Dietro l’iperattività, la disattenzione e l’impulsività possono nascondersi storie di sofferenza che una diagnosi, da sola, non riesce a raccontare

L’Adhd è una condizione clinica in cui si intrecciano medicina, psicologia, scuola, famiglia e società. Non bastano risposte semplici. Da qui muove il libro Adhd. L’iperattività tra sintomo e ribellione di Alessia Barbagli, Alessio Giampà e Marco Randisi (L’Asino d’oro ed.): dalla necessità di guardare all’Adhd senza fermarsi alla diagnosi che ne raccoglie i sintomi e di interrogarsi su ciò che il comportamento di bambini e ragazzi vuole comunicare. Per farlo occorre il confronto con la ricerca scientifica. L’Adhd è classificato dal Dsm-5-Tr e dall’Icd-11 tra i “disturbi del neurosviluppo”. Tuttavia, non è stata individuata a oggi una specifica lesione cerebrale né un’anomalia rilevabile con esami diagnostici. La sindrome è oggetto di un’ampia ricerca genetica e neurobiologica, senza che esista un biomarcatore che la identifichi.

La spiegazione biologica dell’Adhd resta complessa e incompleta e la diagnosi resta descrittiva: si fonda sull’osservazione dei comportamenti, della loro durata, intensità e presenza nei vari contesti. Una review uscita nel 2024 su Nature reviews neuroscience, firmata da ricercatori che studiano la neurobiologia dell’Adhd, considera la condizione altamente eterogenea e riconducibile a molteplici fattori. La review sostiene quindi un approccio multidimensionale, mettendo in discussione l’idea di ascrivere l’Adhd a un insieme circoscritto di aree o reti cerebrali specifiche.

Maggior cautela occorre poi con bambini e ragazzi, perché ogni comportamento va letto alla luce dello sviluppo: non esiste un calendario unico della crescita e una differenza rispetto alle attese non è, di per sé, patologia. Prima

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