Non è una questione di toni o di stili televisivi. È una questione di metodo e responsabilità. In cinque minuti si può scegliere di fare giornalismo o propaganda. Qui la scelta è stata evidente

Quei cinque minuti dicono molto più di quanto sembrino. Dicono cosa diventa il servizio pubblico quando smette di fare domande e comincia a distribuire colpe. A “Cinque minuti”, Bruno Vespa trasforma un’intervista ad Angelo Bonelli in un processo sommario: la violenza di Torino diventa una clava retorica, la complessità scompare, la distinzione tra chi manifesta e chi devasta viene azzerata.

Lo segnala con parole nette Roberto Natale, consigliere Rai, parlando di “livorosa faziosità” e di assenza totale di volontà nel ricostruire i fatti nel loro svolgimento reale. È un’accusa pesante perché chiama in causa il cuore del mandato del servizio pubblico: informare, contestualizzare, evitare scorciatoie. Qui accade l’opposto. Si insinua una corresponsabilità politica per semplice contiguità, si forza il nesso tra libertà di manifestare e violenza, si alza la voce per chiudere il campo.

Il risultato è una narrazione che oscura la realtà. A Torino decine di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente; alcune migliaia si sono infiltrate e hanno provocato violenze da condannare. Quel dato sparisce. Resta l’equazione utile a chi governa e prepara nuove strette sul diritto di dissentire. Quando il conduttore si fa megafono di quella linea, il danno supera il singolo format: scredita la Rai e allontana pubblico verso altre fonti, come avverte Natale.

Non è una questione di toni o di stili televisivi. È una questione di metodo e responsabilità. In cinque minuti si può scegliere di fare giornalismo o propaganda. Qui la scelta è stata evidente. E il servizio pubblico, ancora una volta, paga il prezzo di una scorciatoia che scambia il contraddittorio con l’accusa.

Buon mercoledì.