Prima dei decreti vengono i numeri. E i numeri obbligano a partire da una domanda che attraversa tutto questo libro: quali emergenze doveva affrontare il governo Meloni quando si è insediato? Perché l’Italia che la destra trova quando Giorgia Meloni arriva a Palazzo Chigi, nell’ottobre del 2022, non è un Paese travolto da un’improvvisa esplosione della criminalità. Al contrario, la violenza più grave è in diminuzione da decenni. All’inizio degli anni Novanta si registravano 3,4 omicidi ogni centomila abitanti; nel 2024 il tasso è sceso a 0,55; vale a dire -83,8%. Già prima dell’insediamento dell’attuale governo l’Italia era stabilmente fra i Paesi europei con il più basso rischio di essere uccisi. Anche reati predatori che incidono fortemente sulla percezione della sicurezza hanno conosciuto, nel lungo periodo, una caduta drastica: gli scippi, per esempio, sono passati dai 100,2 ogni centomila abitanti del 1992 ai 22,5 del 2023 (-77,5%). Neppure le piazze raccontano la storia di un Paese precipitato nel disordine. Le manifestazioni di rilievo censite dal ministero dell’Interno erano già 9.875 nel 2015, 11.024 nel 2018 e 10.913 nel 2019. Nel 2023 sono state 11.219, il 10% in meno delle 12.479 dell’anno precedente. Ma soprattutto manifestare non significa produrre disordini: nel 2019 soltanto il 2,5% delle manifestazioni aveva richiesto interventi per ristabilire l’ordine pubblico; nei primi due mesi del 2024, secondo i dati comunicati dallo stesso ministro Piantedosi, criticità si erano verificate nell’1,5% dei casi. Il conflitto, lo sciopero, il corteo, l’occupazione simbolica dello spazio pubblico – che peraltro sono diritti garantiti dalla Costituzione – non irrompono dunque nella storia italiana con il governo Meloni. Sono parte della fisiologia di una democrazia. La novità è la crescente tendenza a considerarli (e a raccontarli) come fenomeni da prevenire e reprimere.

Lo stesso vale per il più ricorrente dei nemici costruiti dal discorso securitario della destra: lo straniero. La sovrarappresentazione degli stranieri fra denunciati e arrestati è un dato reale e va analizzato senza reticenze, tenendo conto dell’età media, della condizione sociale, della precarietà abitativa e lavorativa, dell’irregolarità giuridica e della diversa esposizione ai controlli. Ma non è affatto un fenomeno nato con l’attuale governo: fra il 2013 e il 2022 gli stranieri hanno rappresentato in media il 31,1% delle persone denunciate o arrestate. E mentre la loro presenza nella popolazione italiana è cresciuta nel lungo periodo, la quota degli stranieri fra i detenuti è scesa dal 36,7% del 2010 al 31,5% del 2022. Anche il dato carcerario va letto con cautela: gli stranieri accedono meno degli italiani alle misure alternative e ai collocamenti domiciliari, anche per la maggiore difficoltà a disporre di un domicilio idoneo, di un lavoro stabile e di reti familiari e sociali sul territorio. La loro sovrarappresentazione dietro le sbarre, dunque, non coincide automaticamente con una equivalente sovrarappresentazione nella criminalità. Tutto questo è incompatibile con il racconto di una recente e incontrollata esplosione della criminalità prodotta dall’immigrazione.
Nulla di quanto appena scritto significa negare i reati, le paure delle persone, le periferie abbandonate, le violenze giovanili o i problemi di ordine pubblico. Significa distinguere un problema da un’emergenza. E significa soprattutto osservare una sproporzione: quando Giorgia Meloni arriva al governo non trova un Paese investito da una cesura criminale, da piazze improvvisamente fuori controllo, da una nuova ondata di delinquenza minorile o da un’esplosione dei reati provocata dagli stranieri. Trova problemi reali, molti dei quali antichi, che chiamerebbero in causa scuola, casa, lavoro, inclusione, servizi sociali, salute mentale, politiche urbane e integrazione. Molti di questi problemi – noi di Left e i nostri lettori ne siamo convinti da sempre – potrebbero essere risolti dando piena attuazione in particolare al secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
La scelta del governo guidato da Giorgia Meloni è un’altra e va nella direzione opposta del senso dell’articolo 3: ricondurli sempre più spesso sotto un’unica parola, sicurezza, e rispondere moltiplicando reati, aggravanti, divieti, misure preventive, trattenimenti e poteri di polizia. È in questo scarto fra la realtà misurabile e la sua rappresentazione politica che prende forma la fabbrica della paura di cui questo libro ricostruisce la cronistoria. Dal 2022 non è una nuova e generalizzata emergenza criminale a precedere la legislazione securitaria. È piuttosto la politica securitaria a selezionare fenomeni reali e fatti di cronaca, a ricomporli dentro una rappresentazione emergenziale e ad indicare di volta in volta un soggetto da temere. Il ragazzo, il migrante, l’ambientalista, chi occupa una casa, chi blocca una strada, chi protesta, chi sciopera. Problemi diversi vengono così ricomposti dentro la stessa narrazione e ricevono sempre più spesso la risposta privilegiata da questo governo: punire, impedire, controllare.
Ben 137 decreti-legge in quattro anni, con una media di quasi tre decreti al mese. Come molti degli esecutivi che lo hanno preceduto anche il governo Meloni non ha resistito alla tentazione di ricorrere alla decretazione d’urgenza. Tra questi 137 ce ne sono stati almeno 14 che trattano di immigrazione o sicurezza, oppure di immigrazione e sicurezza insieme; 14 vuol dire praticamente uno su 10, ciò significa che su determinati temi la decretazione d’urgenza non è stata episodica, ma è diventata uno degli strumenti ordinari dell’azione legislativa del governo. A questi si aggiungono almeno otto disegni di legge governativi varati fra l’autunno del 2022 e l’estate del 2026 che riguardano gli stessi temi o il più ampio terreno della repressione del dissenso e del controllo sociale.
Guardati insieme questi 22 provvedimenti mostrano una traiettoria precisa: la costruzione progressiva di un sistema nel quale sicurezza pubblica, immigrazione, controllo dello spazio urbano, protesta, carcere, disagio giovanile, occupazioni e rafforzamento degli apparati di polizia tendono sempre più a comunicare fra loro.
Quella del governo Meloni...
*L’introduzione prosegue nel libro che è acquistabile cliccando qui*
La foto in apertura è di Marioluca Bariona
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Left al Visionaria Urban fest – Roma Garbatella





