Il 20 novembre chi lavora nella scuola, nelle università, nei conservatori e nelle accademie, negli enti pubblici di ricerca e nella formazione professionale incrocia le braccia. Lo sciopero generale proclamato dalla Cgil cade nella stessa giornata della mobilitazione studentesca europea, e il lavoro della conoscenza è uno dei punti centrali. Non per caso: è il settore che più di altri ha pagato, in busta paga e in dignità, le scelte del governo Meloni. Il governo parla spesso di merito, quasi mai di salario o di risorse aggiuntive per i nostri settori. Dietro la retorica del merito si nasconde una politica che amplia le disuguaglianze, mette in competizione scuole e università e scarica su lavoratrici, lavoratori e famiglie il costo del progressivo definanziamento del sistema pubblico. Ma la battaglia per salari dignitosi è inseparabile da quella per restituire centralità a istruzione, università e ricerca, settori impoveriti e piegati dalle controriforme degli ultimi anni. Decreti calati dall’alto, l’idea di una scuola-azienda non inclusiva come è evidente dalla riforma sulla filiera tecnologica e professionale, dei tecnici, fino al Dl scuola sul tetto agli studenti con background migratorio, fondi sempre più vincolati e premiali, la precarietà come regola, la privatizzazione del sistema pubblico nel suo complesso. È un modello che riduce gli spazi di partecipazione democratica, mortifica l’autonomia delle istituzioni della conoscenza e che pretende di trasformare chi insegna, ricerca e forma in un semplice esecutore di decisioni assunte altrove. Svalutare chi lavora è il modo più semplice per svuotare la funzione pubblica della conoscenza. Il dossier Conoscenza sottocosto, costruito su dati ufficiali, mette in fila i numeri.
Tra il 2022 e il 2027 i prezzi crescono di quasi il 26%, mentre gli




