Dite no a tutte le iniezioni». La frase corre su Telegram, incastrata tra un post sul “cartello dei vaccini” e uno sulla “verità che ci nascondono”. A leggerla sembra di essere tornati all’autunno del Green pass: le file davanti agli hub, le mascherine sotto il mento come una bandiera, il Paese diviso da un codice Qr. Le parole sono le stesse. La data stona: settembre 2026.
La pandemia è finita da anni. Quel mondo no. Il punto, oggi, non è soltanto che l’antivaccinismo sia sopravvissuto alla fine dell’emergenza. È che, caduto il nemico principale - il Green pass, l’obbligo, l’hub vaccinale -, quella sfiducia ha trovato un terreno politico più ampio. Il vaccino è rimasto il primo mattone, ma intorno sono arrivati clima, Agenda 2030, Great reset, 5G, Ia, migranti, famiglia, confini. Non un programma organico, non una regia unica. Una lingua comune: lo Stato come minaccia, la scienza come apparato, la famiglia come ultimo fortino, le élite come nemico, il popolo come corpo assediato.
È qui che l’affinità con la destra identitaria diventa il cuore della storia. Non perché ogni no vax sia di destra, e tantomeno perché ogni complottista sia fascista. Ma perché molte parole d’ordine nate nelle chat no vax - sovranità, libertà di scelta, difesa dei figli, sospetto verso le istituzioni - erano già innestabili in un immaginario che la destra radicale conosceva bene. Bastava cambiare bersaglio: dal vaccino al clima, dal corpo del bambino al corpo della nazione.
Per capire cosa resta del movimento no vax nel 2026 bisogna partire da lì: non dalla nostalgia della pandemia, ma Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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