allo sfruttamento, dal momento che la predicazione della sottomissione facilitava il controllo politico delle compagnie commerciali europee, tanto è vero che i primi trattati commerciali ebbero proprio i missionari come mediatori e come firmatari.
Anche se Lefebvre personalmente non ha mai firmato accordi commerciali, ha impostato la sua azione in Africa con una assoluta assimilazione senza alcun rispetto delle lingue, religioni e tradizioni locali, attuando un autentico suprematismo bianco funzionale allo sfruttamento coloniale.
Sebbene favorisse l’ingresso degli africani nel clero cattolico, Lefebvre non riteneva opportuno che ricoprissero incarichi di maggiore responsabilità nella gerarchia ecclesiastica, la sua visione rifletteva una concezione fortemente paternalistica e gerarchica, espressione di un’idea di superiorità dei missionari europei rispetto al clero locale.
La sua nomina a delegato apostolico per tutta l’Africa francese lo rese il rappresentante della Santa Sede in diciotto Paesi africani, e con questo ruolo ampliò il suo potere, al punto da mandare in sospetto le gerarchie romane che avevano già pianificato di affidare l’Africa ai vescovi africani.
Lefebvre fu richiamato in Francia con il preciso intento di ridimensionare il suo potere, fu nominato vescovo della piccola diocesi di Tulle, una sede di scarso peso ecclesiastico, nonostante fosse vacante l’arcidiocesi di Albi, in modo tale che la perdita del titolo di arcivescovo metropolita gli precludesse la partecipazione all’assemblea generale degli arcivescovi francesi.
La scelta di assegnarlo a una diocesi periferica, dunque, non fu casuale, ma rispondeva alla volontà della Santa Sede di limitarne il peso politico ed ecclesiale.
Lefebvre da quel momento alzò il livello di scontro ed opposizione con le linee politiche del Vaticano, per riaffermare una ideologia sempre più tradizionalista e chiusa al dialogo interreligioso, a suo dire incompatibile con la asserita superiorità del cattolicesimo.
Nel 1970 fondò la Fraternità sacerdotale San Pio X, un’organizzazione attraverso la quale reclutava seminaristi e accresceva il suo potere. Inizialmente ottenne un riconoscimento canonico ma le sue posizioni di contrasto con la linea politica ufficiale del Vaticano fecero sì che il riconoscimento canonico venisse ritirato con conseguente ordine di chiusura del seminario.
Lefebvre non si scompose, tanto più che aveva esattamente pianificato azioni e reazione, e ovviamente respinse sia l’ordine di chiudere il seminario e sia l’ordine di non aprire nuove case della sua setta.
Nel 1976 arrivò la sospensione a divinis, una sanzione che nel diritto della monarchia vaticana determina l’interdizione da qualsiasi esercizio pubblico del ministero sacerdotale. Forte del gran numero di fedeli, seguaci del suo fondamentalismo, continuò a mantenere alto il livello di scontro perché funzionale al rafforzamento del suo potere.
Il Vaticano tra i suoi principi inderogabili coltiva l’unità gerarchica, uno dei cardini del potere maschile, al pari degli eserciti militari, e una setta come quella di Lefebvre non poteva essere lasciata nell’indifferenza, perché attorno a Lefebvre giravano affari e soldi.
Ratzinger e Lefebvre, dopo molteplici incontri e raffinamenti affidati ai rispettivi emissari, nel 1988 firmarono un documento di sostanziale convergenza sulle posizioni teologiche, la Fraternità sarebbe rientrata nell’alveo della Chiesa e Ratzinger avrebbe consentito a Lefebvre di ordinare un vescovo.
Il capolavoro di Lefebvre era tutto nella pantomima dell’accordo, sapeva di aver firmato un’intesa che aveva già deciso di non rispettare. L’indomani Lefebvre dichiarò che si sarebbe ritirato dall’accordo, lasciò Roma e procedette alla consacrazione di nuovi vescovi in totale autonomia.
In una intervista qualche tempo dopo confermò che aveva valutato che se avesse portato a compimento la riappacificazione, il suo ordine sarebbe evaporato, ed ebbe ragione perché la sua setta, dopo il tentativo fallito di Ratzinger di ricondurla sotto il controllo vaticano, continuò ad espandersi.
Il fondamentalismo, del resto, quale devianza sociale con manifestazioni patologiche, rende i fedeli molto più convinti perché li rafforza in una identità condivisa che li fa sentire sicuri. È noto che il fondamentalismo, in taluni soggetti nei quali prevale l’irrazionalità o la violenza, o entrambe, è la risposta più semplice a bisogni psicologici e sociali profondi.
Puntuale arrivò per Lefebvre la scomunica che rafforzò la sua posizione politica ponendolo al vertice della sua organizzazione in una posizione gerarchica che non conosceva nessuno sopra di sé, proprio come il Papa. La risonanza mediatica che ne seguì era la conferma di una pianificazione antica e non certo legata agli eventi degli ultimi momenti.
Quando Lefebvre morì nel 1991, nonostante fosse stato scomunicato, il suo funerale venne celebrato con le ritualità cattoliche, per intenderci le stesse che la Chiesa nega alle donne che si sono autodeterminate nei diritti sessuali e riproduttivi.
Nel 2009 Ratzinger revocò la scomunica del 1988 ai quattro vescovi consacrati illecitamente da Lefebvre ma non riuscì a ricondurli nell’ovile, i lefebvriani continuarono ad espandersi.
L’opera avviata da Lefebvre è cresciuta nel corso degli anni e oggi è presente in 70 Paesi. La Fraternità conta 180 priorati, 751 sacerdoti, 264 seminaristi, 145 religiosi, 250 suore e 88 oblate, e secondo i dati diffusi dalla stessa Fraternità, i fedeli nel mondo sarebbero circa 600.000.
Il primo luglio 2026 ad Écône in Svizzera, hanno fatto un salto di qualità e hanno ordinato nuovi vescovi infrangendo nuovamente la regola dell’unità gerarchica che riconduce tutto all’unico vertice di Roma. Il giorno successivo Prevost ha comunicato che sui lefebvriani era di nuovo caduta la scomunica.
Non possiamo considerare queste vicende come una questione esclusivamente vaticana, perché attorno a questi ambienti scissionisti, in questi decenni, si sono consolidate connessioni politiche tanto pericolose quanto inquietanti.
Alla cerimonia di nomina dei vescovi lefebvriani erano presenti anche esponenti del partito di Roberto Vannacci, rappresentanti di Forza Nuova, Mario Borghezio e altri esponenti della destra radicale italiana, a conferma dei legami sviluppati negli anni tra una parte del tradizionalismo cattolico e alcune aree della destra identitaria italiana.
Il legame tra il fondamentalismo religioso dei lefebvriani e l’estrema destra non nasce esclusivamente da una comune appartenenza religiosa, quanto piuttosto dalla condivisione di alcune battaglie culturali, o forse sarebbe più corretto definire sub-culturali, come ad esempio la difesa di una visione gerarchica della società, il richiamo all’identità cristiana dell’Europa, la critica al liberalismo, al relativismo morale e alle trasformazioni dei costumi. Il punto di contatto tra questi mondi è soprattutto culturale e simbolico. Il tradizionalismo religioso radicale fornisce una cornice spirituale e identitaria, mentre alcune formazioni della destra estrema interpretano la religione come elemento fondante dell’identità nazionale e occidentale. In questa prospettiva, la fede diventa anche uno strumento di battaglia politica e culturale contro ciò che viene percepito come una minaccia: il multiculturalismo, la perdita delle tradizioni, la trasformazione dei modelli familiari e l’indebolimento delle identità nazionali.
E comunque il problema del fondamentalismo, che in Italia è solo agli esordi, in altre nazioni ha già eroso le garanzie democratiche verso autoritarismi perniciosi.
La sovrapposizione tra militanza religiosa radicale e militanza politica identitaria è la caratteristica degli autoritarismi contemporanei negli Stati Uniti, in Iran, in Israele, dove la cancellazione dei diritti umani è la cifra della legittimazione religiosa del potere.
In questi contesti, la religione non viene vissuta soltanto come esperienza spirituale privata, ma come elemento di una visione complessiva della società e della politica. È proprio questa trasformazione della fede in strumento di mobilitazione ideologica a spiegare il legame ideologico tra il fondamentalismo religioso scismatico dei lefebvriani e alcune componenti dell’estrema destra mondiale.
Negli USA, ad esempio, per quanto abbiano assetti organizzativi differenti e non abbiano legami diretti, tuttavia ci sono preoccupanti punti di convergenza ideologica tra una parte del movimento Maga (Make america great again) e alcuni ambienti lefebvriani. Maga in effetti è un movimento politico ampio e variegato, mentre la Fraternità Sacerdotale San Pio X è un’organizzazione religiosa. Entrambi gli ambienti esprimono, in forme diverse, una critica alla modernità culturale. I lefebvriani contestano le riforme del Concilio Vaticano II e la secolarizzazione; una parte del mondo Maga critica il progressismo culturale, il multiculturalismo e le trasformazioni nei valori sociali. Entrambi sono convinti che il cristianesimo costituisca un elemento essenziale dell’identità occidentale. Nei lefebvriani l’identità cristiana assume una dimensione teologica, mentre nel movimento Maga si traduce soprattutto in una difesa dell’eredità culturale cristiana nello spazio pubblico e si traduce in azione politica. I lefebvriani, pur essendo un’organizzazione internazionale, valorizzano le identità nazionali occidentali, e nel mondo Maga la sovranità nazionale e il principio “America first” rappresentano temi centrali. Entrambi manifestano sfiducia verso le élite percepite come responsabili di un allontanamento dalle tradizioni: i lefebvriani la ravvisano nelle gerarchie ecclesiastiche e culturali vaticane; molti sostenitori di Maga invece la ravvisano nelle élite politiche, mediatiche e accademiche. Su aborto, eutanasia, matrimonio tra persone dello stesso sesso e identità di genere, si ritrovano posizioni identiche. Negli ultimi anni alcuni attivisti cattolici tradizionalisti vicini alla Fraternità San Pio X o comunque al tradizionalismo hanno trovato ascolto in settori del mondo conservatore statunitense. Alcune iniziative culturali, conferenze e media hanno favorito questo dialogo, soprattutto attorno ai temi della libertà religiosa, della critica al progressismo e della difesa dei valori tradizionali.
La presenza di esponenti della destra radicale italiana alla consacrazione dei vescovi lefebvriani in Svizzera non può essere liquidata come un episodio marginale, ma suggerisce che è in atto la ricerca di una legittimazione religiosa per un progetto politico e culturale fondato sul rifiuto del pluralismo, sulla contrapposizione identitaria e sulla contestazione di principi che costituiscono il fondamento delle democrazie costituzionali. La sponda religiosa, in questa prospettiva, non è un elemento accessorio, ma una componente essenziale della costruzione di una visione del mondo che pretende di attribuire un carattere assoluto alle proprie scelte politiche.
Avere attenzione al lefebvriani non significa entrare nel merito delle dispute liturgiche o dottrinali che lo contrappongono alla Chiesa cattolica ufficiale, per le quali permane indifferenza o, a tratti, curiosità divertita. Il problema è comprendere il ruolo che una determinata forma di fondamentalismo può assumere quando diventa il punto di incontro tra radicalismo confessionale e radicalismo politico.
Parte della sua forza risiede anche nella capacità di presentarsi come una minoranza perseguitata e antisistema, suscitando simpatia e identificazione, mentre deve essere ben chiaro che l’opposizione all’ordine esistente, in questo caso, non coincide con la difesa della libertà, ma si traduce, al contrario, nella proposta di modelli autoritari, repressivi e ostili ai principi democratici.
In questa convergenza tra integralismo religioso e politica identitaria si manifesta una delle forme più insidiose dell’autoritarismo contemporaneo. Non si ripresenta con le stesse modalità dei totalitarismi del Novecento, ma ne condivide alcuni tratti essenziali: il rifiuto del pluralismo, la subordinazione dei diritti individuali a un’identità collettiva ritenuta assoluta e la pretesa di fondare il potere su una verità indiscutibile.
È il nuovo fascismo, ed è peggiore dell’originale.

Sull’altare del nuovo fascismo. Dietro lo scisma: i lefebvriani, i Maga e la destra italiana
Il ritorno dell’autoritarismo in veste liturgica



