Con la nuova legge di bilancio targata “Meloni” il prezzo che i cittadini hanno iniziato a pagare sin dai primi giorni del 2026 è fatto di tasse palesi ed occulte, tagli spaventosi al welfare e aumenti indiscriminati che contraddicono le tante promesse fatte in campagna elettorale dai Partiti al governo. Solo spiccioli per la sanità, scuola pubblica, salari e pensioni, ma soldi a pioggia per le armi.
L’insistenza sui crediti d’imposta, bonus, iperammortamenti e decontribuzioni è indicativo di un governo che premia solo chi è in grado d’investire, condannando così i più deboli, ed il Mezzogiorno in particolare, a restare dipendenti in modo strutturale da incentivi aleatori e temporanei. È la condanna all’irrilevanza della Questione Meridionale. Non si vuole politicamente gestire la risoluzione dei divari, ma li si tampona finché si può.Si procede così cripticamente alla frammentazione definitiva del blocco sociale meridionale, premiando solo settori ristretti, cioè il bacino elettorale del governo: imprese, quei pochi territori già connessi logisticamente e settori già integrati nel sistema economico globale. Nessuna programmazione per fare uscire dall’irrilevanza economica e sociale le aree interne e montane e i giovani disoccupati, destinati ad un destino di emigrazione. Non parliamo poi di politica industriale che semplicemente non c’è. Il possibile sviluppo del Sud, a cui in teoria dovevano essere destinati larga parte dei fondi Pnrr, semplicemente non interessa. Questo è solo l’antipasto di quello che ben presto arriverà con l’Autonomia differenziata. Non è presa in alcun modo in considerazione l’ipotesi di “accendere il secondo motore del Paese”. Viene sempre e solo “prima il Nord” in una visione discriminatoria tipica della destra leghista.E così mentre aumentano le preoccupazioni di una guerra che si fa sempre più possibile, con l’Esercito Italiano composto per il 72% da meridionali, il Mezzogiorno risulta nella Legge di Bilancio del tutto marginale, ignorato. Prima spremuto, poi illuso ed ora gettato via. Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, parafrasando il titolo del celebre romanzo di Erich Maria Remarque dove il protagonista dopo incredibili peripezie e sofferenze muore in trincea nell’indifferenza generale, potremmo dire “niente di nuovo sul fronte meridionale”.
Forse anche perché il Mezzogiorno da tempo è all’opposizione di questa destra. Infatti molti dimenticano che nelle elezioni politiche 2022 solo 19 elettori meridionali su 100 hanno votato per la coalizione politica di destra attualmente al governo (30 su 100 al Centro-Nord). Una percentuale bassissima, che non ha precedenti in passato. Infatti i cittadini del Mezzogiorno, in larga maggioranza, non sono saliti sul carro del sicuro vincitore, smentendo i preconcetti dominanti sul cosiddetto “voto di scambio”. E questo lo si vede bene a posteriori dai provvedimenti, tutti contro il Sud, del governo Meloni.D’altra parte, come ho già illustrato su Left , i cittadini del Mezzogiorno sono persino scippati del diritto di voto e rappresentanza, per cui inutile stupirsi.Nel Mezzogiorno FdI è dietro al Pd e l’opposizione unita supera le destre. Non a caso il Sud è da tempo partigiano della Costituzione, anche perché questa, nella sua prima parte che parla di diritti sociali, attende ancora la sua piena applicazione. Il rischio ora è che con l’Autonomia differenziata salti definitivamente anche il patto di cittadinanza.È questa esclusione preventiva del Mezzogiorno, in una visione asfittica e provinciale, che ha marginalizzato da sempre l’Italia nel suo insieme come uno stereotipato Sud. D’altra parte tutta Italia è Sud, Sud d’Europa.
È questo il risultato della crisi politica, culturale, morale ed economica che ha investito il Paese, ed il Mezzogiorno in particolare, negli ultimi trent’anni e che ne sta rendendo sempre più incerto il suo cammino democratico. È da sottolineare che già prima di arrivare all’ultima manovra di bilancio il Mezzogiorno, negli ultimi mesi ha subito numerosi “scippi”. Ne ricordo per brevità solo alcuni: dalla drastica riduzione dei Fondi di coesione europei, da riconvertirsi in acquisto di armi, alla farsa del Ponte sullo Stretto usato come arma di distrazione di massa in vista delle recenti elezioni regionali al Sud, con il governo che ha dapprima dirottato 3,7 miliardi del Fondo infrastrutturale per Calabria e Sicilia verso la mega-opera bloccando i fondi Pnrr già stanziati per il rinnovo, ampliamento e messa in sicurezza di infrastrutture regionali e provinciali nel Mezzogiorno (strade, ferrovie) per 120.000 km di viabilità, per poi, un mese fa, grazie al supporto del Ministro leghista Giorgetti, spostare con un emendamento alla Manovra di Bilancio 3,5 miliardi di fondi programmati per il Ponte a favore (per l’85% dell’intera cifra come afferma Cgil Sicilia) degli imprenditori del Nord e di pochi altri capitoli di spesa che con il Sud nulla c’entrano, chiudendo così l’ennesimo giro di fondi dal Sud al Nord della storia. Mentre per il nuovo anno è già in cantiere l’ennesima proposta monoculare di Calderoli con le nuove regole per la “montagna” scritte appositamente per colpire i comuni appenninici del Centro-Sud a vantaggio dei soli Comuni alpini. E così il Mezzogiorno, di cui non conviene a nessuno parlare, è totalmente scomparso dall’orizzonte politico di fine anno, dimenticato persino nei discorsi. Ignorato con fastidio.
Ma vediamo brevemente cosa ancora contiene, o meglio sottrae, questa Manovra di Bilancio nei confronti del Sud:
- Fondi Sviluppo e Coesione: il governo sottrae al previsto “tesoretto” 500 milioni in tre anni. Il governo prima ha ritardato gli accordi con le Regioni, a partire da Puglia e Campania governate dal centrosinistra, e ora utilizza quanto sottratto dal fondo in questione come bancomat per altri territori.
- Taglio di 15 milioni per il completamento della linea metro tra Napoli e Afragola, come sempre accampando scuse e chiacchiere varie.
- Decontribuzione Sud, indebolita dalle scelte della Finanziaria, riuscendo a fare infuriare persino Confindustria. Una stangata contro uno strumento fondamentale per trattenere i giovani al Sud, a proposito di fuga di “cervelli” per i quali il governo nulla propone e fa.
- Zes che non solo non è stata potenziata, ma centralizzata. Altro che il dinamismo dei territori. Altro che autonomia. Quando si tratta di Mezzogiorno si centralizza a Roma!
In questo scenario desolante giungono le parole della Segretaria Pd Schlein che subito dopo le elezioni regionali del mese scorso con le vittorie del centrosinistra in Campania e Puglia, evidentemente ben conoscendo i dati di cui sopra relativi alle politiche 2022, ha dichiarato che: “Il riscatto parte dal Sud e nel 2027 ci farà vincere contro il governo più antimeridionalista della storia, che vuole spaccare l’Italia con l’autonomia differenziata”.Non rimane ora che dar seguito a queste parole con una coalizione ampia e con visione meridionalista, perché, a proposito delle politiche 2027, il Sud, con ogni probabilità, deciderà chi vincerà. Non soltanto nel suo perimetro ma in tutto il Paese.




