Il gioco, la creatività e la cooperazione al centro dell’esperienza pedagogica della maestra che ha contribuito a rinnovare la didattica nella scuola pubblica. Il 31 ottobre, nel quartiere romano del Trullo, un convegno ripercorrerà il suo lavoro e il legame con Gianni Rodari, nel sessantesimo anniversario de La torta in cielo, con interventi di studiosi, insegnanti ed ex alunni

Il lavoro pedagogico, didattico e laboratoriale della maestra Maria Luisa Bigiaretti (1925-2019), di cui nel 2025 è ricorso il centenario della nascita, è un lavoro fatto sul campo, come lei stessa ha più volte detto. Un lavoro svolto quotidianamente nella classe, perché ogni bambino e ogni bambina, di ogni generazione e in ogni ciclo scolastico, porta con sé qualcosa di unico e completamente nuovo ed è importante sostenere la loro crescita creativa, non solo nozionistica.

Gran parte della ricerca pedagogica ed educativa della maestra Bigiaretti viene da lei sia acquisita che restituita nello spazio e nel tempo dedicati alle sue classi, in un periodo che va dal dopoguerra a oltre gli anni Ottanta, decenni decisivi di cambiamenti in cui si varano i nuovi programmi della scuola elementare. Ricordiamo i programmi Ermini del 1955, le diverse proposte e riforme degli anni Sessanta e Settanta, quando la scuola si apre a cambiamenti più democratici. Nel 1974 arrivano i “provvedimenti delegati sulla scuola”. Nel 1985, con la ministra Franca Falcucci, si arriva ai nuovi programmi per le elementari, che mettono al centro il “bambino della ragione”, ispirandosi al cognitivismo e al costruttivismo di J. Bruner e H. Gardner (considerati gli ispiratori teorici del documento).

La maestra Bigiaretti, pur non avendo un ruolo riconosciuto come psicologa, aveva da subito compreso che il bambino doveva avere uno spazio di apprendimento favorevole: era fondamentale renderlo protagonista di ogni attività didattica e metterlo nelle condizioni di sviluppare la sua creatività. Queste analisi e constatazioni arrivavano anche grazie alla sua attenzione all’attivismo e alla pedagogia popolare, nello scambio reciproco con gli altri maestri e maestre del Movimento di cooperazione educativa, alla cui fondazione ha contribuito fin dal 1951, dapprima con il nome di Cooperativa della Tipografia a Scuola (Cts), ispirata alle tecniche di Célestin Freinet, poi, dal 1956, denominato Mce. Fu lei, dunque, a introdurre presso la scuola Carlo Collodi, nel quartiere Trullo (Roma), un nuovo modo di fare scuola, ponendo l’accento sullo spirito cooperativo in classe, motivo dominante e anima di tutto il Mce.

Spazio fervido di idee e confronti fu anche lo scambio con gli editori. Frequentò infatti ambienti come quelli delle edizioni Armando Armando, poi collaborò con la collana Nuove Edizioni Romane, nata nel 1977 per iniziativa della figlia dello storico editore, Gabriella Armando, che pubblicò molti suoi libri.

Collaborò inoltre al progetto Ricme con Michele Pellerey per rinnovare l’insegnamento della matematica nella scuola primaria. Ha scritto su Riforma della scuola, rivista fondata da Lucio Lombardo Radice e Dina Bertoni Jovine, e su Cooperazione educativa. Ha vinto premi istituzionali per i lavori svolti con le sue classi. È stata più volte intervistata dalla Rai, che entrò nella sua aula per riprendere le sue innovative lezioni.

Nel 1985 entrò a far parte della commissione per la riforma dei programmi e, al ministero, conobbe la linguista e studiosa di grammatica e della lingua italiana Maria Luisa Altieri Biagi, con cui condivise nuovi progetti.

Un importante e meritato riconoscimento, che la rese molto felice, arrivò con l’Atlante 2018 di Save the Children, che annovera Maria Luisa Bigiaretti tra i “grandi maestri della scuola italiana”.

Il valore delle esperienze creative che la maestra ha esplorato nei suoi oltre quarant’anni di carriera, con la sua quotidiana ricerca “sul campo”, emerge dalla pratica del gioco in ogni materia: negli esercizi linguistici tra temi e filastrocche, nella matematica con gli insiemi, nel teatro con scenografie e costumi a scuola, nel Collodino (giornalino mensile stampato dalla classe con incisioni al linoleum), nell’ideazione e costruzione dei fascinosi burattini di cartapesta, dipinti a centinaia, nel “Canta Trullo”, nell’allevamento dei bachi da seta, per non dimenticare la pratica del vino a scuola, che vide la pigiatura dell’uva in classe e, dopo un lungo iter, finalmente il vino in bottiglia. Difatti, dopo aver conosciuto i nomi di gran parte dei vini italiani, le alunne e gli alunni disegnarono la propria etichetta, denominandola “Moschino del Trullo”. Ovviamente arrivò la domanda centrale: «Ma quando lo beviamo, il nostro vino? E non la facciamo una festa finale per farlo assaggiare ai nostri genitori?», chiese una bambina di terza, sveglia e intelligente. Così racconta, descrivendo bene quelle giornate, la maestra Bigiaretti nel suo libro La scuola anti trantran (Nuove Edizioni Romane, 2006).

Sull’importante domanda della bambina, che chiedeva di coinvolgere i propri genitori, si basa parte della scuola fatta da Maria Luisa, una scuola dove non solo i più piccoli sono attori principali, ma anche i genitori vengono coinvolti nelle riunioni e nelle attività di formazione. Sia questi ultimi che il territorio rispondevano alle sollecitazioni date dal coinvolgimento divertente e formativo, partecipando concretamente e affettivamente alla migliore realizzazione dei cinque anni di scuola elementare (oggi primaria).

Non posso non ricordare che, a spronare e dare valore alla partecipazione dei genitori in quegli anni, ebbe grande significato anche Il giornale dei genitori (1959-1992), rivista mensile che ha trattato temi legati all’educazione dei figli e delle figlie, concentrandosi sulla crescita dei bambini e delle bambine attraverso contenuti educativi. Fu fondata da Ada Marchesini Gobetti, con la collaborazione di Gianni Rodari, che ne divenne poi direttore.

Oggi la scuola sta vivendo (forse da sempre) un grande periodo di crisi, chiaramente iniziato più di dieci anni fa e ora attraversato da diverse nuove complessità. Ma è per lo più l’educazione (che, nella sua etimologia, suggerisce il processo di “guida” che aiuta a far emergere le qualità intrinseche di una persona, sia intellettuali che morali, portando fuori ciò che è già dentro) a non avere spazio, spesso a scuola come in famiglia. Bisogna educare i giovanissimi alle arti e all’affettività, alla conoscenza del proprio corpo, della sua presenza nello spazio e del suo rapporto con gli altri. Il gioco è un’attività capace di sviluppare non solo l’apprendimento, ma anche la socializzazione.

Del gioco la maestra Maria Luisa è stata fautrice, convinta di quanto le sensazioni che emergevano dalla riuscita di quella didattica creativa fossero fondamentali per lo sviluppo della crescita emotiva e per l’educazione. Il potere di quel linguaggio, che il gioco e l’arte favoriscono, contribuisce allo sviluppo delle potenzialità, dell’autonomia e delle capacità critiche dell’infanzia, aiutando l’evoluzione futura degli individui, donne e uomini.

La conferma di tutto ciò è la ricaduta positiva sulle emozioni e sui ricordi ancora vividi nei suoi ex alunni e alunne. Una testimonianza diretta di quanto quella didattica, l’interazione e l’inclusività dei lavori fatti insieme alla classe abbiano avuto un ruolo rilevante come modello formativo tra i bambini e le bambine di quegli anni, con risultati ancora oggi evidenti. Ne dà testimonianza Serena, alunna della Bigiaretti e già da tempo maestra anche lei. Modesto, che lavora all’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, continua a dare spazio al suo estro creativo con capacità nel disegno e nella pittura. Poi Silvia, attenta educatrice, Roberto, che ha continuato a scrivere poesie, Fabrizio, specializzato in scienze oculistiche, e tutto il loro gruppo classe, rimasto dopo quasi sessant’anni ancora unito nell’amicizia. E tantissime altre alunne e alunni di diversi cicli, che hanno scelto lavori e mestieri rimanendo per lo più fedeli a quei valori e insegnamenti appresi, sentendosi riconoscenti e ancora commossi quando si parla della loro maestra.

Maria Luisa era una maestra anche severa, autorevole ma non autoritaria, chiara nel portare a termine i progetti, sempre attenta alle questioni familiari dei bambini e delle bambine. Le sono grata anche io, come ex alunna della scuola C. Collodi, per quel lascito di spunti didattici trasmessi alla mia maestra, facendo conoscere alle generazioni che si sono susseguite in quel plesso scolastico l’opera di Gianni Rodari, e per avermi aiutata a sviluppare spunti per la mia tesi di laurea. Le è grato a tutt’oggi il quartiere del Trullo. Lei è ancora nella memoria di tanti abitanti e nei loro racconti.

Un’esperienza unica, la sua, che si innesta su un metodo di concretezza e sistematicità attuato in un contesto storico-culturale e in quella specifica situazione, ma applicabile ancora oggi attraverso la replicabilità degli interventi didattici ed educativi per favorire lo sviluppo delle potenzialità, dell’autonomia e delle capacità critiche nell’infanzia, rilevando risultati sull’interculturalità e sull’interdisciplinarità che la didattica creativa può avere sulla costruzione della conoscenza e sulla formazione dei saperi in tutte le direzioni.

M. L. Bigiaretti conosceva l’arte, apprese l’estro del teatro fin da bambina, ma ne fece esperienza più approfondita e concreta nel percorso della scuola magistrale con la sua insegnante di lettere, attrice e regista, Ada Capuana (Adelaide Bernardini Capuana). Ancora nel suo libro La scuola anti trantran racconta le competenze dell’insegnante Capuana e cita altri suoi ispiratori, tra cui Sergio Tofano e Gianni Rodari. Con quest’ultimo, dopo gli incontri avvenuti per la costruzione del romanzo La torta in cielo (di cui ho scritto diversi articoli per Left), rimase amica ed estimatrice. La maestra Bigiaretti ha saputo cogliere la vera spontaneità dei ragazzi, incoraggiando una continua cooperazione e un arricchimento di esperienze allegre e condivise, rendendoli sempre protagonisti. La sua classe era un laboratorio, una continua fucina di ricerca attiva. Importantissimo il suo impegno indefesso per oltre quarant’anni come insegnante, rendendosi disponibile anche dopo il pensionamento a essere coinvolta in attività scolastiche.

A cento anni dalla nascita di una delle maestre più innovatrici e rivoluzionarie nella didattica, ricordiamo come abbia trasformato la scuola in un luogo di continua scoperta, cooperazione e mai competizione, dove l’apprendimento era un grande gioco intelligente, rinunciando all’idea, in quanto adulta e insegnante, di essere l’unica nella classe depositaria del sapere.

«…a me piaceva imparare questo nuovo comportamento nei rapporti coi bambini; andavo a scuola non solo per insegnare, ma anche per imparare e questo mi faceva sentire giovane, ricca di progetti, di iniziative nuove da realizzare; ogni mattina da trascorrere in classe coi bambini era per me una prospettiva di gioia».

 

Il 31 ottobre 2026, nel quartiere romano del Trullo, un convegno dedicato alla didattica giocosa di Maria Luisa Bigiaretti e al sessantennale de La torta in cielo di Gianni Rodari offrirà l’occasione per riflettere sull’attualità delle esperienze pedagogiche sviluppate nella scuola pubblica del secondo Novecento. L’incontro, in programma dalle ore 9 in via San Raffaele 16, vedrà la partecipazione di studiosi, pedagogisti, insegnanti ed ex alunni, tra cui Francesco Tonucci, Patrizia Sposetti, Guido Benvenuto e Alessandro Sanzo.

 

 

 

 

L’autrice Studiosa di Rodari e di favole moderne, Ilaria Capanna è esperta di arti visive. Per Left ha curato i libro Gianni Rodari c’è una favola in ogni cosa