Cospirazionismo, clan politici, social media e potere economico: il trumpismo non è una parentesi, ma il prodotto di una democrazia trasformata in spettacolo permanente, scrivono nel loro nuovo saggio Fabio Armao e Davide Pellegrino

La distopia, contrariamente all’utopia, indica la prefigurazione e/o la rappresentazione di uno stato di cose future – ravvisabili da tendenze avvertite nel presente, di sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi. Come spiegano gli autori di Distopia americana. L’impatto della presidenza Trump sul sistema politico statunitense (Mimesis), Fabio Armao e Davide Pellegrino (docenti all’Università di Torino, rispettivamente di Relazioni internazionali e Sociologia dei fenomeni politici), nel nuovo millennio, il totalitarismo orwelliano «cupo e opprimente», ha lasciato spazio a quello descritto da Aldous Huxley in New Brave World (1932), nel quale il “Grande Fratello” non è più percepito come “nemico”, bensì come oracolo da adorare e da interrogare estasiati «in attesa che pronunci il suo verbo»; nella nuova realtà – l’“era digitale” – in cui la verità è «affogata in un mare di irrilevanza» anche grazie alla facilità con cui si producono e si diffondono disinformazione e misinformazione, la politica è ridotta a farsa, a «burlesque» e i cittadini accettano di buon grado di essere retrocessi «a mera audience».
Mentre in alcuni Paesi prevale ancora la distopia “vecchio stile”, che si caratterizza soprattutto per la limitazione dei movimenti e della libertà di espressione, negli Stati Uniti si sta imponendo, soprattutto nell’era di Trump, questa nuova distopia farsesca, che tuttavia presenta molti elementi in comune con la distopia “old school”, a partire «dal perseguimento sistematico della diseguaglianza» fino all’«asservimento delle masse agli interessi finanziari di un’élite sempre più ristretta di magnati» che prefigura «un conflitto di classe tra megaricchi e ultrapoveri destinato a coinvolgere l’intero pianeta e a riprodursi in tutti i Paesi, a prescindere dai loro regimi».
In un percorso che si snoda attraverso sei capitoli e che parte dal “Nuovo secolo americano” sono indagate le evoluzioni dei partiti politici americani che si spiegano anche attraverso le modifiche introdotte alle spese per le campagne elettorali mettendo in luce l’ascesa di Trump nel Partito repubblicano, che configura una forma di democrazia a «base clanica» con potenziali derive mafiose e la messa in mora delle logiche democratiche tipiche del Novecento.
L’era del trionfo del trumpismo, è caratterizzata, tra l’altro, dall’aumento delle narrazioni cospirazioniste (tra le più diffuse, birther, death panels, QAnon, Stop the Steal), che si affermano come «strumenti di mobilitazione e di appartenenza, rafforzando il legame personale con il leader e indebolendo il ruolo rappresentativo dei partiti e la stabilità delle istituzioni democratiche». Tale tendenza è favorita dall’affermarsi dei social media, che non inducono «automaticamente a credere nei complotti» ma accentuano l’attivazione di tale effetto «soprattutto tra chi ha già una predisposizione alla mentalità cospirativa». Attraverso l’analisi di numerose ricerche, si conferma che, benché «il livello medio di chi crede veramente nei complotti sia rimasto stabile «nel periodo 1966-2020», una non trascurabile percentuale del campione di intervistati «ha manifestato adesione alla teoria cospirazionista QAnon, molto diffusa nella componente dell’elettorato conservatore del Partito repubblicano più vicino a Trump».
Secondo questa narrazione, nata sul web nel 2017 «un’élite segreta di pedofili satanisti controllerebbe la politica e i media statunitensi». Proprio Trump sarebbe colui che «segretamente ha assunto il compito di contrastare tali cospiratori». La propensione cospirazionista ben si attanaglia con l’effetto crescente della «polarizzazione “affettiva”» (manifestatasi con la campagna presidenziale del 2008 vinta da Obama e indagata in particolare nel capitolo quinto), che riprendendo il costrutto dell’antitesi “amico-nemico” concettualizzato da Carl Schmitt nei primi anni Trenta, rappresenta «la tendenza degli elettori a provare sentimenti positivi (di simpatia e di riconoscimento di superiorità, anche antropologica) per coloro che appartengono al proprio schieramento politico … e, all’opposto, profonda ostilità verso chi appartiene al partito avversario», minando le vecchie logiche politiche alla base delle competizioni elettorali tipiche del Novecento, caratterizzate dai valori ideologici incarnati dal partito. Tale effetto è accentuato dalle echo chambers generate dai social media, che consentono l’attivazione del «meccanismo psicologico» che induce le persone a «trovare informazioni che possano confermare le proprie convinzioni iniziali» ignorando o sminuendo, al contempo, quelle «contrarie alle proprie idee preesistenti».
Nel partito repubblicano statunitense di oggi – «esito di un processo carsico in atto già da tempo … , in particolare nell’evoluzione della sua componente più conservatrice» «le trovate narrative» del Tycoon – che possono essere efficacemente indagate attraverso la lente della “finzione collettiva” rappresentata dal Keyfabe del wrestling professionistico – sono «diventate l’unico vero punto di riferimento per l’identità e le strategie politiche dei repubblicani», in una «combinazione di populismo, polarizzazione e dominio dell’agenda mediatica inaugurata da Trump».
Il combinato disposto di questi fattori, che si inseriscono in una congiuntura storica caratterizzata dal trionfo del capitalismo nella sua forma più devastante, il neoliberismo e dalla «politica ridotta a un ruolo ancillare», lascia così spazio alle «oikocrazie del nuovo millennio», ossia a gruppi che agiscono come clan, finanziati da corporation multinazionali (vedi ad es. il non casuale connubio del presidente statunitense con l’imprenditore più ricco del mondo, Elon Musk). L’ascesa di Trump – secondo gli autori – non può essere considerata «un incidente di percorso» imprevedibile, ma «rappresenta il punto di arrivo di un mutamento strutturale del sistema politico statunitense». Trump si è reso il «migliore interprete di un’ondata neoconservatrice dilagante nel Paese», vendendo «una delle massime e più ciniche espressioni dell’élite imprenditoriale…nell’incarnazione stessa dell’anima Maga degli Stati Uniti».
Si tratta ora di capire la «tenuta» del suo consenso e del gruppo di potere che lo sorregge, che per essere mantenuto dovrà «far convergere il sostegno popolare verso altre figure», quali, per esempio, il vicepresidente Vance. L’altra questione, che ci riguarda particolarmente da vicino e con cui gli autori chiudono il libro, è l’eventualità che il modello trumpiano possa affermarsi anche in Europa, dove si stanno affermando movimenti di estrema destra, sovranisti e populisti, con «seguaci e gli emuli, più o meno caricaturali, del presidente americano». Da questa parte dell’Oceano «la clanizzazione della politica e lo sviluppo del capitalismo clientelare, la struttura dei partiti e i costi della politica» non si sono ancora imposti con tale «maturità» il che lascia sperare che «la democrazia europea possa ancora rivelarsi un antidoto alla distopia americana».

 

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