Il 15 gennaio si è concluso a Metilene, in Grecia, quello che Amnesty International ha definito uno dei più grandi casi di criminalizzazione della solidarietà. Ventiquattro attivisti erano accusati dalle autorità greche di diversi reati, dal favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, all’appartenenza a un’organizzazione criminale, fino al riciclaggio di denaro in conseguenza dell’attività di ricerca e soccorso delle persone migranti svolta tra il 2017 e 2018 nell’isola di Lesbo, come volontari per l’ong Erci (Emergency Response Centre International). Tra loro Sean Binder, arrestato nel 2018 insieme alla nuotatrice siriana Sarah Mardini e rimasto in carcere per oltre tre mesi prima di essere rilasciato su cauzione in attesa di processo. Dopo otto anni di procedimento, tutti gli imputati sono stati assolti: “il loro obiettivo non era commettere un reato, ma fornire aiuti umanitari”, ha dichiarato Vassilis Papathanassiou, presidente del tribunale penale di Mitilene. In caso di condanna rischiavano fino a 20 anni di carcere.
L’assoluzione è indubbiamente una notizia positiva, ma lascia aperta una questione centrale: il prezzo di un processo durato quasi un decennio, che Human Rights Watch ha definito un vero e proprio “calvario giudiziario” e che ha avuto un effetto paralizzante sulle persone coinvolte e sulla società civile. Il caso di Sean Binder, oggetto in questi anni di una campagna di Amnesty International per l’archiviazione delle accuse, è rappresentativo della pressione giudiziaria sulla società civile impegnata nell’assistenza alle persone migranti. Da tempo Amnesty International denuncia una strategia diffusa di criminalizzazione della solidarietà: secondo l’ong Picum, con sede a Bruxelles, solo nel 2024 altre 124 persone hanno dovuto affrontare procedimenti giudiziari simili in Europa. Ne parliamo con Serena Chiodo, Referente Campagne e Ricerca Migrazione per Amnesty International Italia.
Il processo si è concluso con un’assoluzione piena, ma ha inciso profondamente sul contesto di Lesbo. In che modo?
Il processo si è finalmente chiuso nel migliore dei modi, ma anche nell’unico modo possibile. Soccorrere una persona che sta naufragando o che è in pericolo di vita costituisce un dovere sancito dal diritto internazionale, oltre ad essere prima di tutto una responsabilità umana. Eppure l’entità delle accuse, gli arresti, i tempi giudiziari che per anni hanno bloccato la vita di Sean e degli altri imputati hanno chiaramente avuto l’effetto di rallentare il lavoro della società civile di Lesbo e di quanti fino a quel momento, sull’isola, si erano impegnati a vario titolo in forme di solidarietà con le persone migranti. La Ong con cui si era attivato Sean Binder, per esempio, ha cessato del tutto le sue attività nel 2018
Le accuse rivolte a Sean Binder ricorrono in altri processi in tutta Europa, qual è l’analisi di Amnesty International in proposito?
Da circa dieci anni in Europa si assiste a una sistematica criminalizzazione della solidarietà verso le persone migranti. Ong e singoli cittadini vengono indagati con accuse generiche che colpiscono tanto le attività di ricerca e soccorso in mare quanto gesti quotidiani di assistenza come l’offrire cibo, coperte o ospitalità. Sono procedimenti costruiti su impianti accusatori deboli e nessun processo è mai arrivato a condanna, ma nel frattempo le navi di soccorso restano ferme e le attività sospese. Il prezzo più alto lo pagano le migliaia di persone migranti private di assistenza e di interventi di salvataggio che possono fare la differenza tra la vita e la morte. L’investimento di risorse pubbliche in procedimenti giudiziari di questo tipo evidenzia una precisa scelta politica: il sanzionamento delle attività umanitarie come strumento di deterrenza in materia migratoria. A questa strategia giudiziaria si affianca una campagna di delegittimazione pubblica, alimentata da espressioni come taxi del mare e da accuse infondate di collusione con i trafficanti di esseri umani.
L’uso strumentale del reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare colpisce anche le persone migranti, come?
Le colpisce in modo ancora più duro, poiché nella grande maggioranza dei casi comporta la detenzione preventiva, che raramente viene applicata nei processi a cittadini europei. Fermate al momento dello sbarco o subito dopo, le persone migranti restano a lungo senza informazioni chiare sui reati contestati — talvolta nemmeno comprensibili dal punto di vista linguistico. L’accusa è quasi sempre quella di aver guidato un veicolo o una barca, o di aver gestito i passeggeri. Risulta invece si tratti prevalentemente di passeggeri come gli altri, che magari hanno distribuito cibo e acqua, consultato mappe, o assistito chi rischiava di cadere in mare. Vorrei inoltre sottolineare che il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, così come previsto dall’ordinamento italiano, non è allineato al Protocollo delle Nazioni Unite sul traffico di esseri umani, che riconosce come l’uso di rotte irregolari sia spesso l’unica possibilità in assenza di canali di ingresso sicuri. Per l’ONU il reato si configura unicamente in presenza di un profitto, mentre in Italia lo scopo di lucro è considerato solo un’aggravante. Amnesty International chiede da tempo una modifica della norma, affinché sia conforme agli standard internazionali e tuteli sia le persone migranti sia chi presta loro aiuto.
Di quali strumenti si sta dotando l’Unione Europea per la gestione dei flussi migratori?
Purtroppo se da un lato si rafforza la criminalizzazione della solidarietà, dall’altro vengono smantellate le strategie istituzionali di ricerca e soccorso, irrigidite le procedure di accoglienza ed esternalizzate le frontiere. Dopo l’operazione Mare Nostrum, avviata nel 2013 dal governo italiano in seguito alla strage di Lampedusa e durata meno di un anno, non sono più state attivate missioni di soccorso coordinate a livello europeo e oggi la rotta del Mediterraneo centrale è la più mortale al mondo. Il nuovo Patto Ue su Migrazione e Asilo, che entrerà in vigore nel giugno 2026, inasprisce ulteriormente misure già esistenti, puntando su accordi con Paesi terzi come Libia e Tunisia, dove le violazioni dei diritti umani sono ampiamente documentate, per fermare le partenze verso l’Europa. Il Patto rafforza inoltre il ricorso alla detenzione amministrativa, estendendo tempi e luoghi di trattenimento anche fuori dai confini europei, come previsto dal protocollo Italia-Albania. Complessivamente, le politiche istituzionali hanno progressivamente ridotto diritti e tutele, sia lungo le rotte migratorie sia nei sistemi di accoglienza.
In Italia, il governo Meloni ha annunciato nei giorni scorsi un nuovo pacchetto sicurezza che prevede un’ulteriore stretta su migranti e Ong. In attesa dei testi definitivi, quali effetti vi aspettate?
La prospettiva sembra essere quella di una nuova riduzione dei diritti e di una crescente repressione del dissenso per tutti. Ancora una volta, a pagare il prezzo più alto rischiano di essere le persone più vulnerabili, tra cui i migranti. Con il rafforzamento di un sistema che trasforma irregolarità amministrative in fattispecie penali, si conferma l’idea già presente che possa esistere un ordine giuridico ad hoc, concetto che ci preoccupa profondamente e che respingiamo con forza.
Immagine dal profilo Instagram della Ong Erci (Emergency Rescue Center International)




