Sarebbe sbagliato trasformare la discussione nella formula «classe contro identità». L'idea dell'intersezionalità nasce proprio per mettere in discussione questa alternativa. Una donna povera non è soltanto povera e non è soltanto donna. Un lavoratore afroamericano può essere colpito contemporaneamente da disuguaglianze economiche e discriminazioni razziale

È bastata una battuta (o, più precisamente, la citazione di una battuta) per trasformare una discussione interna alla sinistra americana in un caso politico anche in Italia. Alexandria Ocasio-Cortez, intervistata ad inizio agosto da Jonathan Karl, nel popolare programma della Abc This Week, ha citato sorridendo una frase del consigliere comunale progressista di New York Chi Ossé: «Woke 1.0 was crazy». La precisazione è tutt’altro che marginale: Ocasio-Cortez non ha detto «Woke was crazy», né ha pronunciato lei «Woke 1.0 was crazy». Ha riferito una frase altrui. Possiamo immaginare che fosse d’accordo; possiamo pensare che la considerasse una battuta efficace per prendere le distanze da alcune posizioni del passato. Ma non lo sappiamo, e non possiamo trasformare una citazione in una sua dichiarazione.

Quello che Alexandria Ocasio-Cortez ha detto direttamente, subito dopo, è un’altra cosa. Ha spiegato che durante i mesi del Covid si era spalancata la cosiddetta finestra di Overton, cioè l’insieme delle idee che, in un determinato momento, sono considerate politicamente accettabili e possono entrare nel campo del possibile. E ha osservato che la retorica di quella fase non è quella che i progressisti userebbero oggi. Il punto interessante, dunque, non è stabilire se Ocasio-Cortez abbia «rinnegato il woke» (cosa che non ha detto). È capire che cosa succede a una cultura politica quando una sua prima versione mostra dei limiti, alcuni suoi linguaggi diventano inefficaci o controproducenti e la società cambia.E qui c’è una piccola cifra che nella polemica italiana sembra essere scomparsa: l’1. «Woke 1.0» indica una fase, una versione, non il woke in quanto tale. E quel «1.0» sembra quasi il linguaggio del software. Non è un’immagine del tutto fuori luogo. Una versione 1.0 non è necessariamente una versione da buttare: è una versione che può essere aggiornata, corretta, migliorata. Può arrivare una 2.0, diversa dalla precedente perché ha imparato dai propri errori, ha eliminato qualche difetto, ha cambiato alcune funzioni. Ma non per questo ha smesso di essere lo stesso progetto. e esiste una versione 1.0 di una cultura politica, è possibile immaginarne una 2.0: non la sua cancellazione, ma la sua evoluzione.

La parola woke appartiene al linguaggio della comunità afroamericana. Indicava l’essere svegli, vigili, consapevoli davanti al razzismo e alla violenza razziale. L’espressione stay woke è documentata già nella prima metà del Novecento e, durante la stagione dei diritti civili, assunse un forte significato politico e morale: non abbassare la guardia, non accettare come normale ciò che normale non è. Non era una teoria accademica né una moda culturale. Era la consapevolezza di una comunità che aveva imparato, spesso a proprie spese, che il razzismo poteva essere incorporato nelle istituzioni, nelle consuetudini, nei rapporti sociali e persino nelle cose che una società considera semplicemente «normali». Nel XXI secolo il termine è tornato con forza nel linguaggio politico e culturale americano, prima attraverso la cultura afroamericana e i social network, poi con Ferguson e con Black Lives Matter. Il movimento era nato nel 2013, dopo l’assoluzione di George Zimmerman per l’uccisione di Trayvon Martin; nel 2014, dopo la morte di Michael Brown a Ferguson, stay woke divenne una delle espressioni della mobilitazione contro la violenza della polizia e il razzismo. Poi, nel maggio 2020, è arrivato George Floyd. La sua uccisione ha provocato una delle più vaste mobilitazioni della storia americana. Per settimane milioni di persone sono scese in strada. La violenza della polizia, il razzismo istituzionale, la storia della schiavitù, la discriminazione nell’accesso alle opportunità e la rappresentazione delle minoranze sono entrate al centro del dibattito pubblico. Il termine woke ha cambiato così scala. Non indicava più soltanto la vigilanza nei confronti del razzismo, ma veniva progressivamente utilizzato per descrivere una sensibilità più ampia verso diverse forme di discriminazione: sessismo, omofobia, diritti delle persone Lgbt, disabilità, stereotipi, rappresentazione delle minoranze, linguaggio.

Questo non significa che il woke avesse inventato quelle battaglie. Il femminismo, le lotte per i diritti delle persone omosessuali, quelle contro la discriminazione delle persone con disabilità e le riflessioni sul colonialismo e sulla rappresentazione delle minoranze avevano storie autonome, spesso molto più antiche. Il woke è diventato piuttosto, in una determinata fase, una parola capace di ricondurre sensibilità e battaglie diverse dentro una cornice comune. Quella cornice partiva da un’idea precisa: le disuguaglianze non sono soltanto economiche. Possono essere prodotte e riprodotte anche dalla cultura, dal linguaggio, dalle rappresentazioni e dai rapporti di potere. Le condizioni materiali e quelle legate all’identità possono sovrapporsi e rafforzarsi.

Il woke è diventato così progressivamente una parola-ombrello, capace di comprendere il movimento contro il razzismo, la lotta contro le discriminazioni, il femminismo, i diritti Lgbt, la critica degli stereotipi, la richiesta di una maggiore rappresentazione delle minoranze e, con il tempo, questioni più controverse come il linguaggio inclusivo, i pronomi, i trigger warnings, la cancel culture, la rimozione o contestualizzazione di monumenti e opere e la revisione dei programmi scolastici. Ma quelle questioni non avevano tutte lo stesso significato. Difendere una persona da una discriminazione razziale e discutere se un’opera letteraria debba essere accompagnata da un trigger warning non sono la stessa cosa. Contestare la violenza della polizia e chiedere di modificare una parola perché considerata non sufficientemente inclusiva non sono la stessa cosa. Rivendicare l’uguaglianza davanti alla legge e sostenere che un’opera del passato debba essere giudicata esclusivamente secondo i criteri morali del presente non sono la stessa cosa. La parola finiva dunque per contenere esperienze, battaglie e posizioni con storie, significati e livelli di consenso molto diversi.

Una cultura politica nata nei movimenti tende, prima o poi, a entrare nelle istituzioni. È accaduto anche al woke. Le sue idee sono arrivate nelle università, nelle amministrazioni pubbliche e nelle imprese, anche attraverso le politiche indicate con l’acronimo DEI: diversity, equity and inclusion. È un passaggio ambivalente. La sensibilità verso discriminazioni e disuguaglianze può tradursi in politiche concrete contro le discriminazioni. Ma, entrando nelle organizzazioni, può anche trasformarsi in procedure e categorie che finiscono per produrre nuovi problemi o alimentare diffidenza. Una politica di inclusione può dunque essere concepita o comunicata male. Questo non significa che l’obiettivo dell’inclusione sia sbagliato: significa che bisogna discutere gli strumenti con cui lo si persegue. Negli Stati Uniti, intanto, la sinistra progressista discuteva del rapporto fra identity politics e questione sociale. La critica non veniva soltanto dalla destra. Una parte della sinistra americana sosteneva che il Partito Democratico, insistendo sulle identità e sulle differenze culturali, rischiasse di perdere di vista le condizioni materiali di milioni di persone: salari, lavoro, sanità, istruzione, casa, disuguaglianze economiche. È una critica che, con accenti diversi, è stata formulata anche da Bernie Sanders e da altri settori della sinistra americana.

Ma sarebbe sbagliato trasformare la discussione nella formula «classe contro identità». L’idea dell’intersezionalità nasce proprio per mettere in discussione questa alternativa. Una donna povera non è soltanto povera e non è soltanto donna. Un lavoratore afroamericano può essere colpito contemporaneamente da disuguaglianze economiche e discriminazioni razziali. Una persona Lgbt che vive in una famiglia a basso reddito non deve scegliere quale delle due condizioni considerare politicamente rilevante. Le disuguaglianze possono sovrapporsi e rafforzarsi. Il problema politico è come tenere insieme le diverse dimensioni senza lasciare che l’una diventi la sostituzione dell’altra.Mentre queste discussioni attraversavano la sinistra americana, woke ha subito un’altra trasformazione: ha smesso progressivamente di essere soltanto il nome di una sensibilità politica ed è diventato un’etichetta utilizzata per definire l’avversario. La destra americana ha avuto un ruolo decisivo in questo passaggio. Sotto la stessa parola sono state raccolte questioni diverse: politiche DEI, linguaggio inclusivo, diritti transgender, revisione dei programmi scolastici, monumenti confederati, rappresentazione delle minoranze, cancel culture. A volte si trattava di problemi reali; altre volte di controversie circoscritte; altre ancora di episodi marginali trasformati in simboli. Non occorreva più discutere ogni singola questione: bastava attribuirle l’etichetta woke. Una discussione sul curriculum scolastico diventava una discussione sul woke; una controversia su un monumento, una battaglia contro il woke; una discussione sui pronomi, una prova della deriva della sinistra; una politica DEI criticabile per ragioni specifiche, la dimostrazione del fallimento dell’intera cultura progressista. La parola produceva così una forte semplificazione: non si contestava più soltanto una politica, si costruiva un’identità politica attraverso il suo rifiuto.

Una cultura nata dall’idea di stare svegli davanti all’ingiustizia veniva così rappresentata come una cultura che pretendeva di controllare le parole, cancellare il passato, riscrivere la storia e imporre una nuova ortodossia. La distanza fra le due definizioni poteva essere enorme. Questo non significa che ogni critica fosse inventata: significa che occorreva distinguere la discussione su singole pratiche e idee dalla costruzione di un unico avversario ideologico. In questo contesto si colloca la controversia sulla memoria storica. Il 1619 Project, lanciato dal New York Times Magazine nel 2019, ha proposto di riportare la schiavitù e il ruolo degli afroamericani al centro della narrazione della storia degli Stati Uniti. Ma da una rilettura critica della storia americana non deriva automaticamente una volontà di cancellare i suoi protagonisti, le sue opere o la sua tradizione culturale. La discussione sulla memoria americana era infatti molto più antica e complessa: comprendeva i monumenti confederati, Colombo, la rappresentazione dei nativi americani, i programmi scolastici, la schiavitù, il colonialismo, i libri e le opere considerate problematiche. Non era una catena che cominciava nel 2019 e procedeva inevitabilmente verso la cancellazione di ogni autore o protagonista del passato.La storia può essere riletta senza essere cancellata. Un monumento può essere discusso, contestualizzato, spostato o lasciato al suo posto. Un’opera può essere criticata e continuare a essere letta. Un protagonista storico può essere studiato nella sua grandezza e nelle sue responsabilità. Conoscere il passato non significa assolverlo; criticarlo non significa cancellarlo.

Se una parte della sinistra ha commesso errori, ha utilizzato un linguaggio incomprensibile, ha attribuito un peso sproporzionato ad alcune questioni simboliche o ha trasformato il dissenso in una prova di colpevolezza morale, la risposta più naturale dovrebbe essere una correzione interna. Ma la destra ha interesse a fare di quegli episodi la rappresentazione dell’intera sinistra. E una parte della sinistra può finire per accettare quella rappresentazione, cominciando a discutere di sé nei termini stabiliti dall’avversario. È un rischio che riguarda tutte le culture politiche: lasciare che sia l’avversario a stabilire le domande alle quali si deve rispondere.La domanda «sei woke?» può diventare allora più importante delle domande che il woke aveva posto all’origine: chi viene discriminato? Chi è escluso? Quali disuguaglianze sono invisibili? Quali rapporti di potere vengono considerati normali? Quali persone sono meno libere di altre? Una cultura politica può correggere i propri eccessi senza rinunciare alle domande che l’hanno fatta nascere. Può cambiare linguaggio senza cambiare i propri principi fondamentali. Può riconoscere che alcune battaglie sono state condotte male senza concludere che le ragioni di quelle battaglie fossero sbagliate. Questa può essere la prima condizione di un Woke 2.0: non un ritorno indietro e non la cancellazione di ciò che è stato, ma la capacità di distinguere il nucleo di una cultura politica dalle forme contingenti che ha assunto, correggendo ciò che non funziona senza rinunciare alle domande che l’hanno fatta nascere.

Quando il woke arriva in Italia

Il passaggio dagli Stati Uniti all’Italia cambia profondamente il significato della parola. Il woke, nella sua accezione politica originaria, non ha avuto da noi la stessa storia sociale e politica. Non abbiamo avuto una stagione paragonabile a Black Lives Matter, né una mobilitazione di massa attorno alla violenza della polizia e al rapporto fra le comunità nere e le forze dell’ordine. Non abbiamo avuto, con la stessa intensità, una discussione nazionale sulla storia della schiavitù americana, sul defund the police, sulle politiche DEI delle università o sulla rimozione dei monumenti confederati. Questo non significa che in Italia non esistano razzismo, discriminazioni, sessismo, violenza di genere o problemi relativi ai diritti delle minoranze. Significa che il termine woke non è nato qui per descrivere queste battaglie e non ha assunto qui la stessa funzione politica. È arrivato soprattutto di rimbalzo, già caricato di gran parte del significato negativo che la destra americana gli aveva attribuito. Nel viaggio ha perso buona parte della propria storia e si è sovrapposto a parole che in Italia esistevano già: politically correct, buonismo, linguaggio inclusivo, femminismo, diritti delle minoranze, identità.

La differenza non è soltanto linguistica. Negli Stati Uniti una cultura politica reale, nata dentro una storia precisa, ha progressivamente assunto significati diversi, è entrata nelle istituzioni, ha prodotto anche eccessi, ha suscitato critiche interne ed è diventata infine uno dei bersagli della guerra culturale della destra. In Italia, invece, la polemica sul woke arriva in gran parte prima che esista una cultura politica italiana che possa essere definita con quel nome. Alcune delle questioni che negli Stati Uniti sono state associate al termine sono naturalmente arrivate anche da noi. Possiamo discutere il linguaggio inclusivo, le formule linguistiche artificiose, le controversie sulla rappresentazione delle minoranze, le questioni relative all’identità di genere, il rapporto fra opere del passato e sensibilità contemporanea. Alcune di queste discussioni sono serie; altre possono apparire sproporzionate; alcune battaglie possono essere state condotte male e alcuni linguaggi possono essersi rivelati controproducenti.

Ma una questione può essere legittima senza essere centrale. Una persona transgender può avere ragioni per desiderare uno spazio nel quale si senta sicura e rispettata. Una persona può ritenere importante una determinata forma linguistica inclusiva. Una comunità può chiedere che un monumento venga contestualizzato. Sono questioni che possono meritare discussione. Non ne deriva che debbano diventare il centro dell’agenda politica nazionale. Prendiamo ad esempio una cosa minima: dire «ragazzi e ragazze» invece di «ragazzi». Non c’è nulla di male nel dirlo e non c’è nulla di male neppure nel non dirlo. È una scelta linguistica, eventualmente anche simbolica. Può essere condivisa o considerata superflua. È marginale, senza essere per questo priva di significato. Il problema nasce quando una questione di questo genere viene presa, attribuita alla sinistra nel suo complesso, ingigantita fino a diventare il suo principale simbolo e poi utilizzata per accusare la sinistra di occuparsi di quella questione anziché di salari, lavoro, casa, sanità e disuguaglianze.

La domanda è però: dov’è concretamente questa sinistra italiana che avrebbe abbandonato i problemi sociali per dedicarsi al woke? Quale partito ha costruito il proprio programma attorno alla cancel culture? Quale ha fatto dell’abbattimento delle statue, della cancellazione delle feste nazionali o della revisione della letteratura il centro della propria iniziativa politica? Quale leader della sinistra italiana ha costruito la propria identità politica attorno a queste battaglie? Il punto è stabilire quanto pesino realmente nell’attività politica delle forze progressiste italiane e quanto, invece, pesino nella rappresentazione che di quelle forze viene costruita nel dibattito pubblico. Altrimenti accade qualcosa di singolare: si costruisce una rappresentazione della sinistra a partire da una questione marginale e poi si rimprovera la sinistra di essere quella rappresentazione. E il paradosso è che questa rappresentazione non rimane necessariamente confinata alla destra. Può essere interiorizzata anche da una parte della sinistra, fino a trasformarsi in un’autocritica: la gente non vuole sentir parlare di woke, di diritti, di linguaggio inclusivo; vuole sentir parlare di bollette, salari, lavoro.

Diritti sociali e diritti civili

Una sinistra seria deve certamente occuparsi di salari, lavoro, casa, sanità, scuola, servizi pubblici e disuguaglianze economiche. Deve parlare a chi non arriva alla fine del mese, a chi non trova una casa, a chi aspetta mesi per una visita, a chi lavora senza avere la sicurezza di poter costruire il proprio futuro.  Ma perché dovrebbe scegliere? Perché mai la lotta alle disuguaglianze economiche dovrebbe essere contrapposta alla lotta contro il razzismo, il sessismo e le discriminazioni? Come se una lavoratrice avesse bisogno del salario ma non anche della libertà di non essere discriminata perché donna; come se un lavoratore immigrato avesse bisogno di un contratto dignitoso ma non anche di non essere discriminato per il colore della pelle. I ceti popolari non sono una categoria omogenea: hanno bisogno di salari, servizi pubblici, casa e sicurezza sociale, ma anche di diritti, libertà e riconoscimento. Diritti sociali e diritti civili non sono due agende concorrenti: sono due facce dell’uguaglianza. Una lavoratrice che chiede un salario dignitoso può avere anche bisogno di una politica che non la penalizzi perché ha avuto un figlio. Un padre che chiede di poter condividere davvero il congedo parentale non sta ponendo una questione astrattamente «identitaria»: sta parlando del proprio lavoro, del proprio reddito, del proprio tempo e della propria famiglia. Una politica sulla parità nella cura dei figli riguarda insieme diritti, lavoro, reddito, organizzazione familiare e opportunità professionali.

Diritti civili e condizioni materiali, dunque, non sono mondi separati: nella vita delle persone si intrecciano continuamente. Questa idea non viene meno perché alcuni eccessi del politicamente corretto sono stati inutili, talvolta persino controproducenti. Una cosa è riconoscerlo; un’altra è trasformare quegli eccessi nella prova che la lotta contro le discriminazioni appartenga a un’agenda estranea alle persone comuni. È quindi discutibile la corsa a smarcarsi dal woke per conquistare consenso. Da chi dovrebbero arrivare i voti conquistati dicendo «anche noi siamo contro il woke»? Da chi considera la sinistra troppo woke, in larga misura già orientato verso la destra. Pensare che basti diventare un po’ meno woke per riportarlo a sinistra sarebbe, nella migliore delle ipotesi, ingenuo. La questione, invece, è diversa se una forza politica riconosce che un determinato linguaggio non funziona, che una battaglia simbolica è diventata controproducente o che una priorità è stata comunicata male. In questo caso cambiare è non soltanto possibile, ma necessario. Una politica che non sappia correggersi diventa autoreferenziale. Ma correggersi è una cosa; accettare la descrizione di sé costruita dall’avversario è un’altra.

La sinistra deve certamente parlare, magari ancora di più di quanto non lo faccia già, di salari, lavoro, casa, sanità, scuola, pensioni, precarietà e costo della vita. Ma dovrebbe farlo perché queste sono questioni centrali per una politica progressista, non perché la destra abbia deciso che il suo avversario è il partito dei pronomi e dei bagni gender. Altrimenti si finisce per accettare una gerarchia artificiale: da una parte i «problemi veri», dall’altra le questioni culturali e civili, considerate quasi per definizione secondarie. Ma la vita reale non è organizzata per compartimenti politici. La politica contemporanea passa anche attraverso la comunicazione, le immagini, le formule riconoscibili. Meloni ha dimostrato quanto possa essere efficace una politica capace di costruire parole semplici, identità riconoscibili e contrapposizioni immediate. Non basta avere un programma: bisogna riuscire a raccontarlo. Questo spiega anche perché una parola come woke sia diventata così efficace. È breve, straniera, facilmente riconoscibile e può raccogliere sotto un’unica etichetta fenomeni molto diversi: politically correct, schwa, pronomi, bagni gender, cancel culture, statue, libri, programmi scolastici, identità.La rappresentazione è più semplice della realtà. E la politica contemporanea, soprattutto quella che vive di comunicazione quotidiana e social network, tende a premiare ciò che è semplice, riconoscibile, ripetibile. Questo può spiegare perché alcuni fenomeni marginali abbiano una visibilità molto superiore al loro peso nella concreta attività politica dei partiti progressisti. Non significa che siano inventati: significa che il loro peso comunicativo può essere molto maggiore del loro peso politico e sociale.

Conte, nel suo intervento di agosto, ha individuato alcuni problemi reali: la cancel culture, il conformismo ideologico, la difficoltà di contestualizzare opere e idee, il rischio che la politica finisca per regolare sensibilità e linguaggio. Sono questioni sulle quali è legittimo discutere. Il problema, ancora una volta, sono le proporzioni. Che si possa discutere se sia necessario dire sempre «ragazzi e ragazze» è una cosa; trasformare una questione linguistica di questo genere in una delle ragioni per cui la sinistra dovrebbe prendere le distanze dalla cultura woke è un’altra. Una persona può ritenere importante una forma di linguaggio inclusivo e un’altra può considerarla superflua: nessuna delle due posizioni, da sola, definisce un programma politico. Il rischio è che il dibattito sui simboli finisca per sostituire quello sulle politiche concrete. Ma il rischio opposto è altrettanto reale: che, per reagire a questa sproporzione, si finisca per considerare ogni questione culturale o civile un lusso da abbandonare.

La retorica può cambiare, così come parole e priorità. È normale che una forza politica aggiorni il proprio linguaggio quando cambia la società o quando una formula non funziona più. Cambiare retorica non significa rinnegare i valori. La sinistra può anche smettere di usare la parola woke. Può abbandonare gli eccessi verbali, le formule che non funzionano, le battaglie simboliche che si sono rivelate politicamente sterili. Può discutere criticamente di cancel culture, di linguaggio inclusivo, di politiche identitarie e delle forme che il progressismo ha assunto negli ultimi anni. Ma non deve vergognarsi di ciò che quella parola ha rappresentato, né accettare la definizione che della parola ha costruito la destra. Non deve rinunciare alla vigilanza contro il razzismo, alla lotta alle discriminazioni, al femminismo, ai diritti civili, né all’idea che anche parole e rappresentazioni possano contribuire a mantenere gerarchie e disuguaglianze. Se woke è diventato il nome di una caricatura della sinistra, possiamo anche farne a meno. Ma non della ragione per cui quella parola, all’origine, aveva un significato così semplice e forte: stare svegli davanti all’ingiustizia.

L’autore: Giuliano Laccetti è ordinario di Informatica della Università degli Studi di Napoli Federico II, Napoli.

 

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