È del tutto inspiegabile perché mai uno arrossisca e tremi nel dire la verità.
Ingeborg Bachmann scrive queste parole nel suo diario. Sta per compiere diciannove anni, è il 1945, ha appena conosciuto il suo primo amore: Jack Hamesh, un soldato austriaco dell’armata britannica, ebreo, più grande di lei, che in questo primo incontro è in vesti ufficiali e la interroga per sapere se ha frequentato la Lega delle giovani tedesche, se ha fatto parte in qualche modo di quell’orrore. «No» risponde Ingeborg. Con un padre iscritto al partito nazista e quasi un intero Paese complice esaltato di Hitler, lei non ha mai aderito né è mai stata tentata dalla convenienza che questa adesione avrebbe portato.
Il corpo le trema mentre il suo essere partigiana trova suono nella risposta, come se uno dovesse vergognarsi di dire la verità, come se il rifiuto della violenza e di un mondo connivente dovesse far sentire in imbarazzo. Leggere, nutrire la propria mente nonostante la guerra e le bombe, resistere attraverso le parole, questa è già allora la sua postura: «...Ho portato una sedia in giardino e leggo. Mi sono fermamente promessa di continuare a leggere quando cadranno le bombe».
(dal Diario di guerra Corredato da lettere di Jack Hamesh a Ingeborg Bachmann, trad. E. Dell’Anna Ciancia, Adelphi, 2011).
Bachmann si affida al segno scritto, sin da giovanissima, alla possibilità di comprendere il mondo e il dolore attraverso di esso. Sempre nel diario si legge, in una frase che è una sentenza: «Degli adulti non ci si può fidare».
Tutta la sua vita, breve ma densa di eventi e relazioni, come di solitudine e momenti angosciosi, è votata a tenere un faro acceso sulla realtà, sulla violenza che, le è chiaro, non si è esaurita con la fine della guerra. Contro la fretta risolutiva e la cecità che vanno espandendosi nel mondo post-bellico, specie lì dove con il nazismo il flirt è stato speciale - non solo l’Austria Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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