Dalle tesi di Lewis e Huntington alle 22 misure sulla «remigrazione» di Futuro Nazionale: ecco come una lettura semplificata della storia è diventata linguaggio politico

Futuro Nazionale, la forza di estrema destra guidata dal generale Vannacci, ha presentato al pubblico il suo Piano di Remigrazione in 22 misure. Come altri punti del programma di Fn, la “remigrazione” è basata, in maniera più o meno consapevole, su una teoria che nacque nelle aule universitarie molti decenni fa. Questa teoria, lo scontro delle civiltà, è diventata una specie di chiave di lettura universale per una parte rilevante della nostra politica e società, usata per spiegare fenomeni tra loro profondamente diversi.

Nel caso di Futuro Nazionale, lo scontro delle civiltà è usato sia come giustificazione per favorire l’immigrazione da Paesi a maggioranza cristiana, a scapito soprattutto di quella proveniente dal Medio oriente, sia come giustificazione di una politica mediorientale di supporto a Israele, baluardo contro quella che viene definita “invasione islamica”. Una simile retorica è stata adottata di frequente da altri leader della destra italiana, dalla premier Meloni al ministro Salvini, dimostrando che, al di là dei toni leggermente diversi, esiste in questo senso una differenza minima tra le forze di governo e Futuro Nazionale. Né questa pervasività è limitata all’Italia: lo stesso concetto è presente, in forme e con nomi diversi, nel dibattito politico di ogni Paese europeo.

Come è possibile che una teoria accademica dal valore limitato e largamente screditata sia diventata così popolare e così pervasiva nel dibattito pubblico?

Cos’è lo scontro delle civiltà? Nonostante si presenti con variazioni e nomi diversi, al centro della teoria c’è il concetto che due civiltà, quella occidentale e quella araba, islamica o mediorientale – i termini sembrano cambiare a seconda dell’epoca e del contesto – siano coinvolte in un conflitto storico. Questa contrapposizione nasce, secondo la teoria dello scontro delle civiltà, con l’emergere dell’Islam come religione e come forza politica nel VII secolo d.C. e continua con le crociate, l’espansione ottomana e il colonialismo occidentale in Medio Oriente.

Nel dibattito accademico, lo scontro delle civiltà ha due padri. Il primo è Bernard Lewis. Studioso britannico della storia e della politica del Medio Oriente, Lewis è considerato il primo teorico dell’idea di una contrapposizione storica tra Occidente e Medio Oriente. Nella visione della storia di Lewis, presentata inizialmente nel breve saggio dal titolo Le origini della rabbia musulmana, l’attuale predominio dell’Occidente viene indicato come il motivo dell’odio da parte delle popolazioni della sponda sud ed est del Mediterraneo verso la sponda nord. Sebbene ampiamente contestata da altri studiosi – tra questi, il primo e probabilmente più famoso fu Edward Said, impegnato con Lewis in un celebre dibattito accademico -, l’opera di Lewis presenta uno spessore, e diversi caveat, che la separano chiaramente dalle opere successive ispirate dal suo lavoro.

L’adozione dello scontro delle civiltà da parte delle destre avviene invece con il lavoro del politologo americano Samuel Huntington. Nel suo libro, intitolato appunto Lo scontro delle civiltà, Huntington immagina un mondo di quelli che potremmo definire monoliti culturali, mega-unità basate su un’ipotetica omogeneità – la civiltà europea, quella araba/musulmana. Con Huntington si ha un passaggio cruciale, quello della semplificazione di una teoria accademica al fine di renderla più “fruibile”.

Il lavoro di Huntington è centrale nello sviluppo della teoria del Great Replacement, comunemente attribuita a Renaud Camus. Questa teoria, estremamente popolare tra i movimenti di estrema destra in Europa e in Nord America, si concentra sul ruolo di una fantomatica élite globale nel rimpiazzare la popolazione bianca con una popolazione “non nativa”. L’idea che i tassi di natalità dell’Occidente, e quelli delle popolazioni a esso contrapposte in questa visione del mondo, rappresentino una vera e propria arma di guerra prende spunto proprio dal Clash of Civilizations di Huntington. Il Great Replacement condivide con teorie simili, quale la teoria dell’Eurabia, il ruolo pronunciato dell’antisemitismo nella descrizione dell’élite globalista.

È proprio il Great replacement che ci riporta a Vannacci, una delle star del Remigration meeting del maggio scorso, il meeting di forze nativiste e di estrema destra organizzato da Martin Sellner. L’ideologo austriaco della remigrazione e promotore della teoria del Great replacement rappresenta una figura centrale nella galassia della destra razzista, grazie anche ai suoi stretti contatti con l’Afd tedesca, un altro partito che attinge frequentemente alla retorica dello scontro delle civiltà.

A giugno è il turno della premier Giorgia Meloni di fare riferimento a un’altra delle figure chiave nella diffusione dello scontro delle civiltà, Oriana Fallaci. La leader di Fratelli d’Italia commentò infatti il video in cui viene letto dalla cantante Katia Ricciarelli uno stralcio de La rabbia e l’orgoglio, incluso il celebre passaggio:r, quasi un manifesto di coloro che si considerano oppositori dell’invasione straniera denunciata da Fallaci.

Il ruolo di Fallaci è fondamentale nella diffusione della teoria non per via di un’elaborazione intellettuale particolarmente sofisticata, che non è il punto forte della scrittrice fiorentina. Il contributo chiave di Fallaci è infatti, per tanti versi, esattamente l’opposto: la semplificazione estrema dei concetti sviluppati da autori di maggior spessore culturale. Il successo di questa semplificazione ha una doppia natura: rassicura istintivamente, definendo un “noi” e un “loro”, e si presta perfettamente alla comunicazione social-mediatica. In questo senso Fallaci ha avuto la colpa, o il merito, di rendere lo scontro delle civiltà meme-abile, adatto all’epoca dei social media e al contesto italiano.

La Fallaci stessa si deve la popolarizzazione della teoria dell’Eurabia, attribuita a Bat Ye’or (Gisèle Littman) e adottata dalla scrittrice fiorentina nel suo libro La forza della ragione. La teoria dell’Eurabia rappresenta uno scatto fondamentale, il passaggio da una teoria accademica come quella di Huntington o Lewis a una teoria del complotto, in questo caso la “svendita” dell’Europa da parte delle proprie élite.

La logica dello scontro delle civiltà applicata a diversi fenomeni contemporanei è al contempo chiara e drammatica. Un altro leader della destra italiana, «Un altro leader della destra italiana, Matteo Salvini, si è definito nel dicembre 2025 “orgogliosamente vicino a Israele come baluardo di democrazia” e, pochi giorni dopo, ha denunciato chi “mira apertamente alla cancellazione dello Stato di Israele”.»

Qui lo scontro delle civiltà diventa, implicitamente o in alcuni casi esplicitamente, la base di quella che potremmo definire una superiorità morale a priori attribuita a Israele rispetto ai palestinesi. La logica dello scontro delle civiltà rende anche un genocidio negabile e giustificabile. È negabile perché, secondo questa logica, chi appartiene alla nostra civiltà non commette barbarie di questo tipo. È giustificabile perché è, appunto, parte di uno scontro tra una civiltà superiore e una inferiore.

L’idea di un’affinità culturale tra Israele ed Europa, infatti, precede di gran lunga il 7 ottobre 2023 ed è basata sull’appartenenza alla stessa civiltà. Le formule usate possono variare dalla “cultura giudaico-cristiana”, un concetto utilizzato in genere per indicare una supposta omogeneità culturale del mondo occidentale, alla retorica del “baluardo di democrazia” in Medio Oriente usata, appunto, da Salvini. Termini come “remigrazione” e “sostituzione etnica”, fino a pochi anni fa considerati appannaggio dell’estrema destra, hanno oggi assunto una centralità e un rilievo inimmaginabili, fino a diventare, con le 22 misure di Vannacci, programma di governo di un partito che i sondaggi accreditano di un consenso significativo. C’è un filo sottile che lega la teoria elaborata da Bernard Lewis alla retorica aggressiva di Meloni, Vannacci e Salvini. A ogni passaggio, la teoria ha perso complessità e guadagnato carica emotiva: da tesi accademica cauta a teoria del complotto, da teoria del complotto a programma elettorale.

Riflettere sulle origini intellettuali di queste teorie aiuta non solo a capirne la pericolosità, ma anche a disinnescarne gli effetti negativi. Tutto ciò non può basarsi su semplificazioni estreme, per quanto attraenti nella loro semplicità, ma deve avere come punto di partenza una comprensione dei rapporti complessi tra civiltà e, in particolare, tra le sponde del Mediterraneo, rapporti fatti di incontri e, a volte, di scontri, ma non riducibili a un’unica – e falsa – narrazione storica.

L’autore: Francesco Belcastro è Associate Lecturer in International Relations – DeMonfort University, UK; Fellow, Centre for Syrian Studies.

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