Giorgio Manganelli sul finire degli anni 70 in un memorabile reportage di viaggio nel grande Nord definì l’Islanda «Isola pianeta». Quando si parla di questa meravigliosa isola a metà “strada” tra la Norvegia e la Groenlandia non si può non pensare ai suoi paesaggi unici, dal fascino quasi primordiale, che l’hanno consacrata definitivamente come uno dei luoghi da visitare assolutamente. Tuttavia la natura non è la sola particolarità che rende unico questo piccolo Paese di 400mila abitanti. È qui infatti che per la prima volta al mondo si è svolto uno sciopero generale che ha coinvolto la pressoché totale popolazione femminile residente. Era il 24 ottobre del 1975 e quello che ogni anno da quel giorno viene celebrato come il Kvennafrídagurinn (Giorno libero delle donne), vide la partecipazione di oltre il 90% delle donne islandesi per protestare contro le disuguaglianze salariali e le inique condizioni lavorative. Per un giorno intero non andarono a lavorare e si astennero da qualsiasi lavoro domestico, per sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto fosse importante il ruolo della donna nella società e nell’economia islandese.
A quell’epoca l’Islanda stava vivendo il suo primo vero momento di crescita economica, dopo secoli di stenti e povertà. La nascita della Repubblica indipendente d’Islanda il 17 giugno del 1944, dopo più di cinquecento anni di dominio danese, l’ampliamento a partire dagli anni Sessanta della sua Zona economica esclusiva (che l’aveva posizionata fra i maggiori esportatori di prodotti ittici in Europa), lo sviluppo del geotermico come strada per l’indipendenza energetica, tutte queste cose (insieme all’adesione alla Nato dal 1949 ed alla successiva presenza stabile di una base militare statunitense nella zona di Keflavík), avevano proiettato l’isola verso la modernità e il benessere.
Questa apertura al mondo fu anche il preludio che permise la circolazione in Islanda dei grandi moti del Sessantotto primo fra tutti quello del movimento femminista. Sulla scia del primo movimento mondiale per i diritti delle donne, il Primo maggio 1970 si formò a Reykjavík il collettivo femminista radicale islandese Rauðsokkahreyfingin, ovvero Movimento delle calze rosse, il cui nome prendeva spunto dal termine dispregiativo con cui venivano identificate le femministe newyorkesi nei campus universitari, le “Bluestockings”, ai tempi delle grandi proteste negli Stati Uniti. Figura di riferimento e fra le prime fondatrici e “pioniere” (píonera) del movimento fu Lilja Ólafsdóttir, che di recente è stata intervistata da The Reykjavík grapevine, la più importante rivista culturale in lingua inglese d’Islanda. Ricordando quel periodo, Lilja racconta: «Eravamo giovani donne che lavoravano, spesso infelici della nostra situazione. Avevamo salari più bassi e meno opportunità rispetto agli uomini. Non c’erano asili nido per i figli delle donne sposate e, sotto ogni aspetto, non ci sentivamo trattate alla pari». Nel corso degli anni, alcune organizzazioni per i diritti delle donne avevano lottato
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