Cosa chiedono le ragazze e i ragazzi che inaspettatamente sono scesi in piazza anche in Italia dopo le rivolte in Francia e in Spagna? Basterebbe ascoltarli, per capire. Chiedono di avere la possibilità di studiare, di formarsi nelle condizioni ambientali scolastiche più consone; chiedono attenzione alla salute mentale. Gli universitari chiedono di avere accesso alle condizioni di base per poter frequentare i corsi a partire da alloggi e affitti accessibili. I ricercatori chiedono salari decenti e non intermittenti. Chiedono futuro. E quindi che lavorare non significhi essere sfruttati, poveri e precari ma che si traduca in riconoscimento – anche economico – delle capacità, delle competenze. Sono diritti scolpiti nella nostra Costituzione antifascista, ancora non del tutto attuata. Anzi, in questi ultimi quattro anni il governo Meloni ha varato una pletora di decreti legge che ne contraddicono i valori di fondo.
Ma è successo un fatto nuovo in Italia, che i media mainstream non hanno registrato: le manifestazioni dei giovani contro il genocidio a Gaza, che hanno acceso le piazze fin dall’anno scorso, si sono saldate con quelle per il diritto allo studio e alla casa e per la giustizia sociale. E il 20 novembre, studenti e lavoratori, scendono fianco a fianco in piazza. A Berlino contro la leva obbligatoria e la corsa al riarmo, in Italia per lo sciopero generale indetto dalla Cgil in quella stessa giornata. Già abbiamo avuto modo di vedere la straordinaria mobilitazione degli studenti, pacifica e consapevole dello scorso ottobre in Italia. Ma il governo Meloni – prendendo a pretesto le vetrine spaccate da alcune frange di facinorosi a Milano estranei alle manifestazioni – ha risposto con l’ennesimo decreto legge repressivo, inventandosi un nuovo reato, quello di manifestazione violenta (per altro già sanzionato dal nostro ordinamento). Poi, nei giorni successivi, seguendo lo schema stantio “poliziotto cattivo-poliziotto buono”, ha promesso una mini-Irpef per gli under 30 con redditi bassi e una flat tax al 5 per cento per i neoassunti con meno di 35. Come se bastasse una mancetta per rispondere alle istanze di chi è sceso in piazza e per risolvere la questione giovanile che è la grande questione sociale in Italia, come ha detto anche il presidente Mattarella.
La verità dei fatti ci dice che le nuove generazioni sono considerate dalla destra il nemico più pericoloso per le proprie mire reazionarie. Il governo Meloni è andato alla guerra contro i giovani fin dal suo insediamento varando il cd. decreto anti rave party. Poi di decreto in decreto, senza che ce ne fosse necessità e urgenza, ha fatto di tutto per criminalizzare e comprimere il dissenso giovanile. Con il decreto Caivano il governo è intervenuto a gamba tesa nella giustizia minorile, che era il fiore all’occhiello del nostro sistema giudiziario là dove metteva al centro l’interesse prioritario del minore. Il risultato di questi decreti, compreso quello detto con linguaggio razzista, anti maranza, è stato riempire le carceri di ragazzi. E di fronte al sovraffollamento il ministro della Giustizia Nordio ha annunciato la costruzione di nuove carceri, ventilando anche la possibilità di mettere i minori in carcere insieme agli adulti, in spregio all’articolo 27 della Costituzione (salvo poi rinculare dicendo di essere stato mal interpretato). E che dire dei provvedimenti del ministro dell’Istruzione e Merito Valditara che ha reintrodotto il voto in condotta? Uno strumento per punire con la bocciatura gli studenti che manifestano e organizzano occupazioni? La sua scuola “libro e moschetto” mostra un volto sempre più nero, con le linee guida per i licei (che si aggiungono a quelle sovraniste e confessionali per le scuole primarie), che cacciano dai programmi lo studio di Marx, Spinoza e Leibniz e derubricano le azioni delle squadracce fasciste ad «abilità tattica di Mussolini» (sic!).
Di fronte a questi provvedimenti autoritari- che hanno il sapore di vere e proprie provocazioni da parte di vedovi inconsolabili di un’ideologia criminale storicamente sconfitta dai partigiani – pare il minimo che ci sia stata una risposta arrabbiata e indignata da parte di una intera generazione, negata, inascoltata. Sono stati descritti dai parrucconi della stampa come una generazione capace di uccidere per un paio di sneakers, quando sono stati proprio i giovani a scendere in piazza contro il genocidio a Gaza, per i diritti del popolo palestinese, contro la guerra e il riarmo. Sono scesi in strada anche quando questo significava esporsi a identificazioni, denunce, manganellate. Manganellate su manganellate della polizia financo su ragazzini delle scuole medie. Tanti commentatori ciecamente li descrivono come la generazione indifferente. Invece sono ragazze e ragazzi che hanno dimostrato attenzione per ciò che accade nel mondo, sensibilità verso le ingiustizie e una capacità di mobilitazione, come documentano su questo numero le inchieste del Forum Disuguaglianze e della Flc Cgil, e le analisi dell’Istituto Piepoli. Ma emerge anche e soprattutto dalle tante voci di ragazzi e ragazze che abbiamo raccolto, che sono espressione dei movimenti studenteschi, e anche – sorprendentemente – delle giovanili dei partiti di sinistra. Notiamo che non se ne parli sugli altri media.
Colpisce che in queste settimane il servizio pubblico all’unisono con le reti private, abbia fatto da megafono al governo Meloni, cercando di costruire giovani mostri da sbattere in prima pagina, additando perfino un bambino di 11 anni. Emerge il fallimento dei media non si interrogano sul perché della rabbia dei giovani. Che non si interrogano sulla violenza dell’emarginazione, delle discriminazioni, della povertà. Che non vedono il razzismo istituzionale di chi parla di maranza, baby gang, impone limiti alla presenza di studenti stranieri nelle classi, tratta i minori stranieri non accompagnati come delinquenti. Ed è indegno per un Paese civile continuare a negare la cittadinanza e i più elementari diritti a centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi nati o cresciuti in Italia figli di stranieri residenti. Sono italiani per lingua, cultura, formazione e aspirazioni eppure devono continuamente dimostrare di appartenere al Paese nel quale sono cresciuti. Da anni urge una riforma della cittadinanza, promessa tradita anche dal centrosinistra quando ha avuto responsabilità di governo. Il referendum del giugno 2025, che proponeva di ridurre da dieci a cinque gli anni di residenza legale richiesti agli adulti extracomunitari per presentare domanda di cittadinanza, non ha raggiunto il quorum e dei cinque quesiti di quella tornata è stato quello che ha ricevuto più “No”. Anche quella possibilità è sfumata. Chiediamoci perché.
In apertura, il murale di Banksy “Love Is In The Air, Flower Thrower”, 2005, Ash Salon Street, Bethlehem, West Bank, photo by jensimon7




