Non si parla molto di laicità. E non è nemmeno facile capire di quale laicità si parli, quando se ne parla. Prendiamo lo Stato più popoloso al mondo, l’India. Nel preambolo, la sua Costituzione lo definisce «una repubblica laica». Ciononostante (ed è solo un esempio) per i musulmani è ammessa la poligamia mentre, per gli altri no, perché il diritto di famiglia varia in base alla religione. In Cina, la Costituzione non menziona né la laicità né l’ateismo di Stato, benché il regime sia guidato dal Partito comunista; come la nostra, cita invece la libertà religiosa e il divieto di discriminazione (ben poco riconosciuto, quando si criticano le autorità). Nello Stato più ricco del pianeta, gli Stati Uniti, vige il principio di separazione tra Stato e Chiese: eppure sul dollaro campeggia la scritta «In God We Trust». Lo stesso principio vige in Francia, dove la laicità è enfatizzata anche all’interno della Costituzione: ma i fondi pubblici erogati alle scuole religiose sono enormemente superiori a quelli versati dallo Stato italiano. E infine c’è il Belgio, un caso unico: dove la separazione non c’è, ma lo Stato tratta (quasi) allo stesso modo la Chiesa cattolica e l’associazione esponenziale degli atei, e il Paese è stato tra i primi al mondo a riconoscere l’eutanasia e le coppie gay.
Cinque Paesi molto importanti, a loro modo laici, a loro modo non laici. La laicità non esiste? Esiste a sprazzi? In realtà, anche se i vocabolari rimandano spesso alla separazione tra Stato e Chiesa, non esiste nemmeno una definizione condivisa di laicità. Ciò che unisce gli Stati citati (e tanti altri) è che, da un certo momento in poi, il potere politico ha posto qualche paletto alle religioni. Storicamente, la laicità è stata infatti un’aspirazione condivisa dalla destra liberale fino alla sinistra stalinista. Lo è ancora oggi?
Il cambiamento
Questo articolo è riservato agli abbonati
Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivista
Se sei già abbonato effettua il login




