Dopo quindici anni, lo storico palcoscenico romano torna in scena tra passerelle istituzionali e promesse. La sfida è farne un luogo di creazione e coscienza critica, raccogliendo l’eredità dell’occupazione

C’è voluto solo un quindicennio, quattro anni di occupazione dal basso, svariate giunte comunali e un conto finale lievitato con la grazia tipica dei cantieri pubblici romani dai 2,5 milioni iniziali fino a 11,2 milioni di euro (tra fondi di Roma Capitale e contributi del Ministero). Ma alla fine il miracolo si è compiuto: ieri sera, 16 ottobre, il Teatro Valle – da oggi formalmente intitolato anche a Franca Valeri – ha riaperto le sue porte. E che tempi straordinari, quelli del calendario istituzionale! Sarà senz’altro un puro e malizioso caso della sorte che la riconsegna di uno dei gioielli settecenteschi della Capitale cada con precisione chirurgica proprio alla vigilia dei prossimi appuntamenti elettorali. Quando la politica chiama, i nastri si tagliano con la puntualità dei treni nei desideri dei ministri e con il sindaco Gualtieri e la giunta schierati in prima fila a rivendicare il recupero dello storico orologio di sala e degli stucchi del 1727.

Vale la pena fare un piccolo passo indietro con la memoria, senza la memoria di comodo delle passerelle di ieri. Quando nel 2010 il Valle venne chiuso a causa della sciagurata liquidazione dell’Eti (l’Ente teatrale italiano), non era una struttura fatiscente. Era un teatro vivo, funzionante, pieno di pubblico e in perfetta salute artistica e strutturale. È stato l’abbandono burocratico a trasformarlo in un “rudere da restaurare” a cifre da capogiro. I costi preventivati si sono così miracolosamente quadruplicati, dimostrando ancora una volta che il tempo, a Roma, non è solo galantuomo: è soprattutto un eccellente lievito madre per il conto finale.

Sulla scalinata del Teatro Valle sono state conservate le scritte realizzate durante gli anni dell’occupazione (2011-2014).  Foto di Lorenzo Pompeo

In questa lunga e travagliata traversata del deserto, non si può non ricordare la parentesi dei quattro anni di occupazione (2011-2014). Un’esperienza complessa, debordante, a tratti utopica, che però rappresentò una risposta vitale e rabbiosa al vuoto delle istituzioni. Il “Teatro Valle occupato” pretese di rivendicare la cultura come bene comune, fuori dalle logiche di spartizione e dalle clientele politiche, — un’esperienza di democrazia diretta oggi semplicemente impensabile sotto il maglio delle norme approvate da questo governo. Naturalmente si trattava di un’eresia che l’apparato burocratico non poteva né capire né assimilare, se non procedendo al classico copione: sgombero, promesse, oblio e, infine, un restauro lungo dieci anni.

Ci si sarebbe potuti attendere, per riaccendere le luci del palcoscenico di Pirandello e di Franca Valeri, una grande produzione teatrale, una compagnia numerosa, una prova corale di attori in carne ed ossa che ridonassero fiato e fisicità alla prosa. E invece no. A battezzare la riapertura è stata chiamata la lezione/racconto dello scrittore Francesco Piccolo sulla prima dei Sei personaggi in cerca di autore del 9 maggio 1921, a cui seguì una gazzarra tra gli spettatori.

Ma veniamo alla serata dii inaugurazione. Serata rigorosamente a invito, con la platea stipata ed eccezionalmente ripiena della miglior romanità vip — quel minestrone umano composto da assessori e sottosegretari, vecchi tromboni pluridecorati del mondo della politica e del teatro, mostri sacri e profani dispersi nella selva dei presenzialisti capitolini (nella quale anche io mi ero abilmente mimetizzato).

Niente contro Piccolo, ci mancherebbe, ma la domanda sorge spontanea e dispettosa: per quale recondito motivo uno stimato scrittore e sceneggiatore deve a tutti i costi calcare le scene vestendo i panni dell’attore/performer? È ormai una legge non scritta del nostro panorama culturale che chi sa usare la penna debba per forza occupare anche il proscenio, mentre schiere di attori professionisti – formatisi con anni di accademia e gavetta – guardano dalla platea? In un teatro che si propone di celebrare la parola recitata, cominciare con un monologo divulgativo ha il sapore dell’ennesima scorciatoia narrativa.

La promessa ufficiale per il futuro è altisonante: il Valle diventerà la “Casa della drammaturgia contemporanea” sotto l’egida del Teatro di Roma. Un’ottima intenzione, almeno sulla carta. Roma ha un disperato bisogno di uno spazio stabile e coraggioso dedicato ai testi di oggi, che non sia la solita rassegna polverosa o il solito palcoscenico per volti noti del piccolo schermo. Proprio per questo, la nuova direzione artistica ha la responsabilità di non dissipare il patrimonio ideale lasciato dai quattro anni di occupazione: un’esperienza che, al di là delle polemiche, ha insegnato che il teatro è vivo solo se resta una spina nel fianco della società, un luogo di coscienza critica e non un mero contenitore istituzionale.

In vista del tricentenario del 2027, speriamo solo che questa vocazione venga perseguita con autentica coerenza e coraggio, e non trasformata nell’ennesimo poltronificio a rotazione. Per ora prendiamoci il nastro tagliato, il pubblico delle grandi occasioni e la fotografia d’ordinanza dei politici sorridenti. Il Teatro Valle è tornato. Adesso, possibilmente, restituiteci anche il Teatro.