Tutto è cominciato quasi per caso, alla fine degli anni Ottanta, con un semplice sticker e un’intuizione situazionista. Un giovane studente d’arte, immerso nella cultura skate e nella grafica underground, scopre che per occupare lo spazio pubblico e scuotere le coscienze non servono i grandi budget della pubblicità commerciale o la legittimazione dei templi dell’arte. Basta un supporto povero, la ripetizione ossessiva di un’immagine enigmatica – il volto del wrestler André the Giant associato alla parola Obey – e la strada fa il resto. Quella che era nata come una provocazione spontanea si è rivelata un virus visivo capace di dimostrare l’enorme potenziale della riproducibilità tecnica applicata alla controinformazione. Shepard Fairey ha scoperto così che il potere dei segni poteva appartenere a chiunque, inaugurando una delle parabole più influenti della street art globale.
Oggi, la mostra Obey: Power to the peaceful fino al 6 settembre alle Gallerie d’Italia di Napoli e curata da Giuseppe Pizzuto riporta la figura di Fairey sotto i riflettori in un momento storico radicalmente diverso, e decisamente più oscuro. Non siamo più nei decenni della distensione o dell’illusione della fine della storia: ci troviamo in un’epoca di drammatico ritorno del conflitto bellico come brutale e sbrigativa soluzione delle crisi internazionali.In questo scenario di rigurgito militarista e geopolitico, l’esposizione napoletana non si configura come una rassegna nostalgica o puramente estetica, bensì come un urgente appello civile.
L’arte di Fairey, che ha saputo assorbire e rielaborare i codici visivi della propaganda russa, cinese e della pop-art per svuotarli della loro carica originaria e metterli al servizio dei diritti civili, si offre oggi come una necessaria provocazione sul senso ultimo dell’arte. Questo approccio, tuttavia, non è nato dal nulla, ma è il frutto di una graduale e consapevole conquista. La traiettoria di Obey è segnata da un doppio binario esaltante e complesso: da un lato, l’ingresso inevitabile nei templi del “sistema dell’arte” e nelle grandi gallerie internazionali; dall’altro, il parallelo e progressivo sviluppo di una profonda coscienza politica.Se agli inizi lo sticker di André the Giant rispondeva a un impulso essenzialmente nichilista, mirato a destabilizzare l’ambiente urbano e a svelare i meccanismi della percezione, il successo planetario ha imposto all’artista una responsabilità nuova. Fairey ha compreso che la stessa macchina della riproducibilità che lo stava consacrando poteva – e doveva – essere direzionata verso un fine più alto. La dimensione dell’impegno civile non è stata un’etichetta a tavolino, ma una maturazione organica: man mano che i suoi poster occupavano i muri del mondo e poi le pareti dei musei, l’autore ha affinato lo sguardo sulle grandi contraddizioni della contemporaneità. L’iconicità pop si è così spogliata del disimpegno per farsi militanza, trasformando la celebrità in uno strumento di democrazia visiva.
Proprio su questo crinale diventa fecondo il paragone con l’altra grande icona della street art globale: Banksy. Se l’artista di Bristol ha scelto la via del radicale anonimato – un espediente che, sebbene nato come protezione, si è progressivamente trasformato in un brand invisibile e in un formidabile feticcio che il “sistema dell’arte” ha saputo cavalcare e monetizzare oltre ogni limite – Fairey compie la traiettoria opposta. Non si sottrae al mercato nascondendosi dietro un’assenza,
ma decide di abitare nel sistema mettendoci la faccia e il nome. In questo modo, l’ingresso nelle gallerie non si traduce in una resa commerciale, ma nell’assunzione di una responsabilità pubblica e intellettuale.
Questa responsabilità si traduce in una precisa operazione di archeologia culturale e politica, che trova il suo punto di svolta globale nel celebre poster Hope realizzato per la campagna presidenziale di Barack Obama nel 2008. Ma oltre il feticcio di quell’icona planetaria, la vera militanza di Fairey si esprime nella sistematica riscoperta e celebrazione delle grandi figure delle lotte per i diritti civili. Il pantheon visivo di Obey attinge a piene mani dalla controcultura e dalla musica che ha fatto dell’impegno un suo punto di forza: dai ritmi di liberazione della cultura reggae di Bob Marley fino alle sferzate punk di Joe Strummer, il leader dei Clash. Accanto ai profeti della musica, emerge una straordinaria e centrale attenzione per le figure cardine dei movimenti di emancipazione dei neri e, in particolar modo, del femminismo. Quello di Fairey sulle icone delle lotte delle donne è uno sguardo che merita di essere sottolineato: non si tratta di una semplice operazione nostalgica, ma del tentativo di restituire centralità politica e dignità visiva a volti e istanze di resistenza che il discorso pubblico mainstream tende spesso a sbiadire o a storicizzare in modo innocuo. Una maturazione, quella legata all’emancipazione femminile, che affonda le radici anche nel privato dell’artista: la nascita delle sue due figlie ha infatti trasformato la sensibilità teorica in una consapevolezza vissuta, spingendolo a riflettere con urgenza ancora maggiore sul mondo e sui diritti che le nuove generazioni di donne si trovano a dover difendere e conquistare.
Di fronte alla normalizzazione contemporanea della guerra, il percorso espositivo di Napoli, articolato nei quattro nuclei tematici – People Power, Propaganda, Guerra e Pace, Giustizia Sociale – diventa la testimonianza tangibile di questa evoluzione. Le oltre 150 opere in mostra non celebrano semplicemente un brand di successo: documentano il cammino di un artista che ha saputo usare i canali ufficiali dell’arte senza farsene fagocitare, ricordandoci che la pace non è tanto né solo un’utopia ingenua o una passiva assenza di conflitto, quanto piuttosto una scelta attiva, un posizionamento politico e una responsabilità condivisa.
Ed è proprio in questo cortocircuito che si svela l’efficacia di una proposta come quella di Fairey, capace di sottrarre l’arte contemporanea al rischio del mero feticcio speculativo o dell’asettico esercizio stilistico ma che si basa proprio sul “dialogo” con lo spazio pubblico. Fairey lavora sul concetto profondo di icona, ribaltandone la natura originaria. Se storicamente l’icona sacra o la “mistificazione visiva” (o semplificazione iconica) dei regimi totalitari imponevano un dogma a cui era dovuta una passiva obbedienza, l’iconicità di Obey vuole ottenere l’effetto contrario, usando però quello stesso linguaggio. Infatti, sfruttando la stessa immediatezza formale dei brand commerciali e della pop-art, egli crea immagini che non vogliono ipnotizzare lo sguardo, ma scuoterlo. L’arte contemporanea si riappropria così della sua funzione più nobile e dimenticata: non quella di decorare i salotti del potere, ma di fornire alle comunità una cassetta degli attrezzi visiva per decodificare il presente, trasformando lo spettatore da consumatore passivo di stimoli a cittadino consapevole. Nell’era della sovrastimolazione digitale e della rimozione della complessità, le icone di Fairey si stagliano come monumenti bidimensionali di una resistenza dello sguardo che è, prima di tutto, una resistenza etica.




