Unità ribadita contro Mosca, poche novità e, soprattutto, poche prospettive di un negoziato di pace. È questa in sintesi l’analisi di un osservatorio europeo del vertice a cui hanno partecipato a Parigi i ministri della Difesa di Italia, Francia, Germania, Polonia e Regno Unito. All’E5 erano presenti anche l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas, il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius e la vicesegretaria generale della Nato Radmila Shekerinska.
L’E5 è un formato informale nella teoria, ma programmatico nei fatti, nato nel novembre 2024. Non ha un bilancio comune e le dichiarazioni disponibili non indicano un nuovo comando militare collettivo né impegni vincolanti di dispiegamento di truppe. È un gruppo senza mandato istituzionale formale che contribuisce a orientare le scelte militari del continente. I parlamenti nazionali non partecipano direttamente ai suoi lavori e il Parlamento europeo non ha un ruolo decisionale nel formato. Al termine dell’incontro, che si è svolto il 26 ottobre, Kallas ha detto che le speranze di una pace imminente in Ucraina sono poche, aggiungendo che il Paese affronterà un altro inverno brutale. Insomma, l’Alta rappresentante ha dimostrato ancora una volta, secondo questa lettura, di privilegiare la pressione militare ed economica sulla Russia rispetto alla ricerca di una soluzione negoziata.
La priorità europea, secondo la sua stessa sintesi, è aiutare Kiev a resistere e aumentare i costi per Mosca, con le sanzioni più ampie dall’inizio del conflitto e altre in preparazione. L’orizzonte indicato è una pressione crescente, mentre un negoziato appare lontano: uno stato di guerra che per Mosca dovrebbe diventare insostenibile. Quando la massima responsabile della politica estera europea certifica che la pace non è vicina e la risposta è alzare il prezzo per l’avversario, la previsione rischia di diventare strategia, quella di una “guerra ibrida”. Chi la formula avrà poi poco interesse a smentirla.
Nelle dichiarazioni pubbliche seguite al vertice di Parigi non è emersa una proposta europea dettagliata su quale accordo di pace sarebbe considerato accettabile e con quali interlocutori negoziarlo. Eppure, pochi giorni prima, il ministro degli Esteri Tajani (forse poco informato) aveva chiesto che l’Ue scegliesse un inviato per parlare con russi, ucraini e americani.
Sul piano industriale, poi, la linea è chiara: la Nato chiede di produrre più armi, in particolare sistemi di difesa aerea e missilistica, e Kubilius ha anticipato un possibile Safe 2.0, con un nuovo bando per utilizzare i circa 21 miliardi di euro rimasti disponibili dopo la prima tornata del programma. Il dato è eloquente e l’E5 si allinea.
Londra al tavolo, l’Europa no
Poi c’è la Gran Bretagna. Fuori dall’Unione dal 2020, siede in prima fila nel formato che ambisce a orientare la difesa europea. Anche questa è una contraddizione. Il formato porta in parte la sua impronta: il segretario alla Difesa britannico John Healey contribuì a promuoverlo e a consolidarne la denominazione “E5”. Già nel marzo 2025, nell’ambito delle iniziative di sicurezza europee, si discuteva la proposta franco-britannica di inviare truppe europee in Ucraina dopo un cessate il fuoco.
Il paradosso è evidente. Un Paese che ha scelto di uscire dall’Unione condiziona l’agenda militare europea, mentre il suo sistema politico è instabile: secondo alcune analisi, l’instabilità britannica potrebbe rafforzare il ruolo della Germania nell’E5. Per i critici, Londra ottiene influenza senza assumere gli obblighi dell’appartenenza all’Ue e sostiene una linea dura senza dover rispondere agli elettori degli Stati membri.
Anche l’Italia fa parte del gruppo e Crosetto, in occasione della riunione, ha ribadito che la linea di sostegno a Kiev non può cambiare e che l’aiuto all’Ucraina riguarda la nostra sicurezza. Sempre nelle stesse ore, il governo preparava un nuovo decreto per ulteriori forniture militari e, secondo la cronaca del vertice, Crosetto ha riaffermato che l’Italia è pronta a partecipare alle operazioni di sminamento nello stretto di Hormuz. Un teatro in più e un pacchetto in più, discussi mentre il confronto parlamentare sulle eventuali nuove decisioni resta da svolgere.
A tutto questo manca, nella linea emersa dal vertice, una strategia di uscita chiaramente definita. Manca una voce europea capace di parlare di pace e non soltanto di guerra, come, a giudizio di chi scrive, continua a fare Kallas. Manca un luogo in cui queste scelte vengano discusse in modo trasparente. Finché ogni vertice si chiude all’insegna di “più armi, più a lungo”, l’Europa rischia di restare un attore che reagisce.
I sostenitori dell’E5 insistono sulla necessità di mantenere la pressione sulla Russia e riaffermano che l’Europa debba prepararsi a un graduale ridimensionamento della presenza americana. Eppure non si fa niente di concreto per iniziare a emanciparsi da un’alleanza, quella della Nato, sulla quale gli Stati Uniti hanno dimostrato di conservare una forte influenza. Anche all’ultimo vertice E5, del resto, la Nato era rappresentata ai massimi livelli.
L’autore: Francesco Valacchi è cultore della materia, dottore di ricerca in scienze politiche all’Università di Pisa. Si occupa di geopolitica, con particolare riguardo all’area asiatica. Il suo ultimo libro è A nord dell’India, storia e attualità politica del Pakistan (Aracne)




