Contro le indicazioni di Valditara. Dopo la pubblicazione del libro di Left "lotta di casse", ( lo trovate su Left.it), continuiamo e rilanciamo la proposta

La cultura della regola inizia dallo studio della grammatica: è importante trasmettere all’allievo il valore della correttezza linguistica e formale». Le parole pronunciate dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sono espressione di un senso comune molto diffuso nel nostro Paese, e non solo a destra: qualche anno fa, per fare un esempio, più di seicento docenti universitari – molti dei quali progressisti – firmarono un appello che chiedeva di reintrodurre nei curricula scolastici i compiti proverbialmente più aridi e noiosi della tradizione educativa novecentesca, come il dettato ortografico.

I ragazzi, secondo questa visione neo-autoritaria della scuola, devono imparare a seguire le regole, a «rigar dritto»: e dato che non abbiamo più il servizio militare obbligatorio, che per decenni aveva trasmesso alle giovani generazioni il senso della disciplina, spetta agli insegnanti farsi carico di questa educazione alla docilità. La cosiddetta «grammatica», da questo punto di vista, è una palestra ideale: perché insegnare grammatica significa impartire ordini e imporre divieti, prescrivere cosa è «corretto» e cosa non si può dire. È un’ottima «ginnastica di obbedienza», come l’ha definita Giulia Addazi citando De Andrè.

Il libro di Giuseppe Faso Le regole non piovono dal cielo. Grammatiche immaginarie, Pungitopo ed., Gioiosa Marea (Messina)  smonta una per una simili leggende neo-autoritarie, a partire da quelle che riguardano le «regole grammaticali». Come sanno bene i linguisti, la «grammatica» non è l’insieme delle norme che definiscono il «parlare corretto», ma è l’osservazione delle regolarità nell’attività linguistica dei parlanti, con giochi di relazioni, accordi, restrizioni e obblighi tutti acquisiti nella pratica quotidiana e applicati inconsciamente.

A scuola abbiamo imparato che il pronome «lui» non può mai essere soggetto, e che dunque si deve dire «egli è partito» e non «lui è partito». Il problema è che, nella vita reale, nessuno pronuncerebbe mai una frase del genere. E a dir la verità non si esprimono così neppure i grandi autori della letteratura italiana: «nella riscrittura del suo romanzo», dice Giuseppe Faso, «Manzoni corregge sistematicamente la maggior parte di egli soggetto, a volte sopprimendo il pronome e basta, ma quasi sempre sostituendolo con lui».

In realtà la grammatica vera, quella praticata dai parlanti e studiata e analizzata dai linguisti, non ha nulla a che fare con prescrizioni di questo tipo. E le «regole grammaticali» non sono norme o comandi imposti da un’autorità; sono il modo in cui i parlanti assecondano in modo spontaneo l’ordine immanente alla lingua. Non diremmo mai «io vado a casa non», perché tutti sentiamo che la forma normale è «io non vado a casa»: lo sentiamo perché padroneggiamo la grammatica, l’abbiamo introiettata da quando abbiamo iniziato a parlare; e sull’orecchio che ci aiuta a muoverci nella grammatica il libro dice cose belle e persuasive.

Insegnare grammatica, allora, non significa imporre una lunga lista di divieti (non dire «a me mi», non usare «lui» come soggetto, e così via), ma sollecitare una riflessione sulle regole che presiedono ai nostri enunciati, o – come dice Faso – sulle «regolarità» del nostro modo di parlare. Perché la lingua è fatta di questo: di regolarità da osservare e analizzare, non di regole intese come norme a cui conformarsi passivamente.

Il libro racconta una serie di episodi tratti dall’esperienza vissuta (l’autore ha insegnato per decenni nelle scuole, e lavora nel campo della facilitazione linguistica per stranieri immigrati), da cui emerge la straordinaria capacità dei bambini – e più in generale degli apprendenti – di ragionare sui meccanismi della lingua.

In uno di questi episodi, una classe di scuola elementare è chiamata a discutere su una fiaba che comincia con il consueto «c’era un volta un re/che disse alla regina». Perché, chiede l’insegnante, si dice «un re» e non «il re»? «Perché», dicono i bambini, «all’inizio non sapevamo di cosa parlava la fiaba, e ci vuole un». «”Un”», dice un altro bambino, «fa esistere cose che prima non esistevano». Spiegazione grammaticalmente perfetta, chiosa Giuseppe Faso. E perché il re parla «alla regina» e non «a una regina»? Risponde Alice, 9 anni: «Perché altrimenti il re sarebbe poligamo». A partire da episodi di questo tipo, Faso mostra che i parlanti dispongono di una «competenza inconscia, profonda, cui non corrisponde nessuna conoscenza o prescrizione imparata a scuola». Un buon insegnante è chiamato dunque a far emergere questa competenza, sollecitando negli allievi una riflessione collettiva e piacevole sulla lingua che adoperiamo ogni giorno.

Non si tratta di contrapporre l’uso quotidiano alle norme grammaticali, né di esaltare il sapere «intuitivo» dei parlanti a detrimento della conoscenza scientifica dei linguisti: saperi che comunque sono assai più vicini di quanto non sembri. L’approccio suggerito da Giuseppe Faso non ha nulla a che fare con quello che potremmo definire uno «spontaneismo educativo». Per osservare efficacemente con gli allievi i dati linguistici anzi, l’insegnante deve assumere un ruolo esplorativo simile a quello degli allievi. Deve lavorare di più, non di meno, e diversamente. E questo è il primo motivo della scomoda utilità di questo libro: l’altro è il mettere allo scoperto il ridicolo di tante costrizioni inutili.

Soprattutto, il docente deve essere persuaso che le regole non «piovono dal cielo», come recita il titolo del libro: non vengono dall’alto, e soprattutto non chiedono cieca obbedienza. Ci sollecitano, al contrario, a interrogarle, a metterle in questione, a capirle con uno sguardo insieme curioso e critico. Ci chiedono di essere degli «osservatori» (o delle «osservatrici») e non a comportarci da “osservanti” ossequiosi/e. Tutto il contrario di una «ginnastica d’obbedienza».

Per approfondire: il libro di Left “Lotta di Classe”

Il libro di Giuseppe Faso sarà presentato il 5 febbraio alla Sala Alpi dell’Arci nazionale. Partecipano con l’autore Giuseppe Faso, Filippo Miraglia, Grazia Naletto e Sergio Bontempelli

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Foto di Ai Nhan su Unsplash