La comunità scientifica internazionale è la più vasta rete di cooperazione pacifica mai costruita: indebolirla significa rendere più fragile la democrazia

La scienza entra nel dibattito pubblico quasi sempre nei momenti di crisi. È accaduto durante la pandemia da Covid19, dopo terremoti e catastrofi naturali, di fronte ai climate extremes (ondate di calore, alluvioni, uragani e mega-incendi alimentati dal cambiamento climatico antropogenico), ma anche durante le grandi crisi economiche e finanziarie, nelle emergenze migratorie, nei conflitti armati, nell’aumento delle disuguaglianze, nelle campagne di disinformazione e nelle sfide poste dall’intelligenza artificiale.

In ciascuno di questi casi si cercano esperti, dati, interpretazioni, modelli capaci di orientare decisioni pubbliche e comportamenti collettivi. Poi, quando l’emergenza si attenua e l’attenzione mediatica si sposta altrove, la ricerca torna ai margini del dibattito.

Questa alternanza tra centralità e marginalità della scienza rappresenta un problema. E dovrebbe interrogare soprattutto chi si riconosce in una cultura progressista. Per capire

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