Ormai l’abbiamo letto tutti dappertutto: 17 centesimi al litro, circa 8,5 euro su un pieno da 50 litri, è il tetto che Eni ha messo da lunedì su benzina e gasolio. Ci abbiamo costruito sopra titoli e mappe dei distributori, il governo ha sculettato. Poi ieri l’Istat ha stimato l’inflazione di settembre al 4,2%, il livello più alto dal 2023, e l’Unione nazionale consumatori l’ha tradotta in 1.108 euro in più all’anno per una famiglia media, oltre dieci volte i 93,20 euro che il bollo cancellato per il 2027 farà risparmiare a ogni beneficiario.
È la falla della politica e del giornalismo insieme. La politica sa che le sensazioni contano più dei numeri, lo scriveva già Amilcare Puviani nel 1903 chiamandola illusione finanziaria, e questo governo ne ha fatto un metodo: il 16 settembre Giorgia Meloni ha esultato per aver cancellato “una delle tasse più odiate dagli italiani”, mentre la tassa che nessuno vede, il drenaggio fiscale, secondo gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo si prenderà almeno 8 miliardi fra il 2026 e il 2027 da dipendenti e pensionati.
E noi giornalisti? Inseguiamo il cartello luminoso, perché il prezzo alla pompa si fotografa mentre il gas del mercato tutelato, salito del 47,2% in un anno, arriva muto dentro una busta che nessuno fotografa. Lo ha misurato anche il Journal of Political Economy: Francesco D’Acunto e tre colleghi hanno trovato che la gente si fa un’idea dell’inflazione dai prezzi che incontra più spesso, a prescindere da quanto pesino sulla spesa. Insomma: 17 centesimi si leggono da cento metri, l’inflazione si scopre a fine mese, quando il governo ha già incassato l’applauso.
Buon giovedì.




