Vecchie parole che sembravano sepolte ritornano nel vocabolario quotidiano

Nel 1799 Francisco de Goya pubblicò Los Caprichos. Tra le sue incisioni ve n’era una destinata ad attraversare i secoli: un uomo dorme chino su un tavolo mentre alle sue spalle emergono gufi, pipistrelli e creature della notte. In calce, una frase: «Il sonno della ragione genera mostri».

Più di un secolo dopo, da un carcere fascista, Antonio Gramsci scriveva di un altro tempo popolato da creature inquietanti. La sua frase è giunta fino a noi in una versione che parla di un vecchio mondo che muore, di un mondo nuovo che tarda a nascere e di mostri che appaiono nel chiaroscuro. Gramsci, in realtà, non scrisse esattamente questo. Parlò di una crisi in cui il vecchio muore mentre il nuovo non può nascere e nel cui interregno si verificano i più svariati «fenomeni morbosi».

L’infedeltà della traduzione produsse, tuttavia, una fedeltà inattesa. Qualcuno trasformò i fenomeni morbosi di Gramsci in mostri e, così facendo, avvicinò involontariamente il pensatore sardo al pittore aragonese. La coincidenza merita qualcosa di più della semplice curiosità. Goya e Gramsci vissero a più di cent’anni di distanza, ma entrambi conobbero momenti in cui una promessa di razionalità sembrava perdere la propria capacità di ordinare il mondo. Goya visse nel tempo dell’Illuminismo, della sua fiducia nella ragione, nella scienza e nel progresso, ma fu anche testimone delle guerre, delle superstizioni, dell’assolutismo e delle violenze che convivevano con quella promessa. Gramsci assistette a un’altra crisi: quella dell’ordine europeo che attraversò la Prima guerra mondiale, le convulsioni sociali successive e la nascita del fascismo.

I mostri appaiono in entrambi i paesaggi. C’è la tentazione di leggere Goya come se parlasse soltanto dell’individuo: un uomo abbandona la vigilanza razionale, si addormenta e il suo inconscio si popola di creature. Ma Los Caprichos parlano insistentemente della società. Le loro streghe, gli asini, i frati, i damerini e le vecchie possiedono corpi individuali, mentre ciò che incarnano – ignoranza, superstizione, servilismo, abuso, fanatismo – circola collettivamente. Goya rappresenta come particelle fenomeni ondulatori. Il mostro ha un corpo. La mostruosità, invece, si propaga.
Un personaggio permette di disegnare ciò che non ha volto. La superstizione non ha naso; il fanatismo non possiede mani; la paura collettiva non ha occhi. L’artista deve dare loro un corpo per renderli visibili. Confondere poi quel corpo con il fenomeno significherebbe scambiare la rappresentazione per ciò che essa rappresenta.

Gramsci compie, in un certo senso, il movimento contrario. Il suo interesse si rivolge al campo. Vuole comprendere le condizioni che consentono l’apparizione di determinati fenomeni storici. Quando un ordine perde la capacità di organizzare l’esperienza collettiva e un altro non riesce ancora a stabilire una nuova egemonia, si apre l’interregno. Il mostro cessa allora di essere una spiegazione e diventa un sintomo. Questa inversione risulta particolarmente importante quando cerchiamo di comprendere le epoche di crisi. Lo sguardo tende a concentrarsi sulle particelle: il tiranno, il demagogo, il fanatico, il caudillo. I loro volti concentrano la nostra attenzione e offrono una spiegazione rassicurante. Se il mostro è la causa della mostruosità, basterebbe eliminarlo per ristabilire la normalità.

Ma che cosa accade se invertiamo il rapporto? Forse non è il mostro a curvare il campo. Forse è una determinata curvatura del campo a rendere possibile la traiettoria del mostro. Gli individui contano, naturalmente. Agiscono, decidono, fanno danno, governano. Ma la loro apparizione storica richiede condizioni che li precedono: paure accumulate, umiliazioni, disuguaglianze, frustrazioni, trasformazioni tecnologiche, perdita di legittimità delle istituzioni, mutamenti culturali, nuove forme di comunicazione. Una moltitudine di interferenze finisce per modificare la geometria entro la quale le società pensano e agiscono. Ciò che ieri sembrava inammissibile comincia ad apparire discutibile. Poi, possibile. Infine, ragionevole. Ed è qui che la sentenza di Goya rivela una profondità particolare. Goya non scrisse che l’assenza della ragione genera mostri. Scrisse il sonno della ragione.
La differenza è enorme. Quando qualcuno dorme, non cessa di esistere. Il sonno è uno stato possibile della veglia. Durante il sonno continuano ad agire ricordi, immagini, desideri e timori, ma cambiano le loro relazioni. Causalità impossibili durante la veglia acquistano una strana evidenza. Il sogno possiede persino una propria coerenza.

Forse qualcosa di simile accade alle società. La sragione non sarebbe allora ciò che comincia dove finisce la ragione. La sragione è uno stato della ragione. Una società può conservare università, scienziati, tribunali, ministeri, statistiche, ingegneri e tecnologie straordinariamente sofisticate, mentre cambia profondamente il modo in cui organizza razionalmente la propria esperienza.
Il mostro moderno può persino essere un eccellente amministratore. La storia del Novecento obbliga ad abbandonare qualsiasi identificazione ingenua tra razionalità e bontà. Le più grandi barbarie poterono servirsi di burocrazie efficienti, sistemi giuridici, tecnologie avanzate, mezzi di comunicazione di massa e complesse organizzazioni industriali. La ragione strumentale poteva funzionare impeccabilmente mentre la ragione che ne stabiliva i fini aveva cambiato stato. Qui Goya incontra Gramsci e, dietro entrambi, affiora Hegel.
La sragione cessa di essere l’esterno assoluto della ragione. Appare come una delle sue possibilità, una forma nata all’interno delle sue stesse contraddizioni. Neppure il mostro viene necessariamente da fuori. Può essere rimasto in latenza all’interno dell’ordine che poi pretende di distruggere. Per questo gli interregni sono pericolosi. Quando una geometria storica perde gravità, le traiettorie diventano incerte. Ciò che rimaneva ai margini può spostarsi verso il centro. L’eccezionale cerca di normalizzarsi. Vecchie parole acquistano nuovi significati e altre, che sembravano sepolte, ritornano nel vocabolario quotidiano. Forse stiamo vivendo uno di questi momenti. Non perché i mostri ritornino puntualmente ogni cent’anni. La storia non possiede un simile orologio. Ma il nostro tempo mostra i sintomi di una profonda trasformazione del campo: istituzioni che perdono autorità, tecnologie che modificano il nostro rapporto con la verità, algoritmi che frammentano lo spazio pubblico, disuguaglianze persistenti, guerre che sembravano appartenere a un altro tempo, incertezza di fronte al futuro e una crescente difficoltà nel costruire un’esperienza comune della realtà. Sarebbe troppo semplice scegliere alcuni volti contemporanei e chiamarli mostri. Goya e Gramsci sembrano chiederci qualcosa di più difficile.
Guardare l’onda prima della particella. Domandarci quali desideri, paure, frustrazioni e forme di pensiero stiano circolando nelle nostre società; quali interferenze stiano modificando il campo; quali cose che ieri risultavano impensabili comincino oggi ad acquistare senso.Perché quando il mostro acquista finalmente un volto, una parte importante dell’avvenimento è già accaduta. Il campo è cambiato. La ragione ha cambiato stato. Forse per questo la domanda decisiva del nostro tempo non è chi siano i nostri mostri. È un’altra, molto più scomoda: Quale stato della nostra ragione li sta rendendo possibili?

L’autore: Jorge Coulón è musicista, fondatore e componente degli Inti Illimani 
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