Dario Fo nasce a Sangiano, un paesino in provincia di Varese a pochi chilometri dal lago Maggiore, nel 1926. Il padre, Felice, è un ferroviere socialista. Così lo stesso Fo racconta la sua nascita: «Tutto dipende da dove sei nato, diceva un grande saggio. E, per quanto mi riguarda, forse il saggio ci ha proprio azzeccato. Tanto per cominciare, devo dire grazie a mia madre, che ha scelto di partorirmi a Sangiano, quasi a ridosso del Lago Maggiore. Strana metamorfosi di un nome: Giano bifronte, antico dio romano, che si trasforma in un santo cristiano, per di più presunto protettore dei fabulatore-comicos. In verità non fu mia madre a scegliere, ma le Ferrovie dello Stato, che decisero di spedire mio padre a prestare servizio in quella stazione. Sì, mio padre era un capostazione, seppure avventizio. (…) Io venni al mondo fra un omnibus e un merci, in quella fermata sussidiaria a quattro passi dal Lago (Antelacus, è scritto su un reperto romano). Erano le sette del mattino quando mi decisi a far capolino fra le gambe di mia madre. La donna che fungeva da levatrice mi tirò fuori e mi sollevò come fossi un pollo per i piedi. Poi velocissima, mi assestò una gran pacca sulle natiche… urlai come un segnale d’allarme. In quell’istante transitava l’omnibus delle sei e mezzo… che arrivava naturalmente in ritardo. Mia madre ha sempre giurato che il mio primo vagito aveva superato di gran lungo il fischio della locomotiva».

La critica e gli storici della letteratura – come ha sottolineato efficacemente anche la scrittrice Silvia Ballestra – riconoscono in Pina Rota Fo una delle matrici linguistiche e culturali fondamentali dell’arte di Dario, di quel retroterra di lingua madre, di affabulazione popolare, di ironia e di profonda aderenza alla cultura subalterna che il premio Nobel ha poi trasfuso nel suo teatro. Tra l’altro è autrice de Il paese delle rane (edito da Einaudi nel 1978), un prezioso affresco in cui restituisce con straordinaria vivacità narrativa e linguistica i ritmi, i riti e i drammi della civiltà contadina della Lomellina tra le due guerre, consegnandoci non solo un romanzo di famiglia ma un documento fondamentale per comprendere le radici stesse dell’immaginario teatrale del figlio.
Ne Il paese dei Mezaràt, Dario Fo racconta delle estati in Lomellina, dove girava in compagnia del nonno, un fittavolo detto Bristin (un soprannome che ereditarono sia la madre che Dario) che girava con il carretto per vendere ortaggi per le aie intorno a Sartirana Lomellina, la città natale di Pina, che il nipote ricorda come un grande affabulatore («Il nonno girava per i borghi vendendo verdura prodotta in proprio con un grande carro trainato da un cavallo e, per attirare i clienti, raccontava favole grottesche nelle quali inseriva la cronaca dei fatti avvenuti nel paese e nelle zone limitrofe» – racconta Dario Fo). Sarebbero stati proprio questi racconti fantastico-osceni del nonno a colpire la fantasia del piccolo Dario, insieme a quelli dei fabulatori, dei piazzisti e degli ambulanti dei paesi intorno al lago Maggiore nei quali visse la famiglia Fo che, a causa del lavoro del padre, veniva trasferita d’ufficio in varie stazioni: da Sangiano a Luino, poi a Pino Tronzano e, infine, a Portovaltravaglia, un piccolo comune con meno di duemila abitanti a sette chilometri dal confine con la Svizzera, dove i Fo si stabilirono per un certo tempo e dove si trovava una vetreria che, secondo quanto racconta l’autore di Mistero buffo, alimentava una colonia di soffiatori di vetro provenienti da tutto il mondo, un mestiere di alto artigianato, pagato molto bene per via del pericolo della silicosi, malattia che, si diceva, spesso portava alla pazzia.
«È proprio a Porto Valtravaglia, il paese in cui credo ci fosse la più alta percentuale di pazzi d’Italia, al punto che il Comune aveva un’automobile apposta, sempre a disposizione, per portarli al manicomio di Varese, che ho cominciato a vedere la figura del matto come qualcosa di familiare. È un’intuizione che ho poi ritrovato in pieno nel teatro popolare, dove il matto è un personaggio fondamentale», racconta Dario Fo. Questo patrimonio di tradizione orale, di storie iperboliche e paradossali, basate sul rovesciamento e sull’ironia, piene di dettagli surreali, costituirono, per ammissione dello stesso autore, il serbatoio al quale attinse per realizzare Mistero buffo e molti altri monologhi successivi. Da questi fabulatori popolari il giovane Dario aveva appreso anche le pause e i gesti, i “trucchi” per richiamare l’attenzione dell’uditorio, la mimica; un patrimonio preziosissimo che Dario fu in grado di affinare e di portare sulla scena attraverso lunghi anni di lavoro sul palco. Ma allora e per lunghi anni ancora il teatro non era entrato a far parte della sua vita. Uno dei dati più curiosi e interessanti della sua vicenda artistica e biografica, infatti è proprio la mancanza di una formazione teatrale accademica. Non frequentò alcuna scuola di teatro; ci arrivò successivamente, con un suo bagaglio personale che affondava le radici nel mondo contadino della madre e del nonno e in quello dei paesini in cui era vissuto da ragazzo, nei “matti” della vetreria di Portovaltravaglia e nei racconti dei pescatori del lago Maggiore mentre ripulivano le reti. Anche per questo, nel panorama del teatro italiano rappresenta una figura unica.
Negli anni della giovinezza invece Dario aveva mostrato un talento completamente diverso: il disegno. Grazie alla sua abilità di ritrattista si guadagnò i primi soldi. Così, a quattordici anni, nel 1940, poco prima dello scoppio della guerra, si iscrive al liceo artistico di Brera, a Milano. Una scelta coraggiosa per il figlio di un ferroviere, sostenuta dalla ferrea volontà della madre. In quegli anni il desiderio del giovane Dario era quello di diventare un pittore, anche se i suoi racconti e le sue capacità affabulatorie erano note e apprezzate tra gli studenti del liceo milanese.
Nel 1943, a diciassette anni, a seguito dell’8 settembre, si trova di nuovo a Portovaltravaglia in una situazione completamente diversa da quella vissuta negli spensierati anni della giovinezza; al posto degli scherzi di paese, dei racconti fantastici e delle bevute al bar, c’era un confuso fermento antifascista dal quale sarebbero sorte le brigate partigiane di San Martino e San Michele che facevano capo al leggendario generale Croce, caduto a seguito di feroci scontri a fuoco durante un rastrellamento delle forze nazifasciste. Il padre Felice fu uno dei protagonisti della lotta partigiana in quella zona e divenne il responsabile del locale Cln.
In quell’anno arrivò l’ordine di reclutamento anche per Dario (la sua generazione era stata chiamata alle armi con largo anticipo per tamponare le perdite dell’esercito in sfacelo). A seguito della chiamata alle armi della neonata Repubblica sociale italiana, si arruolò volontario nelle file dell’esercito fascista, prima nel ruolo di addetto alla contraerea a Varese e successivamente come paracadutista nelle file del “Battaglione Azzurro” di Tradate. La scoperta di questa militanza, emersa per la prima volta negli anni Settanta, scatenò polemiche, querele da parte di Dario Fo e processi che si trascinarono per alcuni decenni. Fo ammetterà e parlerà poi di questa parentesi, affermando di essersi arruolato nell’unico esercito esistente, ma in quanto “italiano” e non in quanto fascista, per non essere deportato in Germania come lavoratore o come militare di leva. Disse di essere stato poi spostato in numerosi luoghi di addestramento e quindi inserito nei paracadutisti. In un’intervista su La Repubblica Fo dichiarò: «Io repubblichino? Non l’ho mai negato. Sono nato nel 1926. Nel 1943 avevo 17 anni. Fino a quando ho potuto ho fatto il renitente. Poi è arrivato il bando di morte. O mi presentavo o fuggivo in Svizzera. Mi sono arruolato volontario per non destare sospetti sull’attività antifascista di mio padre, quindi d’accordo con i partigiani amici di mio padre». Dichiarerà poi nel 2000 al Corriere della Sera: «Aderii alla Rsi per ragioni più pratiche: cercare di imboscarmi, portare a casa la pelle. Ho scelto l’artiglieria contraerea di Varese perché tanto non aveva cannoni ed era facile prevedere che gli arruolati sarebbero presto stati rimandati a casa. Quando capii che invece rischiavo di essere spedito in Germania a sostituire gli artiglieri tedeschi massacrati dalle bombe, trovai un’altra scappatoia. Mi arruolai nella scuola paracadutisti di Tradate. Poi tornai nelle mie valli, cercai di unirmi a qualche gruppo di partigiani, ma non ne era rimasto nessuno».
Giovedì 15 ottobre, alle 17.30, al Lavatoio Contumaciale di Roma, in piazza Perin del Vaga 4, si terrà la presentazione del saggio biografico Cento anni di Dario Fo. Vita accidentale di un teatrante anarchico, edito da Left e firmato da Marco Belocchi e Lorenzo Pompeo. Interviene il consigliere comunale Dario Nanni





