A colloquio con il giovane violoncellista e insegnante Loris Rossi

Nel panorama della musica classica il violoncello – nei conflitti odierni, ma anche nel passato – si è imposto come lo strumento simbolo della resistenza pacifica e della lotta al riarmo. Il musicista Edward Elgar, profondamente scosso dalle atrocità compiute durante la Prima Guerra Mondiale, scrisse nel 1919 in piena crisi di coscienza il Concerto per violoncello e orchestra in mi minore op.85, un requiem laico intimo, malinconico ed elegiaco. In quest’opera innovativa che contrasta con i toni trionfali delle sue marce per l’Impero britannico il violoncello dal timbro scuro, caldo e introspettivo ben si adatta a esprimere il senso di desolazione, riflessione e rassegnazione dell’autore di fronte al trauma collettivo della violenza. Ma lui è solo uno dei tanti musicisti che nella storia hanno fatto del violoncello e delle sue peculiarità un simbolo della pace e della lotta al disarmo. Mstislav Rostropovic è un uomo che non ha avuto paura di sfidare il regime sovietico e che ha usato il violoncello come veicolo di libertà. Il suono del suo violoncello è intenso, con una grande ricchezza di armonici e infinite sfumature nel fraseggio e nel timbro. Alla fine degli anni Sessanta, il musicista si schierò apertamente a favore della libertà di espressione, subendo la chiusura delle frontiere da parte del Paese. Dopo essere riuscito a raggiungere l’Europa nel 1974 grazie a un visto, nel 1978 fu privato della cittadinanza sovietica. L’esilio durato sedici anni e la persecuzione ad opera del regime colpiscono la sensibilità dell’artista dissidente che nelle sue opere lamenta le nefandezze del regime e la condizione dell’Urss brezneviana. Un’altra immagine iconica. Vedran Smailovic, primo violoncello dell’orchestra filarmonica di Sarajevo, vestito in frac, solitario tra le macerie della sua amata città che suona l’adagio dolente in Sol minore di Albinoni durante l’assedio di Sarajevo, durato 1425 giorni dall’aprile 1992 al febbraio 1996. Tra i 500 mila abitanti che restarono intrappolati sotto il fuoco dei cecchini e dei mortai, riuscì a sfidare il nemico con un violoncello piuttosto che con un’arma da fuoco. Per 22 giorni consecutivi in diverse ore del giorno uscì di casa per andare a suonare l’Adagio nel luogo in cui si compì la cosiddetta strage del pane: il 27 maggio del 1992, violando la tregua, gli assedianti serbo bosniaci uccisero a colpi di mortaio 22 civili in fila per il pane ferendone altri 150 in via Vaso Miskin a poca distanza dal Markale, il mercato austro ungarico nel centro della città. Nel luogo della strage l’artista scelse così di onorare la morte dei civili e testimoniare il dolore e la rabbia dell’intera città.

Arriviamo ai giorni nostri. Il violoncellista Denys Karachevtsev ha suonato alcune parti della “Suite per violoncello n°1” di Bach e l’inno ucraino nel centro della città di Kharkiv, nei pressi del quartiere generale della polizia ridotto in macerie il 2 marzo del 2022 a causa di un bombardamento russo. Il video di Denys Karachevtsev girato dal fotografo Oleksandr Osipov ha fatto il giro del mondo. Negli ultimi anni, diversi collettivi di musicisti classici e attivisti pacifisti hanno organizzato blitz musicali e proteste pacifiche eseguendo brani per violoncello solo, spesso Bach o brani d’avanguardia, davanti ai cancelli delle grandi industrie della difesa e dei Ministeri. L’obiettivo è usare il suono profondo del violoncello per squarciare il silenzio burocratico della compravendita di armamenti, creando un contrasto morale ed estetico tra la bellezza dell’arte e i profitti derivati dal riarmo: figurativamente tra la bellezza e la fragilità della musica classica e la pesantezza dei grandi cancelli di queste industrie. L’atto più letterale di lotta al riarmo è il riciclo dei materiali bellici. Sulla scia di progetti artistici internazionali, alcuni liutai e attivisti hanno recuperato metalli fusi provenienti da armi da fuoco sequestrate, bossoli di proiettili o rottami di carri armati per integrarli nella struttura di nuovi violoncelli, spesso usandoli per il puntale, la cordiera o le chiavette. Così il materiale che un tempo serviva per spezzare vite umane diventa il supporto fisico che permette al legno del violoncello di risuonare, creando una vera e propria metamorfosi acustica. Ogni volta che il musicista suona lo strumento il contatto con quello strumento ricorda il passaggio dalla violenza alla pace.

Loris Rossi è un violoncellista che ben può aiutarci a comprendere perché il violoncello è legato al pacifismo.

Lei, oltre ad essere un violoncellista diplomandosi al Conservatorio Verdi di Milano, ha anche conseguito nel 2017 una laurea in Relazioni Internazionali in cui ha redatto una tesi che studiava le modalità attraverso le quali la musica è utile al dialogo interculturale e alla cooperazione tra i popoli. Reputa che il violoncello sia uno strumento di pace più di altri strumenti?

Sì, penso di sì e che ciò sia dovuto principalmente all’indole sociale e all’afflato umanitario che ha spesso chi studia questo strumento ed è proprio di chi ritiene che suonare la musica serva per migliorare la società in cui viviamo e non sia solo un fatto artistico. Ma dipende anche dal timbro caratteristico del violoncello che è lo strumento più vicino alla voce umana – dal basso al soprano riesce a riprodurre tutto lo spettro delle quattro voci – e dal ruolo di rivalsa che gli viene dato nei concerti per violoncello e orchestra del repertorio classico: c’è spesso una voce quella del violoncello che si contrappone all’orchestra, come se fosse un eroe che deve superare delle prove.  C’è un pezzo molto famoso di Strauss dove al violoncello viene dato proprio il ruolo di Don Chisciotte. La combinazione di questi elementi spiega storicamente il ruolo pacifista del violoncello. C’è poi una questione: la musica in sé è solo una forma artistica scollegata dalla società o si deve far carico di battaglie utili socialmente? Per me la musica ha un ruolo sociale e deve mirare ad averlo sempre di più.

Lei ha partecipato anche a una Masterclass con Yo-yo Ma. Oggi il testimone di Casals come violoncellista messaggero per la pace dell’Onu è stato preso proprio da Yo-yo Ma, Cosa può dirci di lui?

Yo-yoma nel 2000-2001 ha fondato la Silk Road Ensemble. Questo gruppo tenta di fondere linguaggi cultural musicali che teoricamente hanno forme di scrittura, di intonazione molto diverse tra di loro, per esempio il nostro occidentale con quello indiano e cinese.  In questo modo si costruiscono brani che fondono questi stili senza rinunciare alla particolarità di ognuno di essi. È qualcosa di innovativo nel panorama musicale e compositivo che ho studiato all’interno del mio Master in Relazioni Internazionali perché ricorda molto le istanze del multiculturalismo, cioè quel modello di società nella quale ognuno può mantenere la sua specificità culturale senza doversi omologare alla massa, vantando dei diritti che gli permettono di partecipare alla società in cui è con il suo linguaggio. Tutto ciò si contrappone a quello che sta accadendo negli Stati Uniti dove c’è sempre di più un’omologazione, dove le differenze culturali non sono accettate. Il gruppo porta questo modello tra i campi profughi facendo suonare i profughi provenienti da diverse nazionalità con finalità musico terapiche. Io lo porto nelle scuole per combattere il bullismo.

Elgar, Casals, Bridge, Britten, Rostropovich… la lista di musicisti pacifisti che hanno usato il violoncello è lunga. Oltre ad averli studiati in storia della musica li ha anche suonati?

Reputo che il mondo della musica classica non valorizzi adeguatamente questi musicisti. Quando vai a sentire un concerto, per esempio quando ascolti Britten in un grande teatro, non viene citato il valore politico dell’artista, che viene celebrato solo per il suo valore musicale. Invece queste figure storiche hanno voluto mettere la musica al servizio della società. Il compositore non scriveva i pezzi solo per ragioni artistiche ma perché avevano una valenza politica e simbolica. Però se vai oggi nelle sale da concerto si suona solo il pezzo senza contestualizzarlo. Anche le grandi istituzioni musicali guardano solo al brano musicale, tralasciando la politicità delle opere: è importante il livello tecnico dell’artista che suona e dare valenza alla partitura. In rare occasioni, come in occasione dei concerti per la pace, è diverso. La stessa storia della musica che si studia al Conservatorio non fa tanto riferimento alla storia politica. Casals si definiva prima un essere umano, per seconda cosa un musicista e per terza un violoncellista. Lo ripete anche sempre Yo-yoma. Purtroppo, siamo ancora lontani da questa concezione dell’artista.

Quale immagine storica le viene in mente ed è rimasta più impressa di violoncellisti che suonano tra le macerie?

Rostropovich. I violoncellisti dopo si sono rifatti a lui ma in modo diverso. Il compositore russo alla fine del conflitto della guerra fredda voleva celebrare il momento di festa e la possibilità del suo ritorno nella patria d’origine. I musicisti tra le macerie, da Smailovic a Mursi, hanno voluto denunciare gli orrori della guerra con un gesto pianificato. Ad ogni modo quando suoni all’aperto quello spazio diventa pubblico, un palco in cui il musicista manda un messaggio di pace e riscatto: nonostante tutto noi siamo qua e suoniamo. Penso sia questo il messaggio che vogliono trasmettere questi musicisti tra le macerie.

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Per approfondire:

Il violoncello è un manifesto di pace anche nei conflitti contemporanei, per il suo suono caldo e avvolgente che ricorda per estensione la voce umana e per la sua stessa postura: va abbracciato per essere suonato. «Sono un violoncellista e cittadino di Kharkiv – ha detto una volta Denys Karachevtsev -. Amo la mia città eroica che ora sta lottando per sopravvivere alla guerra. Credo che una volta che sarà finita potremo ricostruire la città e il Paese. Da queste strade lancio il mio progetto per raccogliere fondi per gli aiuti umanitari e per la ricostruzione dell’architettura della città».

Il violoncellista Pablo Casals il 24 ottobre del 1958 in occasione del giorno delle Nazioni Unite tenne un discorso al Palazzo di Vetro a New York in cui definì la guerra inutile e disumana, contrapponendo il linguaggio universale della musica alla distruzione della guerra. Il musicista si opponeva al regime franchista nella sua Spagna e si batteva contro la proliferazione nucleare globale e divenne un’icona dei diritti umani e della diplomazia culturale. «La confusione e la paura hanno invaso il mondo intero. Il nazionalismo mal concepito, il fanatismo, i dogmi politici e la mancanza di libertà e di giustizia alimentano la diffidenza e l’ostilità che aggravano ogni giorno di più il rischio che corriamo; eppure, tutti gli esseri umani desiderano la pace». Casals che incarnava profondamente anche l’anima e la lotta della Catalogna smise temporaneamente di esibirsi in pubblico per denunciare la passività delle democrazie occidentali verso il franchismo e riprese a suonare solo a patto che ogni suo concerto terminasse con la melodia tradizionale catalana “El cant dels ocells”, inno universale alla pace.

Il violista Frank Bridge con la sua “Oration”, Concerto elegiaco per violoncello e orchestra del 1930, gridò contro l’inutilità della guerra attraverso il violoncello. In otto brevi movimenti alterna marce spettrali a momenti di vero e proprio terrore. L’artista nel 1919, a seguito degli sconvolgimenti della guerra, aveva cambiato il suo stile musicale assumendo un tono cupo e avvicinandosi alla dodecafonia. In “Oration” il violoncello, voce della coscienza umana e dell’individuo, cerca di trasmettere pace e sogni onirici di fronte alla marcia funebre dell’orchestra, che rappresenta la macchina bellica che avanza implacabile, simbolo della distruzione materiale e morale della guerra. Tuttavia, il messaggio di Bridge è tragicamente realistico. Ogni volta che il violoncello tenta di innalzare questo canto di pace, le forze dell’orchestra intervengono per contrastarlo, riproponendo la marcia spaventosa e soffocando i sogni d’infanzia e di serenità del solista, che alla fine soccombe all’angoscia. Solo nell’Epilogo finale la tensione si scioglie in una quiete spettrale, quasi fosse una preghiera o una speranza postuma. 

Benjamin Britten, compositore, pianista e convinto pacifista, scrisse nel 1962 il “War Requiem” per la solenne inaugurazione della nuova Cattedrale di  St Michael a Coventry, ricostruita dopo la devastazione dei bombardamenti ad opera dei tedeschi nel 1940 durante la Seconda guerra mondiale. La struttura del “War Requiem” intreccia il testo tradizionale della messa da Requiem con le toccanti poesie di Wilfred Owen, soldato e poeta inglese che scrisse dal fronte sugli orrori delle trincee e dell’insensatezza della guerra, morto pochi giorni prima della fine della Prima guerra mondiale. L’imponente composizione prevede una suddivisione delle forze musicali in due parti: la grande orchestra che accompagna i testi in latino cantati dal soprano e dal coro. L’orchestra da camera, che include anche un violoncello che emerge nitidamente in mezzo agli altri strumenti amplificando il senso di solitudine e introspezione dei soldati.  Questo ensemble più intimo accompagna le poesie di Wilfred Owen eseguite dal tenore e dal baritono. Britten contrappone così in modo molto ironico, pungente e incalzante di volta in volta le parole della Chiesa Romana con quelle sferzanti del poeta inglese in un confronto sull’inadeguatezza delle formule religiose di fronte alla cruda realtà della guerra, che si abbatte sull’umanità intera: la guerra non può essere un sacrificio glorioso benedetto dalla religione. Da convinto obiettore di coscienza rifiutava di essere arruolato e di contribuire allo sforzo bellico britannico e fu uno dei motivi per cui emigrò negli Usa nel 1939.

Un’altra immagine molto potente rimasta alla storia: il violoncellista Mahdi Sahili, divenuto simbolo della resilienza civile a Beirut, che suona lo scorso marzo brani di Antonin Dvorak e dell’armeno Aram Khachaturian seduto tra i palazzi crollati a Haret Hreik, quartiere sciita roccaforte di Hezbollah e teatro di sistematici bombardamenti israeliani già nel 2006. Le sue note, che riempiono il vuoto lasciato dalla guerra, restituiscono umanità a un paesaggio devastato riflettendo la malinconia di una generazione cresciuta tra crisi economica, instabilità politica e guerre ricorrenti. «Nel bel mezzo della guerra e della distruzione, la musica suona una melodia di speranza, trasformando i sospiri della sofferenza in melodie che riflettono la resilienza dello spirito umano», in arabo il violoncello è talvolta soprannominato “la voce del vecchio saggio triste”. «Quando lo ascolti sembra che qualcuno stia parlando», ha affermato il musicista.

Ricordiamo anche Karim Wasfi, direttore dell’Orchestra nazionale irachena e soprannominato il Rostropovich d’Iraq, che nel 2015 suonò a Baghdad sul luogo di un tragico attentato dinamitardo in un atto di protesta contro la violenza della guerra e Imad Mursi che suonò il violoncello a Damasco tra le rovine di casa di un amico nell’area di Jobar lo scorso aprile. Quando un violoncellista suona tra le macerie di una guerra sembra il lamento, il pianto o il canto di un essere umano che restituisce dignità al dolore della guerra. Davanti alla violenza fredda e distaccata dei droni, dei carri armati e dei missili, l’immagine di un musicista indifeso che abbraccia il proprio strumento diventa il contrasto visivo e morale più potente possibile.

Fonte foto WK