L’architettura, dovrebbe avere al centro l’umano, ma nell’epoca del turbo capitalismo sembra aver perso questo obiettivo. Perché? Lo abbiamo chiesto all’antropologo e architetto Franco La Cecla, autore di numerosi saggi, fra i quali Addomesticare l’architettura. L’Occidente e la distruzione dell’abitare (Utet). Il 12 settembre interverrà al festival Con-vivere. In attesa di incontrarlo dal vivo sul palco del festival carrarino gli abbiamo rivolto qualche domanda.
Franco La Cecla cosa è diventata l’architettura oggi?
In buona parte è diventata produzione immobiliare legata a logiche di mercato al punto tale che è indifferente se rimanga inutilizzata. Oggi si produce moltissimo “real estate” col fine di immettere nel mercato metri cubi di vacancies. Nel migliore dei casi è un modo di fare diventare “brand” una città o una parte di esso, compito delle archistar internazionali.
Viviamo in città dove il capitalismo della sorveglianza si è fatto sempre più soffocante, grazie all’azione di governi sovranisti, nazionalisti, di destra, come leggere questa deriva autoritaria?
Direi che soprattutto più della sorveglianza ha giocato e gioca lo svuotamento della città, dei suoi spazi pubblici dagli abitanti. Un processo che è stato elaborato sempre più efficacemente con la costruzione di una ideologia delle città “non sicure” e attraverso la distruzione di ogni attività collettiva per strada.
Dopo il razionalismo fascista, il postmoderno fin dagli anni 80 del secolo scorso ha riciclato i suoi linguaggi, mescolandoli in modo decontestualizzato con quelli dell’antichità greco e romana. Quanti danni ha fatto? Siamo finalmente alla fine di quella congiuntura magistralmente indagata e criticata da Jameson?
La questione degli stili ha a che fare con la distruzione di codici spaziali comuni. Il problema è che gli stili hanno un senso fin quando chi li abita ha la possibilità di darglielo. Ci sono stili “modesti” come l’art deco che ad un certo punto sono diventati il simbolo delle classi medie, proprio per il loro carattere modesto ma allo stesso tempo non austero. Il problema degli stili è quando diventano uno strumento per educare gli abitanti, per estrarli dalla loro barbarie come p avvenuto per il razionalismo applicato all’Africa e all’Asia.
Detto in altri termini l’egemonia degli archistar che hanno forgiato un’estetica a uso e consumo del tardo capitalismo sta finalmente volgendo al termine?
No, non credo, probabilmente assisteremo a una rinascita del monumentalismo, magari senza le archistar, basteranno una decina di artisti internazionali.
La distruzione di Gaza e i progetti di una disumana Gaza-a Lago prospettata da Trump, così come di fronte all’avanzata degli insediamenti illegali in Cisgiordania, come opporsi a tutto questo?
La logica di Gaza Riviera è la stessa che concepisce i progetti come manufatti e dimentica che non esistono insediamenti senza abitanti. E’ una logica riformista, l’architettura usata per riformare la società.
Nel suo ultimo libro lei indaga la colonizzazione britannica della Nuova Zelanda che ha disconosciuto il rapporto materiale e spirituale dei Maori con la terra, ricordando che gli Olandesi giudicarono primitive le abitazioni aperte dell’Indonesia, benché fossero adeguate al clima… Quali ferite restano ancora aperte?
Oggi c’è una risposta molto forte e un ritorno alla architettura indigena in America Latina, Nord Africa, Asia e in generale in mondi animati da una dinamica interna. Si pensi allo stile Neo-Inca che si sta sviluppando al El Alto in Bolivia.
Alla luce delle nuove sfide – climate change, disuguaglianze sempre più drammatiche – come ripensare l’abitare e la città, quali orizzonti, quali possibilità per un futuro diverso?
L’architettura, l’urbanistica hanno ancora un ruolo essenziale nel consentire un mondo abitato che dia autonomia alle iniziative dei cittadini, che li liberi dalla morsa del cemento e del petrolio.
In apertura un frame del video “Gaza Riviera” realizzato con IA diffuso da Trump nel 2025




