Aspettiamo di sapere chi ha organizzato davvero la parte violenta delle piazze

Le vetrine spaccate e gli episodi di violenza ovviamente sono la notizia più comoda d’Italia, signore e signori, e per questo la più bugiarda. I bellicisti e i maestri della realpolitik che infestano giornali e televisioni li chiamerebbero sornioni “danni collaterali”, con la stessa etichetta che appiccicano ai bambini trucidati a Gaza, dove la Commissione d’inchiesta dell’Onu invece ha visto un genocidio. La guerriglia di sabato e di ieri a Milano, Torino e Bologna è spiacevole e spesso controproducente, eppure il borghesuccio col telefonino acceso che esplode di sdegno per la fioriera sbeccata sotto casa è materiale di scarto dei complici dell’altra violenza, quella che accende le piazze. Anche chi abbia organizzato la violenza nelle piazze è una notizia, quella sì, che aspettiamo di sapere.

È violenza un Paese in cui il 14,3% delle famiglie operaie resta povero lavorando, appeso a contratti corti come singhiozzi. È violenza una scuola con 68 crolli in un anno, le caserme in classe e gli ispettori del ministero a pesare le opinioni. Sono violenza le 282.539 persone accolte dalla Caritas, col bavero alzato sulla vergogna. È violenza lavorare in nero ed essere assunti, come un operaio a Caivano, dopo la caduta che lo ha ucciso, e lo sono i 5,8 milioni che hanno rinunciato a curarsi. Poi Gaza, i bambini operati senza anestesia, i civili ucraini, il ministro Giuseppe Valditara che chiama “teppismo politico” gli studenti in piazza.

Ci sarebbe anche un’altra domanda da porre: chi risponde dell’ordine pubblico? La legge 121 del 1981 lo scrive, il ministro dell’Interno, oggi Matteo Piantedosi, e sabato sera Giorgia Meloni intimava alle opposizioni che “ogni reticenza diventa giustificazione”, come una maestra che bacchetta il banco sbagliato: la reticenza nella previsione e nell’organizzazione abita al Viminale, a casa sua.

Buon lunedì.

Foto di Juliano Dufour su Unsplash